martedì 9 ottobre 2012

LA MOSTRA "TRASFORMAZIONI - UOMO E PAESAGGIO NELLE VALLI DEL LENO" DAL 118° CONGRESSO SAT ALLA FIERA DI S. LUCA


La mostra TRASFORMAZIONI - UOMO E PAESAGGIO NELLE VALLI DEL LENO, prodotta da Tra le Rocce e il Cielo e Accademia della Montagna del Trentino, a cura di Isabella Salvador e Marco Avanzini del Museo delle Scienze di Trento, dopo essere stata esposta dal 29 settembre al 6 ottobre al 118° congresso della SAT, presso il Teatro Valle dei Laghi, si sposta ora di nuovo in Vallarsa.
Sabato 13 e domenica 14 ottobre infatti sarà visitabile a Parrocchia di Vallarsa, in occasione della Fiera di S. Luca.

martedì 2 ottobre 2012

IL CORRIERINO VA AL CASTELLO: 6 OTTOBRE - 4 NOVEMBRE 2012


Il Museo della Guerra di Rovereto ospita la mostra LA GRANDE GUERRA DEL CORRIERE DEI PICCOLI, 1914 - 1919, nata da un’idea di Gregorio Pezzato e curata da Nicola Spagnolli, storico e ricercatore; il progetto grafico è di Lucia Marana.
La mostra, il cui progetto è stato sviluppato e realizzato dall'associazione Tra le Rocce e il Cielo e da Accademia della Montagna del Trentino, è stata presentata nel corso dell'ultima edizione del Festival della montagna vissuta con consapevolezza TRA LE ROCCE E IL CIELO, che ha avuto luogo in Vallarsa tra il 31 agosto e il 2 settembre 2012.

Il Corrierino, così viene comunemente chiamato il settimanale per l’infanzia del Corriere della Sera pubblicato dal 1908, fu una lettura di riferimento per diverse generazioni di bambini e ragazzi italiani. Durante la prima Guerra Mondiale venne utilizzato come strumento per educare i giovani alla guerra.
La mostra racconta come il giornalino per ragazzi più famoso di Italian utilizzò storie illustrate, articoli  e rubriche per "mobilitare alla guerra" anche i più piccoli.

«Accanto alla propaganda irredentista contro il nemico tedesco il Corriere dei Piccoli - spiega il curatore della mostra Nicola Spagnolli - punta a una pedagogia della guerra e del sacrificio. I bambini, per la prima volta nella storia, vengono considerati parte attiva della comunità. Per questo i più piccoli vengono educati a comportarsi bene, frenare il loro entusiasmo monellesco e accettare i sacrifici e le privazioni senza lamentarsi. Diventano così componente fondamentale per la tenuta del fronte interno».

Orari di visita
Dal 6 ottobre al 4 novembre 2012
Dal martedì alla domenica | 10.00 – 18.00

Per informazioni
Museo Storico Italiano della Guerra - onlus
Via Castelbarco 7  Rovereto
tel  0464 438100
info@museodellaguerra.it
www.museodellaguerra.it

domenica 23 settembre 2012

GRANDE SUCCESSO “TRA LE ROCCE E IL CIELO” 2012


L’edizione 2012 del festival della montagna “TRA LE ROCCE EIL CIELO” è stata davvero spumeggiante. Nonostante la pioggia non abbia risparmiato i quattro giorni della manifestazione sono state numerosissime le persone che hanno partecipato al Festival all’ombra delle Piccole Dolomiti, che si è svolto in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre 2012.

Grandissimo successo hanno avuto tutte le serate in programma nelle quattro giornate - dedicate all’arte della montagna, alle minoranze linguistiche, alla storia e alla vita di montagna - a partire da quella sulla “Gioia dell’andar lenti” che ha visto confrontarsi davanti a un pubblico di oltre quattrocento persone un gruppo di pazienti viaggiatori: Davide Sapienza, Alessandro De Bertolini, Valentina Musmeci, Gigi Zoppello e Margherita Hack (intervenuta in video conferenza). Il pubblico ha potuto porre domande alla Hack, che ha spaziato nei suoi interventi dal racconto dei suoi viaggi in bicicletta al commento sull’utilità dell’alata velocità.

