venerdì 13 agosto 2010

CLAUDIO BARBIER: UN CONTRIBUTO DI ALMO GIAMBISI


Riceviamo tramite Filippo Zolezzi, e volentieri pubblichiamo, un contributo di Almo Giambisi sul suo carissimo amico Claudio Barbier. Almo Giambisi avrebbe dovuto essere uno degli ospiti d'onore della giornata di commemorazione di Claudio Barbier; ma il suo lavoro di gestore del rifugio sul Pordoi gli ha impedito di partecipare. Questo messaggio, vergato a mano su otto foglietti di carta a righe, è il suo contributo di stima e di affetto all'amico di tutta una vita, e
verrà letto da Filippo durante il pomeriggio di sabato 21 agosto.

Mi dispiace molto non essere presente alla manifestazione ed in particolare al ricordo di Claudio Barbier.

Ma gli impegni che ho con il rifugio non mi permettono di essere fra voi. A Claudio mi legava una grande amicizia, durata una quindicina di anni: l’avevo incontrato prima di stabilirmi al Passo Pordoi, all’albergo col di Lana, al Rifugio Vaiolet credo nel 1965.

Nel 1967 aveva passato quasi tutta l’estate al Vaiolet e fece diverse vie, alcune nuove, alcune insieme a me.

All’inizio il rapporto non fu facile: aveva un carattere difficile e alternava momenti di grande euforia a momenti di tristezza. Me lo ricordo seduto a un tavolo del bar al Col di Lana con la testa fra le mani a fissare per lungo tempo la montagna attraverso la finestra.

Feci una grossa litigata al ritorno al Vaiolet dopo essere stati in Val Canali, per il brutto tempo non eravamo riusciti ad aprire una via nuova.

Me ne attribuì la colpa per non essere andati prima con il bel tempo; io avevo impegni di lavoro al rifugio, lui aveva tutta l’estate libera.

Ci fu una baruffa al limite delle mani. Poi da quella litigata ci fu un grande accordo.

Forse io ero l’unico tra i suoi amici con cui si confidava, che poteva parlare di tutto, anche dei suoi problemi personali molto delicati. E spesso evitai scontri con alpinisti che non conoscendolo, data la sua fama nell’ambiente, gli facevano delle domande che lui riteneva inopportune.

Di aneddoti da raccontare ce ne sono molti, a volte molto divertenti. Avrei dovuto scrivere più spesso, cosa a me non congeniale.

A volte, quando non andava ad arrampicare scendeva con me a Canazei e ritornando al Passo Pordoi mi capitò di doverlo accompagnare a Peian de Schiavaneis perchè gli dava fastidio l’odore dei sedili della macchina e preferiva salire la Fedele o la Dibona alla Ovest del sass Pordoi, per arrivare all’albergo. E a volte capitò che arrivasse prima lui di me, per alcune soste che facevo da amici prima di arrivare all’albergo.

Il libro che oramai mi accompagna da 40 anni prima al Col di Lana, poi al Rifugio Antermoia fu una sua idea, ritornando da Trento, mentre si pranzava assieme all’albergo mi mise un pacchetto sul tavolo e mi disse Almo questo è un regalo per te.

E così mi trovai tra le mani un diario nuovo, la copertina marrone, bordata in oro, con carta assorbente all’interno.

L’origine di Claudio era di una famiglia borghese, lo si notava in tanti suoi modi di agire e comportamenti.

Al Col di Lana, anche per la presenza di Claudio, cominciarono ad arrivare molti alpinisti provenienti da varie parti d’Italia, molti tedeschi, da Monaco, austriaci e altri. e così cominciai a far firmare il libro a vari alpinisti che venivano al Pordoi. Logicamente lo feci iniziare a Claudio, lui parlava e scriveva diverse lingue, italiano, tedesco, inglese e naturalmente francese.

A volte fu lui stesso che andava a prenderlo in ufficio per farlo firmare, come a Leo Schloner che io non conoscevo. Al Vajolet gli feci conoscere Renato Reali, morto poi a soli 20 anni in solitaria alla Bonatti al Grand Capucin, con lui fece alcune salite, ne restò affascinato. Al Pordoi lo feci incontrare con Giancarlo Milan giovanissimo, fecero diverse salite insieme. Al Pordoi conobbe diversi miei amici con i quali arrampicavo: Alberto Dorigatti, Aldo Leviti.

Con Alberto fece diverse salite, riuscì a capire il personaggio e notavo che fra loro c’era molto affiatamento, al Pordoi incontrò Tone Valeruz non ancora alpinista ma sciatore estremo.

Claudio dal Pordoi si spostava spesso, non aveva ancora la AMI 8, per lui la macchina più adatta per un alpinista girovago che portava tutto con sè.

Prima si spostava con mezzi pubblici, la maggior parte dell’attrezzatura era da me; alcune cose le aveva da Ceci Polazzon, ad Alleghe, altre ancora da Toni Camerano a Vigo di Fassa.

Ma dopo l’acquisto della famosa AMI 8 aveva quasi tutto sulla macchina, il suo recapito

era il Col di Lana al Pordoi, perciò tutta la sua corrispondenza arrivava a me. Scriveva spesso anche per raccontarmi delle sue salite, gli incontri con alpinisti, però lui preferiva le dolomiti. Ma ogni tanto passava dei periodi nelle Alpi Occidentali, aveva stretto amicizia con Lionel Terray per il quale aveva una venerazione.

Di lui ho molte lettere, cartoline, raramente gli scrivevo (come no, sono allergico alla scrittura). Mi telefonava spesso domandandomi molte cose, e specialmente del tempo, e poi se ero libero per arrampicare.

Con un mio amico di Firenze, per anni assiduo frequentatore del Col di Lana, con una grande passione per la montagna, andò sui Torrioni del Pordoi a fare una via nuova non troppo impegnativa. Penso sia stata una delle più belle giornate della sua vita, la chiamarono Via Fiaschi e nella relazione che scrisse disegnò un fiasco di vino. Il cognome del mio amico era Fiaschi Leopoldo, alla sera ci fu veramente una bella festa con fiaschi di vino Chianti!

Claudio era un buongustaio, apprezzava la buona cucina e mangiando amava bere un buon bicchiere di vino, possibilmente tappo sughero.

Un altro incontro importante per Claudio è stato quello con Heini Holzer, lo accompagnai a Merano, io Heini lo conoscevo da molto tempo, essendo meranese, lo andammo a trovare, successivamente, alla morte di Claudio andammo insieme a Bruxelles alla cerimonia funebre. Oltre a Heini, c’erano Alberto Dorigatti, Marino Stenico, e Annetta Stenico. Anche per Heini Claudio aveva una grande stima, si stupiva per la sua solitaria ai camini Rizzi alla Torre Innerkofler al Sassolungo, come è noto Heini era molto piccolo.

