lunedì 22 agosto 2016

Simone Cristicchi, "Ci resta un nome"

Si è concluso con lo spettacolo di Simone Cristicchi “Ci resta un nome” il Festival “Tra le rocce il cielo” 2016. Uno show ideato dal cantante appositamente per l’occasione e per il luogo in cui si è tenuto, alla Campana dei Caduti, che ha reso l’evento ancora più suggestivo ed emozionante.




I caduti di tutte le guerre: questa la tematica trattata all’interno dell’evento di Cristicchi, che ha recitato e cantato con alle spalle il panorama della Vallagarina, illuminata dalle luci notturne. Esattamente sopra di lui la splendida campana Maria Dolens forgiata a memoria dei caduti, colando il bronzo dei cannoni di tutte le nazioni che avevano partecipato alla Grande Guerra.




Cristicchi ha iniziato presentandosi sul palco con la divisa del nonno caduto durante la Grande Guerra e l’evento e i pezzi sono stati dedicati a persone morte durante eventi bellici della storia recente: la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza, l’esodo degli italiani istriani. Lo spettacolo è stato arricchito dalla presenza del Coro Pasubio, che ha cantato molti brani con Cristicchi, ricevendo un applauso particolarmente scrosciante con l’esecuzione congiunta di “Signore delle cime”.



La serata non era iniziata con le migliori prospettive: la pioggia non ha dato tregua fino all’ultimo e si temeva che questo potesse complicare non di poco la buona realizzazione dell’evento. Ciò nonostante, il pubblico non ha tardato ad arrivare, provvisto di ombrelli, giacche a vento e coperte per fronteggiare il freddo, il vento e la pioggia. Nel giro di poco più di un’ora l’anfiteatro si è riempito quasi del tutto e le sedie che erano state appositamente posizionate ai piedi delle scalinate sono state tutte occupate. Oltre mille persone hanno sfidato e fronteggiato le condizioni meteorologiche poco promettenti. A dieci minuti dall’inizio dello spettacolo il cielo si è schiarito e ha regalato una meravigliosa serata notturna, che ha accompagnato la serata per tutta la durata dello spettacolo.



I ringraziamenti per la buona riuscita della serata vanno all'Accademia della Montagna, al Comune di Vallarsa, al Comune di Rovereto, alla Fondazione Opera della Campana dei Caduti.

sabato 20 agosto 2016

Ci resta un nome | Spettacolo alla Campana dei Caduti | Info tecniche



Scommettiamo sul tempo! Domani lo spettacolo "Ci resta un nome" con Simone Cristicchi e il Coro Pasubio si svolgerà alla Campana dei Caduti con inizio alle 21.15.

Non è possibile riservare posti, se volete essere sicuri di trovare spazio vi consigliamo di arrivare al Colle Miravalle con anticipo tenendo conto anche delle difficoltà relative all'esiguità dei parcheggi e della necessità di mettere in preventivo anche una decina di minuti da fare a piedi per raggiungere gli ingressi.

I cancelli d'accesso apriranno alle 20.00.

Il car pooling ci aiuterà a contenere il numero di veicoli e l'ordine.









Il corpo del nemico e Ci resta un nome


Una conferenza, lo spettacolo con Cristicchi e il Coro Pasubio, un’escursione, la presentazione dei libri e la caccia al tesoro per bambini a Forte Pozzacchio
in programma il 21 agosto

E’ incentrata sul tema del corpo del nemico l’ultima giornata di Tra le rocce e il cielo – festival della montagna vissuta con consapevolezza –.  
Domenica 21 agosto alle 15, al Teatro S. Anna, ci sarà la conferenza IL CORPO DEL NEMICO. ESPOSIZIONE E RAPPRESENTAZIONE DAL BRIGANTAGGIO ALL’ISIS.
La conferenza prende spunto dall’omonima mostra esposta fino al 31 agosto al Teatro Tenda di Raossi sul corpo del nemico e la sua immagine, utilizzati come strumento di propaganda e di rivendicazione.