Numeroso e appassionato anche il pubblico per i due concerti serali, quello jazzmer degli Ziganoff di Renato Morelli e quello dell’Orchestra popolare delle Dolomiti, che ha riportato alla vita antichi balli ormai perduti. Un’ottima partecipazione anche per lo spettacolo dedicato alla costruzione della diga di Speccheri, “La diga è una cosa meravigliosa”, scritto da Zoppello e diretto da Mariano De Tassis, che ha messo in scena il dialogo fra i figli di coloro che negli anni ’50 costruirono la grande opera ingegneristica; un emozionante tuffo nel passato, grazie alla presenza scenica degli attori, alle musiche degli anni ’50 suonate dal vivo, e agli spettacolari effetti luminosi di De Tassis.

Frequentatissimo da un pubblico composto anche da molti giovani l’incontro dedicato alla prima scalata italiana all’Eiger, che ha visto gli alpinisti – Gildo Airoldi, Armando Aste, Andrea Mellano e Franco Solina - confrontarsi insieme ad Alessandro Gogna sull’impresa  a cinquant’anni dalla storica conquista della vetta. Si è trattato di un incontro vivace, ricco di memoria viva, capace di consegnare ai giovani il testimone di un alpinismo appassionato, lontano dai tecnicismi e dalla smania di record.

Seguitissime anche  le riflessioni sulle possibilità di convivenza tra i grandi carnivori  e l’uomo sulle Alpi, che hanno indagato sul cauto ma diffuso procedere del neoruralismo sui nostri monti, ed hanno cercato soluzioni concrete che permettano ai nuovi pastori di convivere col ritorno di orsi e lupi; così come molto partecipata è stata la presentazione di uno dei nuovi sentieri dedicati alla Grande Guerra dell’associazione Pasubio 100 anni.

Molte emozioni ha regalato il suono dolce e penetrante del corno delle Alpi, che ha accompagnato dai prati di Bruni i canti dei Cantori di Vermei, gruppo corale che con la potenza delle otto voci in campo ha fatto risuonare la Vallarsa di sonorità arcaiche ormai dimenticate; e hanno emozionato anche i racconti degli scrittori, tra cui il premio Campiello 2012, Carmine Abate. Anche la rassegna di film ha radunato un nutrito pubblico, che ha coinvolto gli autori in dibattiti intensi e prolungati a conclusione della visione delle opere proposte.
Le numerose mostre, pittoriche, fotografiche, quella sulla guerra raccontata ai ragazzi nelle pagine del Corriere dei piccoli o su come si faceva il formaggio una volta, la mostra documentaria sulla storia della diga di Speccheri curata dalla Fondazione Museo storico di Trento e quella sulle mutazioni del paesaggio nel tempo realizzata con la collaborazione del Museo delle scienze di Trento sono state molto visitate, e i commenti lasciati sul libro dei visitatori hanno evidenziato un elevato gradimento da parte del pubblico. Le mostre sul paesaggio, sul Corriere dei Piccoli e sulla diga di Speccheri proseguiranno il proprio viaggio, girando per il Trentino e nelle regioni vicine nell’arco dei prossimi mesi.

Un gruppo di appassionati si è cimentato nel laboratorio di antiche danze popolari, e un gruppo di temerari non ha rinunciato, nonostante il maltempo, alle escursioni in programma: molto seguita quella alla diga di Speccheri, come pure l’uscita sulla prima linea di Foppiano.
Elevata e attenta è stata la partecipazione anche per gli eventi dedicati a un pubblico che si potrebbe definire di nicchia. Molto positivi sono stati i commenti dei partecipanti al convegno dedicato al paesaggio e alle sue trasformazioni nel rapporto con l’uomo, e a quello sulle minoranze linguistiche “Piccole scuole, piccole lingue”.