In un viaggio che feci con la mia ex moglie e nipote di Tita Piaz a Bruxelles, andammo a trovare Claudio. Mariangela aveva scritto in precedenza a Re Leopoldo del Belgio, che aveva arrampicato con Piaz. Ricevemmo l’invito per incontrarlo nel suo castello di Argenteil.

Claudio ci accompagnò per farci da interprete ed il Re stesso voleva conoscerlo, aveva sentito parlare delle sue imprese in Dolomiti. Durante l’incontro, che durò un pomeriggio, ci fece vedere foto e diapositive delle salite sue e del padre Re Alberto che come noto morì in palestra a Mache Le Dam in Belgio.

In quell’occasione Claudio perse l’opportunità di accompagnarlo in uno dei suoi viaggi, il re ci disse che viaggiava spesso con Heinrich Harrer.

Negli anni successivi domandai più volte se era andato a trovare il re, ma la risposta era sempre negativa. Peccato: forse la sua vita avrebbe avuto un’altra svolta.

Una mia opinione: Claudio è da considerarsi uno dei più grandi arrampicatori solitari in assoluto. Oggi vengono realizzati degli exploit che hanno dell’incredibile, però bisogna tener conto l’evoluzione dell’attrezzatura e la preparazione specifica dell’arrampicata.

io penso che le solitarie di Claudio rapportate nel tempo non siano di valore inferiore alle attuali.

Almo Giambisi


giovedì 12 agosto 2010

Mirella Tenderini: il viaggio come vocazione di vita


Abbiamo intervistato Mirella Tenderini, grande storica dell'alpinismo e biografa di grandi personalità dell'alpinismo e dell'esplorazione e di personalità importanti anche se non conosciute. Le abbiamo chiesto qualcosa a proposito della sua concezione del viaggio e della montagna, dove vive stabilmente da anni.

Gli uomini che lei descrive (Shackleton, Stanley, il Duca degli Abruzzi) sono grandi personalità, precursori dell’alpinismo e famosi esploratori. Cosa vede nei suoi protagonisti e cosa cerca di catturare nei suoi libri?

Non scrivo solo di grandi personaggi: mi sono occupata anche di personalità molto meno note, come ad esempio il mio ultimo libro, dedicato ad una giovane viaggiatrice morta all’inizio del ‘900. Non è tanto il personaggio che cerco, ma un qualcosa che mi colpisce nella sua vicenda. Sono tutte persone animate da fortissimo altruismo e generosità. Qualcuno mi ha fatto notare che i miei personaggi hanno tutti in comune una fortissima passione, uno slancio che li spinge a lasciare tutto e partire. È una ricerca di un qualcosa di più grande di quello che si può trovare nella vita comoda di tutti i giorni.

Quando viaggia in prima persona, cerca di rivivere le esperienze dei suoi protagonisti? Cosa significa per lei viaggiare?

Qualche volta ho viaggiato sulle tracce dei miei personaggi, intervistando chi li aveva conosciuti, ma io viaggio per mio piacere. Ho viaggiato molto con mio marito, oggi viaggio da sola o con pochissimi amici, che però devono essere molto cari e pochi per volta. Per me viaggiare è un’esperienza estremamente importante e privata.

In un mondo completamente noto (o almeno così si crede) che senso ha viaggiare?

Me lo domando spesso anch’io e lo domando spesso a chi è abituato a viaggiare. Il viaggio è sicuramente un’apertura verso l’esterno e non fa male a nessuno. Certo, non riesco a capire il viaggio distratto, quel tipo di viaggio che genera l’accumulo di posti visti (“sono stato qui, qui e qui…”) ma che non lascia nulla di realmente importante in memoria.

Oggi sarebbe possibile narrare una vicenda come quella delle personalità di cui lei narra o fanno parte di un mondo irrimediabilmente finito?

Si tende sempre a vedere al passato come a un periodo mitico in cui si facevano una serie di cose che ora sarebbero irripetibili. Sicuramente nei modi, il tipo di viaggio che narro è finito per sempre: le montagne più alte sono state raggiunte, i poli sono stati raggiunti. Tuttavia rimangono ancora tantissime vie alpinistiche da aprire, tanti posti da visitare lontano dalle folle, tante cose da fare. È tipico di ogni generazione credere “che al nostro tempo solo noi abbiamo fatto, solo noi abbiamo visto”. Chi cerca davvero e chi ha una grande passione che lo anima, può senza dubbio trovare grandissime cose da fare.

Nella sua produzione letteraria la montagna occupa un posto molto importante: qual è il suo rapporto con questo ambiente?

Il mio rapporto con la montagna è un rapporto di vita. Sono nata e cresciuta in città e in città mi muovo molto bene, ma da più di cinquant’anni vivo in montagna. Ho lasciato la città quando ho conosciuto mio marito, cittadino come me, ma guida alpina, l’ho lasciata, vivendo con lui per una dozzina d’anni tra vari rifugi. Poi, quando abbiamo deciso di fare una vita normale ci siamo fermati e io sono tornata in città, ma solo per lavorare. Oggi vivo a 1100 modesti metri d’altitudine, dove riesco a vedere il lago dalle prealpi lombarde. È un ambiente dove vivere bene, dove tutto è un po’ più scomodo, un po’ più difficile, ma un po’ più vicino all’essere umano.

Al festival coordinerà la tavola rotonda in memoria di Claudio Barbier: ha qualche ricordo particolare di lui?

Di lui ora non vorrei dire molto, perché vorrei parlarne con più calma e meglio in Vallarsa. Io direttamente non ho mai potuto conoscere Claudio Barbier. Quando ancora non mi ero trasferita in montagna, avevo provato a contattarlo, quando lavoravo a Bruxelles nella prima Comunità Europea, nel 1960 o 1961. Mi mancavano le arrampicate e mi avevano detto che in Belgio si arrampicava sulle Ardenne, in falesia, come da noi non si è fatto per altri trent’anni. Il nome che conoscevo era Claudio Barbier, ma al momento non era in Belgio e quindi ho potuto contattare il suo compagno di cordata. Questo è stato il primo nostro “non-incontro”, e poi non ho più avuto occasione per poterlo incontrare. Barbier era molto legato alle Alpi, in special modo alle Alpi Orientali, ma per ora non vorrei parlarne: è un argomento che mi emoziona molto e vorrei prepararmi a dovere, in particolar modo dopo aver conosciuto la sua compagna Anna Lauwaert. Vorrei che questo personaggio risaltasse soprattutto dalle memorie di chi ha vissuto con lui, piuttosto che dalla mia mancata conoscenza.