Dai briganti uccisi e fotografati in Italia nella seconda metà dell’Ottocento alle più recenti esecuzioni degli ostaggi dell’ISIS trasmesse via internet, il corpo del nemico e la sua immagine riprodotta – in fotografia o in video- diventano documenti da interpretare, poiché la violenza sul nemico e l’immagine riprodotta dell’atto come degli esiti di questa violenza, rappresentano spesso delle messe in scena per ammonire, denigrare, spaventare chi guarda. Non basta uccidere il nemico, perché la violenza, per chi la compie, deve assumere valore comunicativo verso chi guarda, verso chi riprende, verso chi è presente o verso il pubblico di quelle immagini.
Alla conferenza, coordinata da Nicola Spagnolli e Francesco Filippi curatori della mostra, interverranno storici, giornalisti e ricercatori: Gustavo Corni, docente di storia contemporanea all’Università di Trento; Raffaele Crocco, giornalista e direttore di Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo;  Lucio Fabi, storico e consulente museale; Giorgia Proietti, docente di Storia Greca all’Università di Trento.

Un’escursione partirà da Valmorbia e arriverà a Forte Pozzacchio dove dalle 9 si potrà visitare l’interno della fortificazione con Acr il Fortee dalle 10.45 i bambini potranno scoprire eventi e luoghi della Grande Guerra attraverso indovinelli e facili enigmi. Dettagli sul laboratorio.


Alle 11, a Forte Pozzacchio Nicola Spagnolli, dialogando con gli autori presenterà:
          "54 giorni del cuore delle Alpi” di Gianluca Gasca
          “La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna 1915-1918” di
          "Reduci trentini prigionieri ad Isernia. 1918-1920" di Luciana Palla. 

Alle 16.45 al Teatro S. Anna, a cent’anni dall’arrivo di Carlo Pastorino sul Monte Corno Battisti, saranno presentati le riedizioni de La prova del fuoco e La prova della fame a cura di Maria Teresa Caprile. Presentano Maria Teresa Caprile e Francesco De Nicola







La sera, alle 21.30, alla Campana dei Caduti ci sarà lo spettacolo di chiusura.


La guerra e i suoi caduti. Le guerre passate e quelle in corso, e gli esseri umani che in questi conflitti hanno perso le loro vite. Sarà questo il tema della prima assoluta dello spettacolo “Ci resta un nome”, che vedrà in scena Simone Cristicchi come cantante e attore, nel suggestivo anfiteatro della Campana Dei Caduti con il Coro Pasubio di Vallarsa.


Lo spettacolo andrà in scena alle 21.15

Mato de Guera al Tendone di Riva.


La terza giornata del Festival “Tra Le Rocce e il Cielo” si conclude con lo spettacolo teatrale “Mato de Guera” scritto da Gian Domenico Mazzocato e portato in scena da Gigi Mardegan presso il Circolo Lamber di Riva di Vallarsa.
        La performance di Mardegan ha coinvolto il pubblico in un percorso emotivo e introspettivo sull'inesauribile follia e stupida della guerra. Merito della potenza comunicativa dell'attore e della lingua, un veneto rude e schietto, gli spettatori hanno potuto vivere e rivivere la storia di Ugo, che, vittorioso combattente della Prima Guerra Mondiale, si trova perdente e sopraffatto dai postumi del conflitto che lo trascinano in una baratro di follia e disperazione.
          Ugo si salva dalla battaglia, ha vinto il nemico e difeso la Patria ma si ammala gravemente, il suo corpo e la sua mente cadono a pezzi sotto la più atroce delle malattie, quella per cui difficilmente si trova cura, la memoria. Ugo allora cerca di rimuovere e dimenticare e si rifugia nel baratro della follia più cieca. Affronta i suoi fantasmi cercando di annegarli in una nebbia in cui perde se stesso e la sua storia.
            La storia prende vita sul palco nell'anno del Signore 1935, di Ugo è rimasto ben poco e lo troviamo internato nel manicomio di Sant'Artemio nei pressi di Treviso. Lì Ugo conosce un dottorino giovane e alle prime armi che lo cura, che gli mostra la strada per la guarigione, strada tra le più atroci e strazianti, ricordare e ricordare senza compromessi. Ugo allora dirada la nebbia e abbandona la follia, che rimarrà comunque parte di sé perché la follia è parte intrinseca dell'individuo e ricorda, ricorda tutta e non tralascia nulla. Parla, racconta e ripensa.
          