La novità degli argomenti trattati, la grande varietà e la qualità degli eventi proposti; è riuscita a portare in Vallarsa un pubblico proveniente da tutta l’alta Italia, ma anche dal centro e dalle zone Alpine della Francia e della Svizzera.
Una schiera di interessati che ha scelto di passare in Trentino qualche giorno per approfondire argomenti di estrema attualità.
Un segno tangibile che il festival, giunto quest’anno alla sua terza edizione, si sta muovendo sulla strada giusta.

Con la preziosa collaborazione di un gran numero di enti e associazioni di Vallarsa e dell’intero territorio provinciale, “Tra le Rocce e il Cielo” è diventata una realtà profondamente radicata in Trentino,  e grazie anche al lavoro di uno staff giovane, attivo e propositivo sia nell’organizzazione che nella gestione degli eventi, che ha affiancato gli instancabili direttori artistici Fiorenza Aste e Mario Martinelli, sta diventando sempre più grande.

E mentre ancora si lavora alla manifestazione appena conclusa l’organizzazione pensa già alla prossima edizione in cui si cercherà di proseguire nella riflessione, attenta e fuori dalle tendenze di moda, sui grandi temi che riguardano la montagna: sulle sue trasformazioni ambientali, climatiche, sociali, economiche, ecologiche.

«“Tra le Rocce e il cielo” vuole essere un festival della vita in montagna, attento a osservare con concretezza la realtà, e a renderla visibile e leggibile per tutti, cercando di coinvolgere la gente nell’elaborazione di strategie e prospettive per progettare un futuro migliore – spiega Fiorenza Aste -. Una grande festa della montagna, fatta di natura, ambiente, bellezza, passeggiate, laboratori, arte, tradizioni e novità, dove chiunque ami la montagna nei suoi molteplici aspetti può trovare qualcosa che gli assomiglia».
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

lunedì 17 settembre 2012

TRA LE ROCCE E IL CIELO 2012: IMMAGINI.