Che prospettive vede per un ambiente fragile come quello di montagna, teatro di vicende eroiche e ambiente vitale per numerose identità etniche in passato e ora fragile e esposto al rischio di scomparire o di diventare riserva indiana?

Le prospettive della montagna vanno di pari passo con quelle del resto del mondo. Tutto l’ambiente naturale è minacciato dall’uomo e dalla sua avanzata. Certo, la montagna secondo me ha più difese, è un ambiente che ha vita lunga, mentre noi abbiamo vita molto breve e se dovessimo andarcene, non ci metterebbe nulla a tornare come era prima che iniziassimo a colonizzarlo. Il problema ora come ora è riuscire a conservarlo per noi, per poterne ancora godere come si faceva un tempo, senza intaccarne le risorse fino all’esaurimento. Non si riuscirà mai a distruggere un ambiente naturale, lo si può solo rendere invivibile. Certo, una volta le montagne erano veramente il terreno di gioco dei pochi che potevano affrontarle, mentre adesso si deve convivere con una folla di alpinisti, più o meno professionisti. La sensibilità, comunque, è aumentata e sono convinta che dopo secoli l’uomo stia finalmente iniziando a capire come convivere con l’ambiente circostante.

Mirella Tenderini sarà presente al festival il giorno sabato 21 agosto 2010 e coordinerà la discussione in memoria di Claudio Barbier, con inizio alle ore 15.30 al Teatro Comunale di Sant'Anna.

mercoledì 11 agosto 2010

Annibale Salsa: una gradita sorpresa alla conferenza stampa

Annibale Salsa, ex- presidente del CAI, è intervenuto a sorpresa alla conferenza stampa di presentazione della manifestazione “Tra le rocce e il cielo” a Trento, parlando della spinosa questione dei toponimi.


“La problematica viene vista con una prospettiva del tutto sbagliata” ha affermato “si deve per prima cosa distinguere tra toponimi e luoghi di interesse. Se si parla di luogo di interesse per un turista, allora il cartello di segnalazione dovrà essere il più chiaro e completo possibile, scritto in più lingue in modo da venire incontro alle esigenze di quante più persone sia possibile. Tuttavia, se si parla di toponimi, è assurdo pensare di tradurli, soprattutto se non ne è mai esistita una versione del nome in un’altra lingua. Si farebbe un’assurdità, come è stato fatto durante il ventennio fascista in Val d’Aosta (dove subito dopo la caduta del regime i nomi sono tornati monolingua francese) o in Alto Adige. L’esempio e il modello da seguire è senza ombra di dubbio la Svizzera: lì vige il principio di area linguistica, in cui la lingua riconosciuta è quella parlata nel singolo paese e non nel cantone. In Svizzera non esiste bilinguismo, se non nei punti di contatto tra due enclave linguistiche (ad esempio nel cantone Vallese o Giura tra tedesco e francese o in Engadina tra romancio e tedesco), e si può trovare un paese italofono nel pieno di un cantone germanofono. Questo è secondo me l’unico modo per armonizzare le differenze: ognuno deve essere libero di parlare la lingua sua e dei suoi avi nel posto dove è nato, senza dover subire attacchi o forzature dall’esterno.”

Annibale Salsa sarà presente al festival nelle giornate di giovedì 19, per la tavola rotonda “Le nuove Alpi. Vivere in montagna oggi”, ore 17-19 (cui parteciperà anche Enrico Camanni, Spiro Dalla Porta Xydias, Geremia Gios e Marcello Mazzucchi) e venerdì 20 agosto 2010 per la conferenza “Cultura minoritaria e toponomastica”, ore 9-13 specificamente dedicata ai toponimi, promossa dall’Ufficio Minoranze Linguistiche della Regione Trentino Alto Adige.

martedì 10 agosto 2010

LA PROVA DEL FUOCO DI CARLO PASTORINO: IL RISCATTO DI UN LIBRO DIMENTICATO

In copertina: Carlo Pastorino e Salvatore Donzelli sul Monte Corno di Vallarsa, 1917.

Domenica 22 agosto 2010, alle 16,45 presso il Teatro Comunale di S. Anna di Vallarsa, nell'ambito della seconda edizione della manifestazione TRA LE ROCCE E IL CIELO, vedrà ufficialmente la luce la nuova edizione Egon di Emanuela Zandonai Editore del libro LA PROVA DEL FUOCO, dello scrittore CARLO PASTORINO, con postfazione letteraria del prof. Francesco De Nicola, e postfazione storica del dott. Gregorio Pezzato.


Figlio di contadini, nato nel 1887 a Masone, sull’Appennino ligure, Carlo Pastorino trascorse quasi un anno, dal luglio 1916 alla fine di aprile del 1917, sul Monte Trappola, alle pendici del Corno Battisti di Vallarsa. Riuscì ad attraversare le prove durissime cui lo sottopose la guerra con occhio chiaro e profondamente umano e a restituirne un racconto limpido e asciutto nella sua opera LA PROVA DEL FUOCO.

Pubblicato per la prima volta nel 1926, il romanzo ricevette un’accoglienza calorosa da parte della critica, al punto che Giovanni Titta Rosa lo definì il più bello di quanti ne avesse letti sulla guerra e Giuseppe Prezzolini lo adottò come testo di lettura per i suoi corsi universitari alla Columbia University di New York. In tempi più recenti, Mario Isnenghi presentò i testi di Pastorino come "libri del ritorno dalla guerra alla pace".


Ma il successo di pubblico fu perfino più appassionato, tanto che il libro totalizzò, nell’arco di sessant’anni, una trentina di edizioni, l’ultima delle quali risale al 1989, per i tipi delle edizioni Marietti, ben presto andata esaurita. Dopo di allora il romanzo non era stato più ristampato, finendo così in questi ultimi anni per cadere in dimenticanza.


Ora, finalmente, dopo quasi trent'anni, LA PROVA DEL FUOCO torna a vedere la luce: "vibrando con la medesima forza dei capolavori di Fenoglio e Rigoni Stern, le sue pagine ci restituiscono le cose vere e della guerra nella loro cruda, eloquentissima essenza." (Simone Rizzo)

TRA LE ROCCE E IL CIELO 2010: CONFERENZA STAMPA di presentazione del programma

Mercoledì 11 agosto 2010 alle ore 11.00, presso la sala della Fondazione CARITRO, in via Calepina n. 1 a Trento, si svolgerà la CONFERENZA STAMPA di presentazione della manifestazione TRA LE ROCCE E IL CIELO 2010 (Vallarsa, 19-22 agosto prossimi).