            “Mato de Guera” è un pugno allo stomaco, è un urlo disperato, è l'annichilimento dell'uomo davanti alla ferocia della guerra e alla barbiere del genere umano. È un ossario ambulante, che ricorda e parla, che non dimentica e testimonia la più inutile conquista dell'uomo. Come lupi in mezzo ai lupi, in un perpetuo cannibalismo ed autocannibalismo l'uomo fagocita per essere fagocito, combatte per vincere e per essere vinto.
            Lo spettacolo “Mato de Guera” chiude due giornate intense del Festival, la prima, quella delle Lingue Madri, incentrata sul tema della donna nei conflitti armati e la seconda, quella della Vita di Montagna, incentrata sui temi dei confini e delle frontiere.
            Come solo l'arte sa fare, con la sua immediatezza e profondità, la pluripremiata opera di Mazzocato ha portato agli occhi e alle orecchie degli spettatori riflessioni su temi, quanto mai contemporanei, come la sofferenza e la crudeltà nei conflitti, lo strazio dei superstiti e il dramma di proproprofughi e sfollati.

profughi e sfollati.


Confine o Frontiera? 20 agosto 2016.



La terza giornata del Festival “Tra le rocce e il cielo”, la giornata della vita di montagna è stata dedicata interamente al tema del confine e del limite. Anche la terza giornata del Festival ha avuto una doppia anima, con un occhio attento al territorio e un altro rivolto alle dinamiche globali e internazionali.
            Il concetto di confine, sia inteso come quello naturale dell'arco alpino, sia inteso come quello politico dei confini nazionali e sovranazionali è stato indagato e discusso nella sua duplice e controversa anima: confine che unisce e mette in contatto comunità diverse e barriera che divide e impedisce che il noi entri in contatto con il voi.
            L'intensa giornata di studio e riflessione ha visto avvicendarsi sul palco innumerevoli esponenti della politica, delle politiche sociali e della società civile che nei vari ambiti di esperienza hanno constato come il confine sia ancora, oggi più che mai, argomento di dibattito che porti a schierarsi e a contrapporsi.
            Davide Allegri, geografo e storico dell'Università di Trento e assegnista di ricerca del progetto “Cartografia  e confini della Provincia di Trento” ha discusso il ruolo economico e sociale delle creste alpine e analizzato la dicotomia tra barriere naturali e confini politici.
            Annibale Salsa, antropologo e direttore scientifico di Accademia della Montagna, ha poi tracciato la storia dell'arco alpino fra cerniera e barriera, fra spazio aperto e poroso e muro fra stati nazione, e di come questo abbia inciso sulla cultura, lingua, usi e costumi delle genti di montagna.
            Roberto Louvin, docente di diritto costituzionale comparato ed ex presidente della Valle d'Aosta, ha parlato di governo ed autogoverno dello spazio di confine. Se da un lato il diritto si pone come disciplina universale e astratta, esso ha “fame” di confini e di frontiere in quanto deriva la sua efficacia dalla sovranità dello stato nazione.
            Marco Stolfo, politologo all'Università di Udine e redattore della rivista Nazioni e Regioni, ha aperto la riflessione ad un'analisi più complessiva dello scenario europeo, di come l'Europa sia messa in discussione dall'emergere di nuovi confini, come nel caso della Brexit o della crisi del Brennero, ma anche di come nuovi regionalismi come quello scozzese possano ridare nuova linfa al sogno europeo, senza i sogni di grandeur tipica degli stati nazione.
           