ISABELLA SALVADOR: TRASFORMAZIONI - UOMO E PAESAGGIO NELLE VALLI DEL LENO


Al festival della Montagna TRA LE ROCCE E IL CIELO c'è stata TRASFORMAZIONI – UOMO E PAESAGGIO NELLE VALLI DEL LENO, una mostra realizzata da Isabella Salvador e Marco Avanzini del Museo delle Scienze di Trento. Di cosa parla questa mostra?
La mostra vuole mettere in evidenza come e quanto è cambiato il paesaggio delle Valli del Leno e quali sono stati i fattori che hanno determinato le grandi trasformazioni territoriali. La comparazione di immagini del passato e odierne rende bene l'idea di quanto i versanti vallivi, i terrazzamenti attorno agli insediamenti, i pascoli d'altura siano stati occupati negli ultimi decenni dal bosco. La strutturazione antropica del territorio per colture e fasce altimetriche, prodotto del secolare lavoro delle popolazioni locali, è stato rapidamente cancellato a seguito della dismissione delle tradizionali pratiche agro-pastorali. Il non uso dei campi coltivati, dell'alpe, dei prati da sfalcio ha determinato il rapido avanzare del bosco, che ha sommerso non solo i terrazzamenti e le radure pascolive, ma anche la storia e l'identità delle comunità locali.
In che modo il paesaggio fotografa e mantiene la traccia di queste trasformazioni?
Il paesaggio che noi oggi vediamo non è solo uno sfondo di cartolina. I luoghi dove noi viviamo tengono memoria e ci possono raccontare una storia lontana. Un esempio possono essere le tracce che ha lasciato la prima guerra mondiale: le trincee che segnano tutta l'area del Pasubio sono sicuramente una delle manifestazioni più evidenti di come la Storia rimanga saldata ad un territorio, anche a distanza di un secolo. Ma il paesaggio di queste valli può raccontarci vicende storiche ancora più antiche, fatti accaduti molto prima della Grande Guerra. Basti pensare ai terrazzamenti che strutturano i pendii delle valli dal Leno fino a circa i 1000 metri di quota, oggi nascosti sotto la vegetazione, ma fino a qualche decennio fa ben visibili; questi ricordano la prima grande trasformazione del territorio montano ad opera dei roncatores bavaro tirolesi richiamati in questi luoghi per strappare alla selva lembi di terra coltivabile. Anche le tracce immateriali, che attengono alla dimensione della memoria, raccontano di un tempo in cui i toponimi erano strettamente legati alle forme e ai modi d'uso del territorio. Parole derivanti dall'antica lingua cimbra, come Biser (prato), Acher (terreno coltivabile), Raut (terreno disboscato), ... ancora oggi utilizzati da chi vive in questi luoghi per identificare precisi contesti territoriali, tengono inconsapevolmente memoria  della prima fase della costruzione del paesaggio antropico.
Hai studiato la storia delle malghe del Pasubio. Perché Trambileno, che ha all’interno dei suoi confini amministrativi ben 16 malghe, oggi ne possiede solo una?
L’anomalia del comune di Trambileno ha origine innanzitutto dalla particolare conformazione geomorfologica delle Valli del Leno. I territori montani di Trambileno che si aprono tra la valle di Terragnolo e quella di Vallarsa, caratterizzati da ampi pianori, erano ideale per il pascolo del bestiame, mentre i ripidi versanti dei due comuni, dove si erano arroccati i piccoli nuclei abitati, venivano lasciati a bosco (dove le coltivazioni non riuscivano a produrre) e sfruttati per la silvicoltura. La carenza di aree pascolive all’interno dei propri confini rendeva i pascoli di Trambileno molto appetibili sia per Terragnolo che per Vallarsa. Ecco perché per secoli le 2 comunità hanno lottato per il possesso di queste aree.
L'origine della spartizione delle malghe risale alla metà del 1400. I beni di Guglielmo di Lizzana, con l’arrivo dei Veneziani nel 1416, furono messi a pubblica asta: tra i suoi possedimenti c'erano anche i vasti pascoli del Pasubio, che in parte furono acquisiti da signori vicentini (i Vello, i Cerri, i Sbardellati,…) e in parte dalle comunità, che iniziarono così a consolidare una propria indipendenza. Con la cacciata della Serenissima dal Trentino (1509), gli accordi stipulati per la partizione di questi monti saltarono. In seguito, infeudazioni e compravendite causarono litigi tra le comunità. Le sentenze si protraevano per secoli. Da un estimo del 1627 risulta che Trambileno possedeva ancora gran parte delle sue malghe. Ma dal Catasto teresiano del 1792 a Trambileno rimaneva solo l’alpe Fratielle. La maggior parte dei pascoli erano stati “spartiti” tra Vallarsa e Terragnolo.
La leggenda narra che Trambileno avrebbe venduto le sue proprietà per pagare il salato conto delle nuove porte della chiesa di S. Mauro a Moscheri, ricostruita nel 1780. Ma gli atti ufficiali dicono altro: verso la metà del Settecento il comune di Trambileno era debitore di grosse somme di denaro nei confronti di quattro nobili. La comunità decise di saldare il debito cedendo ai creditori alcune delle sue malghe. A quell’epoca molte erano già state vendute. La cessione riguardò gli ultimi suoi beni, cioè Valli, Costoni, Corona e Monticello; Trambileno riuscì a salvare Fratielle. I nobili, che ormai abitavano nei grandi centri abitati del fondovalle, non avevano diretto interesse a curare la gestione dei pascoli. Pochi anni dopo misero quindi all’asta le malghe acquisite. Terragnolo comprò malga Valli, Costoni e Corona, Vallarsa malga Monticello. Questa suddivisione, che data 1769, è sopravvissuta fino ad oggi.
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

mercoledì 12 settembre 2012

I VIDEO VINCITORI DEL CONCORSO “RACCONTA LA TUA MONTAGNA – DENTRO IL PAESAGGIO”