Saranno presenti, oltre agli organizzatori Fiorenza Aste e Mario Martinelli, anche alcuni dei protagonisti della seconda edizione del festival:
• Iva Berasi, Direttrice della neonata Accademia della Montagna della Provincia di Trento:
• Egidio Bonapace, Presidente del TrentoFilmFestival, e della sopra citata Accademia della Montagna;
• Bepi Magrin, colonnello degli Alpini, alpinista, storico, scrittore;
• Carlo Martinelli, scrittore, caporedattore all'Ufficio Stampa della Provincia Autonoma di Trento;
• Andrea Nicolussi Golo, scrittore, collaboratore dell'Istituto Culturale Cimbro di Luserna;
• Luigi Zoppello, giornalista, poeta, caporedattore di Rovereto del quotidiano L'Adige.

Seguirà un breve rinfresco.

MONTURA E TRA LE ROCCE E IL CIELO: NASCE UN SODALIZIO DESTINATO A DURARE NEL TEMPO


L’associazione culturale TRA LE ROCCE E IL CIELO è lieta di annunciare la collaborazione con MONTURA, la nota casa di attrezzatura e abbigliamento per la montagna, che sarà sponsor tecnico della manifestazione TRA LE ROCCE E IL CIELO 2010.

MONTURA EDITING sarà presente al FESTIVAL TRA LE ROCCE E IL CIELO dal 19 al 22 agosto, installando un tepee al Baitel Dei Orsi, in località Riva di Vallarsa, per sostenere la vendita dei libri di FAUSTO DE STEFANI.

Il ricavato sarà interamente devoluto a sostegno del progetto RARAHIL, che si occupa della costruzione di una scuola a Kirtpur in Nepal, sotto l’egida della Fondazione Senza Frontiere.

FAUSTO DE STEFANI sarà presente alla manifestazione e illustrerà il progetto nella giornata di Sabato 21 agosto; nel pomeriggio di sabato 21 agosto parteciperà alla commemorazione di Claudio Barbier, presso il Teatro Comunale di S. Anna di Vallarsa.

domenica 8 agosto 2010

Andrea Nicolussi Golo: identità cimbra ieri e oggi

Abbiamo raggiunto telefonicamente Andrea Nicolussi Golo, al lavoro al Centro Culturale Cimbro di Luserna, dove lavora come consulente alle comunicazioni. Gli abbiamo chiesto cosa significhi essere cimbro oggi, e come possa questa identità sopravvivere e trovare nuove basi in un mondo interconnesso e vissuto sempre più rapidamente.

Nel suo libro "Guardiano di vacche e di stelle", edito da Biblioteca dell'Immagine, racconta storie semplici di gente comune, dando uno spaccato della vita della comunità cimbra, a Luserna e non solo. Oggi cosa vuole dire essere cimbro?

Non è facile rispondere a questa domanda. Non viviamo fuori dal mondo, quindi anche noi siamo stati raggiunti dai prodotti della globalizzazione, dalle “cineserie”. Forse quello che ci distingue è l’aver capito prima di altri che questa strada è un vicolo cieco. Siamo abituati da almeno quarant’anni ad essere sotto la lente di ingrandimento: proprio per questo ci siamo accorti prima di altri che non ci sono più identità particolari, o meglio, che tutte le identità particolari stanno morendo. Noi ci siamo resi conto molto prima dei veneti, ad esempio, ormai ridotti alla “civiltà dei capannoni”, di cosa significasse il processo di appiattimento che era in atto e abbiamo puntato i piedi, non volendo finire come loro. Ora essere cimbri significa avere una maggiore consapevolezza della propria identità particolare, un'identità un po’ diversa dalla massa. Che sia un bene o un male, questo non si può dire a priori, ma di sicuro la consapevolezza di questa differenza ci forma come gruppo. Ed è una diversità evidente, altrimenti non avremmo conservato una lingua così differente da chi ci circonda a nemmeno dieci chilometri di distanza. In un mondo sempre più appiattito, essere cimbri significa quantomeno sperare di poter coltivare una identità particolare, con tutto ciò che questo comporta.

Quale è stata la sua esperienza di vita a Luserna? È stata molto diversa dalle vite che ha raccontato nel suo libro?

Naturalmente scrivere è una mediazione tra la realtà e cosa stai scrivendo. Però ovviamente quello che ho vissuto è fondamentale per la costruzione del libro. Come hanno detto altri prima di me, uno scrittore scrive e riscrive sempre lo stesso libro, quello della sua vita. Nel libro ci sono moltissime vicende di fantasia, ma c’è contemporaneamente moltissimo di ciò che ho vissuto realmente nella mia infanzia. Negli anni ’60 si viveva ancora come si viveva negli anni ’30 e ’40: i miei ricordi coincidono molto con quelli di mio suocero, come se ci fosse una linea temporale continua, senza rotture. Fino a pochi anni fa le macchine si contavano sulle dita di una mano, la televisione in casa mia è arrivata all’inizio degli anni ’90, e in altre case poco prima, il riscaldamento centralizzato c’è da nemmeno vent’anni… Ovviamente non dico che fossero bei tempi, erano senza dubbio tempi difficili e non so se mi piacerebbe riviverli, ma senza dubbio la vita di un abitante di Luserna era molto simile a quella raccontata nel libro. Un po’ come il racconto “L’undicesimo comandamento”, in cui la legna era uno dei beni primari, ciò da cui dipendeva la sopravvivenza all’inverno di una intera famiglia. Non era assolutamente come oggi, che se resti senza legna puoi usare stufe a gasolio o comprare altra legna. Al tempo stufe a gasolio non ce n’erano e la legna non te la vendeva nessuno. Questo genera una serie di comportamenti che leggendone ora sembrano lontanissimi nel tempo, ma che in realtà sono continuati fino a trenta- quarant’anni fa.

Le storie che racconta nel libro sono in prevalenza ambientate qualche decennio fa: sarebbe possibile ambientare storie simili in un mondo come quello attuale o c’è stato uno strappo?

Senza dubbio ora non sarebbe più possibile. C’è stato uno strappo culturale enorme e insanabile. Alla fine degli anni ’70 c’è stata una cesura netta nella vita di montagna: basta pensare che fino al ’78-’79 a Luserna ci saranno state si e no cinque macchine, mentre ora invece, come nel resto d’Italia, ogni nucleo familiare ne ha due, quando anche non tre o più. Pensare di poter ricostruire un bel mondo antico che è finito e non può tornare è assurdo. Il mondo cammina con le proprie gambe e non è possibile fermarlo. Certo, magari ci vorrebbe un po’ più di etica nel fare certe cose…

La speranza di vita, soprattutto in posti difficili come la montagna, si è nettamente elevata. La qualità ha fatto altrettanto o si è perso qualcosa?