            La seconda parte della mattina ha affrontato il tema di come la montagna si inserisca nei processi globali di migrazione di uomini e di globalizzazione economica. Giorgio Conti, direttore scientifico degli Archivi della Sostenibilità di Ca' Foscari, ha introdotto e coordinato il dibattito, a cui hanno preso parte Fabrizio Zara di Maso Covel, la giornalista e cineasta Maria Fiano e il fotografo free-lance Federico Sutera.
            Maria Fiano e Federico Sutera hanno presentato il loro lavoro di fotoreporter che li ha condotti a rappresentare la vita dei migranti e dei profughi a Calais, Idomeni e Riace.

            Fabrizio Zara, invece, ha mostrato la sua esperienza di ritorno alla montagna, con Cristina Campagna con la ristrutturazione di Maso Covel, prima in stato di abbandono. In questo maso oggi vengono coltivati piccoli frutti, verdura ed erbe officinali e aromatiche in maniera completamente naturale e con qualità di assoluta eccellenza.
            I contributi di questa parte della giornata hanno mostrato una montagna diversa dallo stereotipo di immobilità, e di staticità, e che un rilancio è possibile con l'ingegno e la capacità di mettersi in discussione.

            Il pomeriggio, infine, ha parlato di come le realtà di confine siano investite dall'impatto delle migrazioni, oggi più che mai impetuoso. Andando oltre l'idea che questa rappresenti una crisi momentanea, tutti gli interventi si sono concentrati sui lati strutturali delle migrazioni.
            Maurizio Tomasi, dell'associazione Trentini nel Mondo, ha mostrato come la retorica dell'invasione, con cui spesso si descrivono le migrazioni, sia falsa e ipocrita, soprattutto per terre come il Trentino che sono state a lungo luoghi di emigrazione.
            Andrea Anselmi, di Medici Senza Frontiere, ha parlato delle forme e dei limiti dell'accoglienza italiana, e del modo in cui Medici Senza Frontiere cerca di aiutare i migranti e i richiedenti asilo, dalle operazioni search and rescue, in cui mette a disposizione tre navi, all'accoglienza medico-ospedaliera, al trattamento post-acuto, al supporto psicologico.
            Riccardo Pennisi e Raffaele Crocco, rispettivamente dell'Aspen Institute e dell'Atlante dei Conflitti e delle Guerra, hanno parlato delle cause delle migrazioni, e della risposta data dall'Europa fino ad oggi. In particolare, si è criticata la mancanza di strategia e di visione di lungo periodo della classe dirigente europea attuale.
            Ozlem Tanrikulu, dell'Ufficio di Informazione sul Kurdistan in Italia (UIKI) ha parlato dell'esperienza concreta dei curdi al confine turco-siriano, e di come comunità diverse come curdi, armeni, turcomanni, arabi ed altro ancora abbiano trovao un modo innovativo di vivere e convivere in una realtà di confine.
            Ha concluso la giornata il Senatore Francesco Palermo di Bolzano, membro della task force di Euregio sui rifugiati. Con lui abbiamo parlato di come le collaborazioni transfrontaliere abbiano il potenziale per andare oltre i confini e realizzare un'Europa più integrata, ma dall'altro ha sottolineato come l'attuale tensione con l'Austria, soprattutto per via delle imminenti elezioni presidenziali, possa limitare il dispiegarsi di queste potenzialità.


            La giornata si è poi conclusa con lo spettacolo “Mato de Guera”, pluripremiato in 7 festival nazionali e 27 fra locali e regionali, al tendone di Riva.

La guerra negli occhi delle donne




La seconda giornata del Festival “Tra le Rocce e il Cielo” si è conclusa con la conferenza “La guerra negli occhi delle donne”, a cui hanno partecipato le due scrittrici Antonia Arslan e Francesca Melandri. L’evento è stato coordinato da Annibale Salsa. Vista la grande partecipazione all'evento, è stato necessario attrezzare una seconda sala con uno schermo al primo piano della Fondazione Caritro, per poter permettere a tutti gli interessati di assistere alla conferenza.