Il paesaggio, il modo di viverlo, la sua cura, la sua valorizzazione. E’ il tema trattato dai video ce hanno partecipato alla prima edizione del concorso di video “Racconta la tua montagna – Dentro il paesaggio” organizzato dall’Associazione culturale “Tra le Rocce e il cielo”.

Tra i videoclip che hanno tutti come soggetto il paesaggio di montagna, preso in esame da uno qualsiasi dei molteplici punti di vista possibili: paesaggio fruito dal punto di vista estetico, percorso attraverso passeggiate naturalistiche, raccontato nella sua profondità temporale attraverso il rapporto con la storia, documentato attraverso la testimonianza della cura, della manutenzione e del recupero, vissuto attraverso memorie e ricordi, mediato attraverso il filtro della letteratura e della poesia si è aggiudicato il primo premio “Lessinia un mondo suggestivo” di Giorgio Pirana: “Film narrativamente ben strutturato, che racconta la storia di un luogo di montagna, la Lessinia, senza cedere a sentimentalismi e luoghi comuni pittoreschi.  La voce fuori campo accompagna le immagini realizzate con tecnica sapiente e conduce lo spettatore in un viaggio spazio-temporale nel paesaggio  vissuto e modificato dall’ abitare dell’uomo” lo ha definito la giuria del concorso composta da Renato Pezzato, Danilo Pezzato, Walter Lorenzi e Lucia Marana.
Il secondo premio è andato ex aequo a “Il monte analogo” di Ivan Ianniello e Marco Pandini e a “Nuova Zelanda” di Nancy Paoletto. Il primo “una riflessione sul tema della Grande Guerra, colpisce per il procedere narrativo scandito dalla sovrapposizione di immagini attuali realizzate nei luoghi che portano le tracce della guerra con immagini d’epoca. Le scelte tecniche e linguistiche appaiono appropriate e funzionali al racconto”; il secondo è stato premiato perché “curato negli aspetti tecnici di ripresa e montaggio che sottolineano la spettacolarità del paesaggio neozelandese, combinata con il racconto dell’impresa alpinistica”.
Il terzo premio se l’è aggiudicato “Bisect 2012” di Matteo Vinti poiché “si distingue  per l’originalità e l’efficacia dell’installazione artistica che documenta, centrata sul tema dell’acqua”.

Ma non è tutto, oltre ai premiati la giuria ha dedicato una segnalazione speciale a un altro dei video in gara. Si tratta di “Aere et Nubilo.” di Ivo Pecile che ha proposto uno spettacolare video sulle nubi: “Composizione di immagini di nuvole in movimento molto suggestiva, realizzata con sapienza tecnica”.

Una segnalazione è andata anche al video di Silvia Mattedi, unica opera in concorso nella categoria dedicata agli studenti, “segnalato per aver raccontato, attraverso immagini, musica e parole il proprio modo di vivere la montagna con sguardo disincantato”.

Presto i video saranno pubblicati sul sito internet del festival www.tralerocceeilcielo.it.
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

domenica 9 settembre 2012

LE MOSTRE DI TRA LE ROCCE E IL CIELO

Le mostre di Tra le rocce e il cielo saranno visitabili ancora fino al 15 settembre.