Non si può dire che si sia perso qualcosa in termini di qualità. È una vita completamente diversa rispetto al passato, questo sì. Qui ormai la vita corre a ritmi europei. In passato sicuramente non si viveva nel modo migliore possibile, visto il notevole fenomeno di emigrazione che ha interessato queste zone. Oggi senza dubbio Luserna è diventata un paese come molti altri, con ritmi simili al resto d'Italia, con tutto il bene e il male che questo comporta. Forse per i giovani qualcosa può essersi perso in termini di qualità, ma non saprei dire in cosa. In ogni caso Luserna rimane ancora una realtà differente rispetto alle città, continuo a vedere bambini che crescono giocando in strada senza che ci sia una particolare necessità di tenerli sotto controllo. Certamente il passato e il moderno sono due modi di vivere completamente e radicalmente differenti, che difficilmente possono essere messi a confronto, in particolare se si deve parlare di qualità di vita.

Nel mondo attuale, sempre più interconnesso, che spazio può trovare un giovane cimbro o appartenente ad un’altra minoranza etnica così ridotta?

Attualmente sembra che l’aumento di attenzione, legislativo in primis, incominci a sortire gli effetti sperati, dando all’identità cimbra spazi di vita “reali”, ricreando e aumentando l’interesse per la conservazione della lingua e delle tradizioni. C’è un ritorno all’attenzione per molte usanze e tradizioni che fino a dieci anni fa era quasi completamente sparita. Non a caso è proprio la fascia di età compresa tra i 15-16 anni e i 25-30 ad essere quasi completamente priva di conoscenze per quanto riguarda la lingua e le tradizioni cimbre, perché era figlia di un tempo in cui si credeva che nell’arco di pochi anni, o al massimo decenni, tutti i particolarismi sarebbero scomparsi definitivamente. Ora i bambini di 4-5 anni hanno genitori che ricominciano a parlar loro in cimbro, e c’è una consapevolezza differente riguardo alla propria identità, che non è più vista come un peso di cui liberarsi, ma come un’opportunità, anche lavorativa, perché no? Io stesso sono tornato a Luserna per lavorare all’Istituto Cimbro. Si stanno aprendo delle nuove strade, ci sono nuove famiglie e nuove nascite che sembra possano garantire la continuità della comunità. Forse è proprio questa la forza di un’identità particolare: essere sempre in grado di superare i momenti di crisi per poter rilanciare la propria esistenza fondandola su sempre nuove basi.

Quali sono le prospettive di conservazione delle usanze e della lingua cimbre? Esiste una modalità di rilancio di usanze, tradizioni, lingua che permetta di farle vivere di vita propria senza chiudersi in se stessi, rifiutando il mondo della modernità e della città?

Luserna, lo dico con cognizione di causa, a differenza di altre minoranze etniche, non ha mai impostato la sua autocoscienza sulla base di un rifiuto di tutto quello che la circondava. È chiaro che è un piccolo paese e una piccola comunità, il che fa sì che ci siano dinamiche anche di chiusura, ma il fatto di essere una cerniera tra l’anima italiana e quella tedesca ha contribuito all’apertura di vedute dei componenti della comunità. A Luserna ci sono sempre state molte famiglie italiane che non hanno mai parlato il cimbro, i cui componenti magari si sono sposati con elementi della comunità cimbra e i cui figli hanno poi scelto la lingua predominante a seconda di quelle che erano le dinamiche interne del nuovo nucleo familiare. Quello che vorrei si capisse è che Luserna non ha conservato la sua lingua e le sue usanze perché si è chiusa in sé stessa o perché era isolata, ma anzi, la forza e la capacità di sopravvivenza dell'identità cimbra secondo me deriva dal fatto che si sia sempre messa in gioco. Chiunque venga a Luserna viene accolto il più calorosamente possibile. E sono certo che l rinascita della lingua e delle tradizioni sicuramente non impediranno alla comunità di essere aperta e propositiva. Le priorità della nostra comunità sono le stesse di quelle di altre comunità montane trentine: il miglioramento dei collegamenti con i paesi vicini, l’arrivo di internet ad alta velocità… Senza dubbio vogliamo vivere come “Luserni” con la nostra lingua e le nostre tradizioni, ma ben inseriti in questo mondo e aperti a ciò che può offrire di buono. Le tradizioni non implicano il rifiuto dell’altro o la chiusura, anche se si può dire che in altre comunità di minoranza o in altre situazioni possano essere state usate in maniera strumentale e per scopi differenti dalla tutela di un'identità.

È possibile sfruttare i mezzi che la modernità mette a disposizione (internet, televisione, ecc.) per garantire la sopravvivenza di particolarismi etnici o rappresentano una minaccia?

Minaccia assolutamente no. Sono mezzi che devono essere usati con coscienza di causa e con intelligenza. Sono senza dubbio un mezzo molto potente per dare risalto e attenzione ad una minoranza. È un po’ quello che stiamo cercando di fare noi come Centro Culturale: abbiamo istituito il sito del Centro Documentazione di Luserna, con una rassegna stampa molto accurata concentrata sui temi di interesse della comunità cimbra. Abbiamo il nostro telegiornale e la nostra pagina sull’Adige ogni due settimane. Sono tutte cose molto utili e importanti, che cerchiamo di usare nel miglior modo possibile. Certo, non è solo questo il modo per salvare una comunità e una lingua. Una lingua si salva e si tramanda solo se i genitori accettano di parlarla regolarmente con i loro figli. Il nocciolo rimane comunque e sempre la famiglia, che è la base di qualsiasi consapevolezza di identità. Noi abbiamo una ottima legge, la legge provinciale 6/2008, ma è chiaro che la mancanza della scuola o del parroco a Luserna sono difficoltà aggiuntive, ma se l’identità è salva, si possono trovare modi per risolvere tutte queste problematiche. Tutto ciò che c’è attorno all’identità è importante e serve a mantenere alto il livello di attenzione, ma non è sicuramente perché c’è un telegiornale in cimbro che si parlerà il cimbro. L’identità deve essere vissuta nella pratica di tutti i giorni, perché si possa mantenere viva e attiva. Sarebbe fantastico poter uscire dal meccanismo tipico di questo periodo storico dell’utile come unico pregio: magari sarà la cosa più inutile del mondo, conservare le proprie tradizioni e la propria lingua, ma sicuramente è molto, molto bello!