Per iniziare la riflessione sui conflitti del Novecento vissuti dalle donne, le due autrici hanno parlato dei rispettivi libri che, sebbene trattino argomenti e epoche storiche molto differenti, sono profondamente accomunati nei contenuti. Antonia Arslan, scrittrice di origini armene, è celebre per “La masseria delle allodole, nel quale tratta il genocidio perpetrato dall’Impero ottomano ai danni del popolo armeno durante la Prima Guerra Mondiale; “Eva dorme”, scritto dalla sceneggiatrice Francesca Melandri, tratta di una madre che deve crescere da sola una figlia; la storia è ambientata nell’Alto Adige degli anni Cinquanta, per arrivare fino ai giorni nostri: terra difficile, molto attaccata alle tradizioni e poco partecipe ai cambiamenti politici dello stato. 
I due libri sono connessi da un’unica tematica attuale e delicata: il concetto di identità, sul quale la conferenza si è poi incentrata. Le riflessioni delle scrittrici hanno fatto emergere come questo concetto sia fondamentale per la creazione di uno spirito di appartenenza e come, allo stesso tempo, esso sia frutto di una maturazione che può avvenire in secoli di storia.
Sebbene il concetto di identità all’interno dei due libri sembri vertere principalmente su radici di tipo politico e geografico, Arslan e Melandri hanno fornito un’ulteriore lettura.  Le donne assumono un ruolo fondamentale in entrambe le opere. Mentre gli uomini erano eliminati dai Turchi, le donne e le bambine avevano la possibilità di mettersi in salvo, sebbene fossero costrette ad attraversare il deserto. Il futuro del popolo è messo in mano al genere femminile, che detiene dunque i mezzi di salvare, per quanto possibile, ciò che rimane della minoranza armena, sottolineando l’orgoglio della propria dell’identità e appartenenza in un momento storico così difficile. In “Eva dorme” la storia è fatta e composta proprio da due donne, dalle difficoltà di una madre ad affrontare una gravidanza da sola in un contesto attaccato alle tradizioni, di dover recarsi al lavoro anche durante il nono mese di gravidanza.
La conferenza ha sottolineato dunque che, per quanto il concetto di “identità” sia stato riferito a un ambito principalmente etnico o politico nel corso dei secoli, è necessario trattare anche un’identità di genere, sempre più importante e presente all'interno del mondo contemporaneo.



Martina Marcolini

venerdì 19 agosto 2016

L'Elmo di Atena. Donne e conflitti armati dal Novecento ai giorni nostri

La seconda giornata del Festival “Tra Le Rocce e il Cielo” ha visto protagoniste le donne coinvolte nei conflitti armati del presente e del passato. Il convegno “L’Elmo di Atena” durante la sessione pomeridiana, nella splendida cornice del teatro Sant’Anna di Riva di Vallarsa, impreziosito dalla mostra fotografica sull’Afghanistan di Carla Dazzi, ha visto gli interventi di cinque protagoniste d’eccezione che hanno portato la loro testimonianza raccontando come la donna durante i conflitti non sia esclusivamente vittima designata ma anche, e soprattutto, motore inesauribile di cambiamento e resistenza.  