Al Museo della Civiltà Contadina di Riva di Vallarsa sono visitabili  con orari 9 - 12 e 15.30 - 19 le mostre:       

TRASFORMAZIONI – UOMO E PAESAGGIO NELLE VALLI DEL LENO in collaborazione con Museo delle Scienze di Trento. A cura di Marco Avanzini e Isabella Salvador;

TOCHETI DI VALLARSA DI IERI E DI OGGI, mostra fotografica di Giorgio Broz;

LA GRANDE GUERRA DEL “CORRIERE DEI PICCOLI”, 1914-1919 a cura di Nicola Spagnolli, da un’idea di Gregorio Pezzato.

All'Hotel Genzianella di Bruni di Vallarsa invece sono visitabili su prenotazione, telefonando al  3341330576, le mostre:

MONTAGNA D’ESTATE. Mostra di pittura di Maria Stoffella

PICCOLE PERFEZIONI DI NATURA. Mostra di fotografia di Marco Angheben

FOTOGRAFIE, di Lucia Marana. Foglie, prati, paesaggi interiori.

lunedì 3 settembre 2012

MARGHERITA HACK, LA TAV e IL PAESAGGIO A TRA LE ROCCE E IL CIELO



«L’alta velocità non serve a nulla, basterebbe far funzionare le linee ferroviarie che già ci sono, a partire dalle tratte brevi, quelle che i lavoratori percorrono tutti i giorni». E’ stata questa la risposta di Margherita Hack, intervenuta ieri in videoconferenza al festival Tra le Rocce e il Cielo, a una domanda del pubblico.
Si è conclusa con l’incontro “La gioia dell’andar lenti” la seconda giornata del Festival della montagna, che si conclude domani in Vallarsa. Un dialogo che ha visto confrontarsi diversi viaggiatori lenti. Sul palco, coordinati da Carlo Martinelli c’erano i giornalisti Gigi Zoppello e Davide Sapienza, il primo ha raccontato del suo viaggio a piedi per il Trentino, tra le gente e le tradizioni,  il secondo dei suoi viaggi a piedi per il mondo. Valentina Musmeci ha parlato di come si può camminare con gli asini. Come Alessandro De Bertolini, che il Trentino (e non solo) lo ha girato in bicicletta, sono le due ruote il mezzo di trasporto preferito da Margherita Hack. «La bicicletta permette di percorrere lunghe distanze in un giorno, ma anche di apprezzare ciò che scorre sotto le ruote» ha detto l’astrofisica. Non ha avuto un attimo di esitazione quando, dal numerosissimo pubblico che ha affollato il tendone di Riva di Vallarsa nonostante la pioggia di ieri sera, le è stato chiesto cosa ne pensa della Tav e dell’impatto di questa ha sul territorio. «E’ inutile, non serve a nulla, basterebbe che funzionassero le linee ferroviarie che già ci sono».
Proprio il paesaggio, la sua salvaguardia, la natura alpina e il suo cambiamento in rapporto con l’uomo sono stati al centro di tutta la giornata dedicata ieri alla vita in montagna che ha visto esperti di economia alpina e di vita in montagna, ricercatori e studiosi del paesaggio confrontarsi su questi temi nel convegno “Uomo e montagna: paesaggi in trasformazione”.
Oggi la giornata è tutta dedicata alle minoranze linguistiche. Nel convegno “Piccole scuole, piccole lingue”  studiosi, insegnanti e esperti si stanno confrontando su progetti e sperimentazioni in atto nelle classi delle scuole di montagna, cercando di delineare lo stato dei fatti, per prospettare possibili soluzioni ed elaborare proposte per il futuro.
Nel frattempo un gruppo di ballerini in erba imparano i passi delle antiche danze popolari grazie a Vincenzo Barba e Renato Morelli.
Proprio Morelli sarà impegnato stasera, alle 21, al teatro comunale di S.Anna, con la Ziganoff jazzmer band in un concerto che porta all’incontro tra mondi musicali diversi che riescono a fondersi in un’unica proposta attraverso la mediazione della tradizione musicale zingara manouche.
Domani, 2 settembre, giornata della storia, il festival si conclude con la giornata della storia. Ecco il programma. Rispetto a quanto annunciato la mattinata di incontri si terrà al Museo della civiltà contadina di Riva di Vallarsa (e non a Cumerlotti) e durante la giornata si esibirà Pietro Germano, suonatore di corno delle Alpi.