Come si immagina la vita di un cimbro fra trenta anni? Sarà possibile per le minoranze etniche dell’arco alpino superare la sfida contro l’omologazione?

Proprio qualche settimana fa, parlando a proposito di quello che si sta facendo non propriamente a Luserna, ma comunque sull’altopiano (dove nascerà la nuova Comunità di Valle), ho detto che quando si fanno certe cose si deve immaginare come sarà il mondo fra cinquant’anni e chiedersi cosa vorrei io fra cinquant’anni per la mia comunità. Voglio un dormitorio di Trento? Una Disneyland per i turisti? Io sono maestro di sci, che da trent’anni è forse l’attrazione principe per la montagna, ma siamo proprio sicuri che tra altri trent’anni si scierà ancora? Basare la propria economia su un’unica cosa è un grave errore. È giusto e valido aggiungere il turismo alle risorse di un territorio, ma devono esserci coloro che lavorano con il bosco, che producono i prodotti tipici di una zona, che aprono negozi anche al di là della necessità del turista. Penso che se gli amministratori per primi acquisiscono una nuova sensibilità e una nuova visione delle cose capendo che non si può diventare una Disneyland in mezzo ai monti, questo aiuterà a stimolare e conservare le identità. Il turismo non è una cosa brutta, è il come viene gestito che è brutto: non si può fare un hotel a cinque stelle in mezzo al bosco. Io penso che chi decide di andare in un hotel a cinque stelle si aspetta di avere intorno una serie di servizi, non una pineta! Ci sono modi molto più dolci e migliori per gestire il fenomeno del turismo. Non sono assolutamente per lasciare tutto com’era, non sono un amante del “bel mondo antico”, però vorrei che vivere nel “bel mondo moderno” non significasse vivere in un parco giochi che schiacci le comunità montane e sfrutti fino all'osso il territorio. Io credo che un turista che viene in montagna si aspetti di trovare prodotti tipici e un modo differente di vivere. Se si potessero unire, in una nuova visione, le richieste del turista e le necessità delle comunità si potrebbe avviare un nuovo tipo di turismo che sia in grado di potenziare e non di distruggere i particolarismi. Ci sono segnali positivi in questo senso e io voglio sperarci, ma senza dubbio ci sono anche segnali molto pesanti in senso opposto. Non ho la sfera di cristallo e non posso sapere cosa succederà, ma mi piacerebbe vedere perdenti fra cinquant’anni proprio coloro che adesso pensano allo sfruttamento indiscriminato del territorio, e sono fiducioso sul fatto che la gente capirà la necessità di un cambio di comportamenti.

Andrea Nicolussi Golo sarà presente alla conferenza stampa di presentazione del Festival "Tra le rocce e il cielo" mercoledì 11 agosto alle ore 11.00 presso la sala della Fondazione CARITRO in via Calepina n.1 a Trento, a cui presenzieranno anche Iva Berasi, Egidio Bonapace, Bepi Magrin, Carlo Martinelli e Luigi Zoppello. Andrea Nicolussi Golo sarà presente anche durante il Festival il giorno venerdì 20 agosto alle ore 17.00 a Riva di Vallarsa al Museo della Civiltà Contadina, per la presentazione del suo libro "Guardiano di vacche e di stelle" edito da Biblioteca dell'Immagine.

TRA LE ROCCE E IL CIELO su QUI TOURING

Il portale internet del prestigioso TOURING CLUB ITALIANO dedica un bell'articolo al TRA LE ROCCE E IL CIELO, a firma di Piero Carlesi:

In Trentino, in Vallarsa, una vera festa della montagna

Le feste e i festival della montagna si sprecano in questo periodo: non c'è Apt, proloco, sezioni Cai che non organizzino manifestazioni varie per attirare turisti e appassionati. Tra le tante però desideriamo mettere a fuoco una particolare che si terrà in Vallarsa, una località trentina nei pressi di Rovereto, dal 19 al 22 agosto.

La particolarità che distingue questo appuntamento da tanti altri è data dai contenuti del programma dei quattro giorni, veramente denso di appuntamenti, conferenze, incontri letterari e dibattiti.
Parliamo di Tra le rocce e il cielo, un festival vero dove la montagna e i montanari sono i protagonisti, ideato e organizzato da due appassionati amici della montagna: Mario Martinelli e Fiorenza Aste. Il programma prevede giornate a tema: la giornata della vita in montagna, quella dedicata alle minoranze linguistiche, quella sull'arte della montagna e infine quella sulla storia...

Chi desiderasse leggere l'articolo per intero, lo trova a questo link

giovedì 5 agosto 2010

Macchie di neve

Un nuovo, delicato, sensibile racconto del guardiaboschi Giorgio Broz. Un nuovo fresco sguardo sull'infinito impercettibile mutare della natura, stagione per stagione.
foto Giorgio Broz. Tutti i diritti riservati.