Il convegno è iniziato con il complesso intervento di Bruna Bianchi, storica dell’università di Venezia, che ha analizzato la figura femminile nel primo conflitto mondiale sotto vari aspetti creando un filo diretto con il convegno mattutino e gettando un ponte con il presente e con la contemporanea situazione di genere. Come ha sottolineato la studiosa, la violenza, sia essa diretta, strutturale o istituzionale è frutto della natura misogina e maschilista della società, di un imperante visione patriarcale che si concretizza in una sorta di cannibalismo di genere che fagocita la donna in ogni settore sociale.
La donna nel conflitto, nel pensiero dominante e propagandistico, trova la sua ragion d’essere e la sua identità solo se impegnata in attività collaterali e di supporto all’azione dell’uomo. Tutto l’intervento della professoressa Bianchi, invece, è stato volto a sottolineare la complessità, eterogeneità e importanza della donna come attore sociale impegnato nella salvaguardia della società civile e nel gettare le basi per la ripartenza nel dopoguerra.
All’intervento della professoressa Bianchi sono seguiti quello di Ozlem Tanrikulu, presidentessa di UIKI-Onlus, quello della blogger italo-siriana Asmea Dachan, quello della fotografa e attivista Carla Dazzi e quello della giornalista Cristiana Cella.
L’intervento di Tanrikulu ha presentato la storia e l’attività delle donne kurde impegnate nella resistenza civile e militare volta alla difesa e al riconoscimento della loro identità e del loro territorio, una terra, come ha detto la stessa Tanrikulu, che non esiste per nessuno, sottolineando come l’identità kurda sia costantemente minacciata e contrastata.



L’intervento di Asmea Dachan ha presentato la situazione di conflitto che negli ultimi anni sta insanguinando la Siria. Ha raccontato la nascita di organizzazioni femminili di autoaiuto nei campi profughi in Turchia, associazioni informali e non riconosciute che vedono le donne impegnate ad aiutare le altre donne nei campi per fornire aiuti di natura sanitaria e assistenziale.



Carla Dazzi e Cristiana Cella, entrambe membri del CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghanistan) hanno raccontato la lenta e inesorabile distruzione di un Paese che dura da circa 40 anni. Hanno raccontato come le Ong afgane con cui collabora il CISDA (Hawca, Opawc, Afceco, Rawa e Saajs) lottino a fianco delle donne, fin dai campi profughi in Pakistan successivi all’invasione russa degli anni ’80, per l’emancipazione femminile, i diritti umani, la giustizia tradizionale e la tutela e la difesa dalla violenza sociale e domestica.



Le relatrici, nella tavola rotonda che è seguita ai loro interventi di apertura, sono convenute su come la condizione della donna durante i conflitti armati e nella società civile dei dopoguerra sia sostanzialmente rimasta invariata nel tempo. Anzi, rispetto al Primo Conflitto Mondiale, le guerre che lo hanno susseguito hanno manifestato una recrudescenza nei confronti dei civili e dei più inermi in primis, donne e bambini.  






L'Elmo di Atena: Donne e Grande Guerra nelle Valli Alpine


La mattina si è concentrata sui contributi di numerosi studiosi riguardo al ruolo della donna durante la prima guerra mondiale. Dalle testimonianze raccolte, il ruolo della donna emerge come più complesso di quanto prima si pensasse: le donne si sono trovate, durante il conflitto, a svolgere per la prima volta ruoli prima di allora prevalentemente maschili.

Dall'estrazione di materiale aurifero nelle miniere fino al contrabbando, passando dal pronto soccorso, le donne hanno ricoperto ruoli fondamentali per l'economia delle proprie comunità. Lo svolgimento di queste mansioni così  importanti ha portato ad una relativa emancipazione e maggior autonomia della donna all'interno dei propri territori. Emancipazione, però, relativa perché, da un lato gli uomini che non combattevano mantenevano in vita una società patriarcale. Inoltre, molti datori di lavoro costringevano alle dimissioni le donne assunte quando i reduci tornavano dal fronte, relegando nuovamente le donne in ruoli di pura economia domestica.

Pur nel dramma del conflitto, la donna è riuscita a riscattarsi da quella figura indifesa, passiva e bisognosa di protezione che la retorica della propaganda di guerra ha costruito in quegli anni.

Confini, frontiere, immigrazioni. Ecco il programma del 20 agosto






A cent'anni dall'ultimo momento in cui il nostro territorio ha rappresentato la frontiera fra Stati in guerra, le Alpi si scoprono di nuovo divise fra cerniera e barriera e fra luoghi e flussi nell’economia e nella società globali.