Macchie di neve, di Giorgio Broz


La stagione era oramai già “avanti”, ma il freddo del mattino teneva abbastanza compatta la neve. Potevo comminarci sopra senza eccessiva difficoltà cercando di sovrapporre il mio passo a vecchie impronte già sformate, dove la neve si manteneva più dura. Dopo essere salito dal Pian delle Fugazze lungo una traccia che segue il tragitto che porta al Cornetto, ora attraversavo a mezza costa sull’altro versante della montagna. Tra una galleria e l’altra lungo il sentiero, il mio sguardo spaziava sui pascoli di Bovetal ed in lontananza anche verso Prà di Mezzo.
Di fronte a me le Piccole Dolomiti, maestose, sempre belle e ancora cariche di neve colorata del bianco sporco di fine inverno. Su di essa anche le tracce scure delle rumorose valanghe di fondo che raschiano la poca terra sui fianchi dei canaloni. La neve era già scomparsa nei tratti più ripidi e lasciava chiazze scure che contribuivano a creare il mosaico di bianco e nero che ridipingeva la montagna in questo cambio di stagione.
Questo tratto della mia valle è sempre speciale, da guardare, da salire, da ricordare. E’ uno sfondo naturale di grande bellezza, un paesaggio alpino che può sostenere qualsiasi confronto.
Più in basso i ripidi crinali carichi di boschi ancora neri e brulli aspettavano la fine dell’inverno per ricominciare un’altra stagione di verde. Anche attorno a me, alle pendici del Cornetto, i boschi erano un po’ piegati e anche loro aspettavano la buona stagione per rimettersi in piedi. Nelle vallecole verticali verso le Ganne e il Baffelan era raccolta ancora la neve delle valanghe, ultimo residuo dell’ inverno .
Sulle piante di faggio le gemme apparivano gonfie, più grosse dei rametti che le portavano ed appena il sole mi colpiva riscoprivo il tepore della nuova stagione. Un po’ più in basso, anche i tratti di prato liberi dalla neve erano ancora addormentati. Aspettavano la primavera e rinverdivano con lentezza.
L’ultima neve, oramai sporca e bagnata avrebbe avuto poca vita. Dall’alto del sentiero si vedeva che oramai era ridotta a chiazze. Un altro mosaico con le macchie di neve bianche destinate ad assottigliarsi, a restringersi di giorno in giorno. I cristalli di neve con le loro geometrie perfette ed eleganti, erano un ricordo lontano 5 mesi. Nel loro continuo mutamento, erano arrivati allo stadio finale. Alla lente del binocolo rovesciato, ora apparivano come palline rotonde riunite a grappoli che aspettavano solo di diventare completamente acqua assorbita poi dal terreno. Così bagnato, il verde ancora grigio e sporco dei prati ingrandiva sempre più.
Per ringraziare la primavera, la terra si ricopriva di un’altra bianca distesa e tratti di pascolo erano rivestiti da un mare ondulato di crocchi che seguivano il profilo del terreno.
I fiori bianchi osservati sullo sfondo scuro di qualche depressione, sembravano risplendere di luce propria e nella loro semplicità creavano angoli di suggestiva bellezza. Per la fretta di farsi vedere, alcuni fiori spuntavano direttamente dalla neve.
Dal fondo della valle, a vista d’occhio, saliva il verde delle nuove foglie. Verde di diversa intensità, di diversa tonalità per differenti specie di piante. Però sempre verde vita, verde speranza di una nuova stagione. Nella sua salita verso la montagna il verde rincorreva la neve e la neve si ritirava gradualmente, lasciandosi assorbire dal terreno sempre meno freddo. Certe mattine, appariva ancora un velo di ghiaccio sulle pozzanghere e la neve faceva la crosta. Erano gli ultimi colpi di coda del signore del freddo non ci stava a cedere il passo. Anche sotto questo velo di freddo, nelle zone non più ghiacciate delle pozze d’alpeggio le rane avevano già deposto migliaia di uova. Di li a qualche giorno sarebbe stato un brulicare di girini che avrebbe fatto muovere e rivivere la pozza che altrimenti sembrava piatta e senza vita.
La buona stagione stava arrivando e indietro non si poteva tornare. Davanti a me una striscia di neve invitava a lasciarmi scivolare verso i pascoli della malga, sulla via del rientro. Ma ero ancora lassù, con lo zaino a terra mi guardavo attorno e dall’alto del sentiero non mi decidevo a scendere. La schiena accaldata fumava al sole e si respirava già primavera.

Un vento fatto di aria nuova, si muoveva salendo da sotto il sentiero fischiando leggermente tra i mughi. Un fischio diverso, più dolce e delicato di qualche tempo prima, asciugava il sudore e mi accarezzava il viso con dolcezza.
Le mezze stagioni hanno pochi ammiratori e del gran numero di escursionisti dell’estate, ora nessuno passava ad osservare questi luoghi in cambiamento.
Non più solo il silenzio dell’inverno sulle macchie di neve dei pascoli, ma ora un continuo cinguettio di innumerevoli uccelli. Persino troppo il rumore perché potessi ascoltare il “soffio” di un gallo forcello che quel mattino aveva deciso di far sentire il suo solitario richiamo d’amore.
Mentre cercavo di dividere i suoni, ha iniziato a cantare un cuculo. Subito dopo un altro, non lontano da me. Lo vedevo sulla punta di una pianta e si gonfiava prima di cantare e sembrava voler schiacciare il piccolo larice. Il canto di un terzo cuculo ha dato inizio ad un vero concerto. Da tre diverse posizioni ai bordi del pascolo, i canti si rincorrevano, si aspettavano e si sovrapponevano con ritmi e tonalità diverse. Una composizione musicale unica per questo improvvisato trio. Qualche istante da mettere tra le cose originali, belle da ricordare, probabilmente irripetibili.
Ripensavo con un po’ di nostalgia agli stessi luoghi immersi nella quiete dell’inverno. Ripensavo alle mie camminate, quasi sempre solitarie accompagnate dal silenzio che solo quassù si riesce ad ascoltare. Mi accorgo che è un po’ più di “un po’ di nostalgia”, anche se adesso dovrò abituarmi alla nuova stagione. Lo devo fare anche perché non ho altra scelta, perché sicuramente arriverà, perché è sempre stato così.
Ancora una volta cercherò per il prossimo periodo qualche cosa di speciale, qualche cosa che mi sappia stupire. Cercherò qualche pezzetto di primavera da guardare anche con gli occhi del cuore. Cercherò di trasformare questi momenti in immagini da ricordare da vedere e da rivedere. Un doveroso omaggio all’antico, ma sempre nuovo e meraviglioso miracolo della natura.
Un momento di pausa e di riflessione in questo nostro tempo fatto di un continuo rincorrersi di stagioni e per noi un continuo abituarsi e riabituarsi alle stagioni. Nella nostra vita loro occupano un arco temporale ben definito e volere o no sono sempre uguali.
E’ invece il nostro tempo che sembra andare più veloce e finisce per scapparci tra le dita consumandosi come le macchie di neve al sole.
Forse è proprio perché non è più legato alle stagioni o forse perché sappiamo che dopo ogni stagione … ce ne resta un po’ di meno.

lunedì 2 agosto 2010

Armando Aste: la scalata come elevazione morale.

Siamo andati a trovare il grande alpinista Armando Aste (1926) a casa sua, a Rovereto, e gli abbiamo fatto una breve intervista a proposito della sua concezione dell'alpinismo e della sua straordinaria e intensa carriera di scalatore, tra le Dolomiti e la Patagonia.



Lei definisce la fede in Dio l’unica vera ricchezza che possiede: in che rapporto si pone tale fede con l’alpinismo?

Per me l’alpinismo è stato una valvola di sfogo, un mezzo per realizzarmi. Nelle montagne vedo un mezzo di elevazione, qualcosa che aiuta a “far pensieri alti” per dirla in parole povere…

Per lei cosa significa, nel senso più profondo, conquistare la cima di una parete?

La conquista è sempre dentro di noi. Una scalata è sempre un’azione di ordine morale, poi ognuno di noi, con le sue radici, i suoi valori, i suoi compagni di scalata e il suo vissuto, la carica di differenti significati. Per me è sempre stata una ricerca di bellezza, di gioia, un modo per elevarmi, per pensare a ciò che è sopra di noi.

Ha mai vissuto momenti di difficoltà tali da mettere in discussione la sua fede?

No, la mia fede non ha mai vacillato. Sono sempre convinto che quello che faccio, lo posso fare perché Dio me lo concede. Non determina le nostre azioni, ci lascia fare quello che vogliamo fare, in totale libertà, e tutto quello che noi facciamo lo facciamo proprio per questo, perché ci è concesso di poterlo fare.

Cos’è cambiato nell’alpinismo dai suoi tempi? Invidierebbe qualcosa di un alpinista moderno (attrezzatura, possibilità di praticarlo in maniera professionale con preparazione fisica mirata, visibilità ottenibile) o è andato perso qualcosa senza che ci sia stato un contraccambio?

Gli alpinisti di oggi sono figli del loro tempo, come noi lo eravamo del nostro. La storia dell’alpinismo è come una scala, ognuno ci mette il gradino successivo. Non invidio nulla agli alpinisti di oggi, perché se fossi nato sessant’anni dopo avrei usato anch’io gli stessi equipaggiamenti che usano loro e sarei stato figlio di questi tempi, ma non è stato così! Ogni cosa va inquadrata nella sua epoca: era meglio Coppi o Merckx? Ognuno era il migliore nel suo tempo, paragonarli è inutile, oltre che impossibile. Quello che si è perso nell’alpinismo è la poesia, questo si. Siamo nel periodo del tecnicismo puro, senza più nessun tipo di trascendenza, di valori spirituali affiancati all’atto sportivo.

C’è qualcosa che si sente di dover dire agli alpinisti contemporanei, qualcosa che ritiene particolarmente importante, da tenere sempre a mente?

Consigli non posso darne, siamo tutti limitati, unici e irripetibili. La montagna ti insegna chi sei tu, quindi non è possibile dire ad altri chi siano, devono essere loro a scoprirlo. Certo, se uno ha la fede, non ci sono fratture nella storia, mentre se uno rimane attaccato solo alle cose materiali, rimane limitato solo al suo tempo e non può capire quello che lo ha preceduto e quello che lo seguirà.

Ha una preferenza particolare per un grande alpinista della storia? Si è mai ispirato a qualcuno come modello ideale?

Certo, ho avuto molti modelli. Uno dei fari della mia formazione è Hermann Buhl, l’austriaco, anche perché era molto vicino al mio modo di pensare. Era un grandissimo alpinista, avanti vent’anni rispetto ai suoi contemporanei, e poi mi sentivo molto in sintonia con la sua fede. Ho avuto tanti altri modelli, come Armando Biancardi, Spiro Dalla Porta Xydias, Marino Stenico.

Quando e per quale motivo ha deciso di smettere di scalare? Rimpiange qualcosa della sua carriera di alpinista (cime non scalate per motivi non dipendenti da lei, ecc.)?

Ho smesso di scalare nel 1985, quando si è ammalato mio fratello. Colpito da meningite virale, dato per morto, ha vissuto altri 23 anni, e io ho deciso che era molto più importante stare vicino a lui, e poi a mia moglie, che non continuare a scalare. Si deve fare una graduatoria di valori, nella vita. L’alpinismo mi ha dato tanto e mi ha aiutato a realizzarmi, come non avrebbe mai potuto fare il lavoro alla manifattura tabacchi. Ma la prima cosa e più importante è l’amore vero, poi la famiglia, la condivisione con gli altri, tutte cose che vengono molto prima dell’alpinismo. Per quello che riguarda i rimpianti, è inutile pensarci, i desideri sono sempre superiori alle capacità di realizzazione pratica. Se dovessi dirne uno, avrei voluto fare il Cerro Torre. Avevo lasciato tutto il mio materiale da scalata in Patagonia, in attesa dell’estate australe, poi mio fratello si ammalò il 10 di settembre e tutto il mio materiale è rimasto là…

Di tutte le sue conquiste alpinistiche, quali sono quelle che lei giudica più importanti?

Sono stato fortunato, per le mie disponibilità economiche. Ho potuto fare molte meno cose rispetto ai miei contemporanei, ma di grandissima qualità. Forse la prima scalata seria è quella che mi ha dato di più in termini di emozione. Era la cima di Prato Fiorito nel Gruppo di Brenta. Ma la mia prima scalata in assoluto al di fuori delle palestre è stata il Baffelan, qui nelle Piccole Dolomiti, che allora era il non plus ultra, per gli alpinisti della zona, nel 1947. Poi tengo molto alla salita al Campanile Basso, la mia prima cordata, e alle cime della Patagonia. E grazie alle scalate ho potuto conoscere tanti grandi alpinisti e avere rapporti epistolari con loro. Il mio prossimo libro sarà proprio una raccolta di queste lettere, un progetto che ha voluto fortemente mia moglie.

Di Barbier ha un ricordo particolare?

Ho un bellissimo ricordo di Barbier, eravamo in quel periodo entrambi all’apice delle nostre carriere e avevamo anche un riconoscimento internazionale. Ci siamo conosciuti e siamo diventati amici: ho quindici lettere sue nel mio archivio e le conservo con affetto. Abbiamo certo avuto anche dei contrasti: eravamo differenti, sia come estrazione sociale sia come modo di essere. Era un ragazzo che sembrava sempre trasandato, come molti in quel periodo, ma aveva possibilità finanziarie per poter viaggiare e rimanere mesi nei luoghi di scalata. Io no, dovevo prendermi permessi dal lavoro non pagati e rientrando dei soldi solo grazie ai finanziamenti privati del CAI di Monza. È solo grazie a loro, e ai soldi di Fossati Bellani, che sono potuto andare in Patagonia.

Sente come una mancanza il non poter salire più su di una vetta?

Certo, la mia scelta mi è costata, ma quando le ho fatte, le ho fatte anche con gioia. Noi alpinisti siamo tutti degli egoisti. Quando mia madre mi preparava il caffè d’orzo e il pane e lardo per la scalata, non diceva mai nulla, ma si vedeva che era sempre in pena per me, e così anche mio padre che continuava a dirmi “Resta a casa, che è meglio!”. Ma allora non vedevo l’ora di andare. Le cose più importanti si capiscono sempre dopo, quando è troppo tardi…

Oggi qual è il suo rapporto con la montagna?

Oggi vivo di ricordi. E mi danno ancora dei momenti di gioia, tutti questi ricordi, ripensando a quello che ho fatto. E poi ci sono i momenti in cui pensi che è un gran peccato morire, perché anche se dall’altra parte c’è Dio che ci aspetta, la vita è sempre una cosa meravigliosa pur con tutte le sue difficoltà!