Per questo sabato 20 agosto, nella giornata che il Festival Tra le rocce e il cielo – in Vallarsa - dedica alla vita in montagna, protagonista sarà il convegno Confine o frontiera?




La mattina, al Teatro di S.Anna, con il contributo di antropologi, geografi, giuristi e politologi, si concentrerà in special modo sulla storia delle Alpi come luogo di flussi e di scambi, di complessità e di convivenza, prima che il sorgere degli stati nazione tracciasse linee di separazione nette. Confrontando l’esperienza italiana con altri casi europei, si cercherà di capire come ripensare gli spazi di confine in modi nuovi, tali da rendere nuovi incontri e nuove convivenze possibili.

Si parlerà di come vi siano in Italia esperienze di ripopolamento e rilancio degli spazi di montagna - ad esempio Riace in Calabria - grazie all’apporto fondamentale di migranti e rifugiati.




Il pomeriggio, invece, metterà in relazione il nostro territorio con il fenomeno epocale delle migrazioni, alla luce della nuova importanza che sta rivestendo il Brennero in questi mesi. Partendo dalla consapevolezza storica del passato di emigrazione del Trentino, si analizzeranno le cause e le conseguenze delle migrazioni, e si cercheranno di proporre modi nuovi in cui le aree di confine come la nostra possano giocare un ruolo attivo nel creare cooperazione, convivenza e scambio fra culture.


La giornata sarà aperta da un’escursione sui vecchi cippi del confine Austro-Italiano presso l’Alpe di Campogrosso organizzata dalla Sat di Vallarsa.

E ci sarà una caccia al tesoro per scoprire i confini per bambini e ragazzi progetto del Piano di Zona Giovani Punto in Comune.





Ugo Vardanega è uscito dal primo conflitto mondiale con la mente sconvolta dall’orrore della guerra e la sua vita di reduce folle/saggio si divide tra la sua miserabile attività commerciale e i ricoveri forzati al Sant’Artemio, quando la sua follia riaffiora in maniera incontrollabile…

È questa la storia che verrà messa in scena la sera, alle 21, al Tendone di Riva di Vallarsa. Lo spettacolo Mato de Guera è stato ideato e scritto da Gian Domenico Mazzocato e diretto da  Luigi Cuppone, e vede in scena in un lungo emozionante monologo l’attore Luigi Mardegan.

Jerzy Kukuczka: Filmati e Memorie.


La prima giornata del Festival si è conclusa con l'intervento di Celyna Kukuczka, moglie del celebre alpinista polacco Jerzy Kukuczka, assieme a Filippo Zolezzi, Mario Corradini e Elio Orlandi.

Jerzy Kukuczka è stato il secondo alpinista al mondo (nonchè il primo polacco) a scalare tutti e quattordici le vette sopra gli 8.000 metri. Noto non solo per la sua impresa, ma anche per il suo modo di vivere l'alpinismo, impresa che non doveva essere compiuta sotto le luci della ribalta, ma vissuta attraverso un atteggiamento di profonda umiltà e crescita interiore.


La serata si è articolata in due fasi: dopo una breve introduzione sulla personalità e sulla vita di Jerzy sono stati proiettati due brevi documentari. Il primo video inerente la vita dell'alpinista, durante la quale egli ha scritto numerose pagine storiche dell'alpinismo: ad esempio, egli ha aperto dieci nuove vie per vette oltre gli 8.000 metri fra cui quella, mai ripetuta, sul K2, ed effettuato quattro ascensioni in inverno. Il secondo filmato, invece, ha parlato delle sue scalate, fino a quella tragica, conclusasi il 24 ottobre del 1989 con la sua morte.


La serata si è conclusa con un invito a riscoprire l'alpinismo di ricerca di cui Kukuczka si è reso protagonista e portavoce, in modo che i valori dell'alpinismo non vadano perduti.