domenica 2 settembre 2012

LA GIORNATA DELLA VITA IN MONTAGNA A TRA LE ROCCE E IL CIELO

Margherita Hack in collegamento video a TRA LE ROCCE E IL CIELO

Dopo la GIORNATA DELL’ARTE DELLA MONTAGNA l’edizione 2012 del Festival della Montagana TRA LE ROCCE E IL CIELO, che si svolge in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre propone la GIORNATA DELLA VITA DELLA MONTAGNA. Venerdì 31 agosto il tema predominante è la trasformazione del paesaggio nel suo rapporto con l’uomo. Verrà presentata la guida per ragazzi di Accademia della Montagna del Trentino sui percorsi storici della Vallarsa e i protagonisti della prima salita italiana all’Eiger racconteranno, a distanza di 50 anni, la loro impresa. E dopo l’incontro performance di Davide Sapienza toccherà a LA GIOIA DELL’ANDAR LENTI, incontro con Margherita Hack (che per questioni di salute sarà presente in videoconferenza) e altri pazienti viaggiatori.

La mattinata si aprirà con il convegno, ore 9 – 13 e poi 14 -17, al Teatro Comunale di S. Anna, UOMO E MONTAGNA: PAESAGGI IN TRASFORMAZIONE.
Esperti di economia alpina e di vita in montagna, ricercatori e studiosi del paesaggio, al mattino dalle 9, indagheranno quali sono le vie per salvaguardare la montagna.
Al pomeriggio verrà affrontato il problema dello spopolamento della montagna e dei modi per invertire questo processo. Con l’aiuto di testimonianze di chi ha scelto di vivere in montagna, dell’esperienza di docenti e amministratori di piccole realtà alpine e del resoconto di progetti in corso, si cercherà di capire quali sono le opportunità, soprattutto in questo periodo di crisi, e i rischi del ritorno consapevole alla montagna.
Ecco il  programma del convegno http://www.tralerocceeilcielo.it/?page_id=1730.

Alle 14, all’Hotel Genzianella di Bruni comincerà la PASSEGGIATA DI COLLEGAMENTO TRA LE MOSTRE, con presentazione e inaugurazione delle mostre di storia, costume, scultura, pittura, fotografia. Ecco le mostre che si potranno visitare.

Dalle 14 e per tutto il pomeriggio S. Anna: DEGUSTAZIONE FORMAGGI TIPICI DELLA VALLARSA, E PREPARAZIONE DEL FORMAGGIO SECONDO LE ANTICHE MANIERE. In collegamento con la mostra “Quando se nea col late, Storia e memoria del caseificio di S. Anna”, a cura dell’associazione La Primula.

Alle  15  a  Bruni ci sarà Pietro Germano, SUONATORE DI CORNO DELLE ALPI e per i bambini: GLI ASINI DI BASTO BIO, fattoria didattica Le Driadi di Maso Spiazi.

Alle 16 all’Hotel Genzianella, Bruni verrà illustrato il progetto di Accademia della Montagna del Trentino LA MONTAGNA DEI RAGAZZI, realizzato in collaborazione con Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto. Sarà presentata “Lungo i sentieri della Grande Guerra in Vallarsa”, primo volume della collana di guide storico-escursionistiche per famiglie e ragazzi. Seguirà una visita guidata al CAMPOTRINCERATO DI MATASSONE.

Al Teatro Comunale di S. Anna, alle 17, verrà proiettacoto PICCOLA TERRA. Al film seguirà l’incontro con gli autori Michele Trentini e Marco Romano. Presenta Annibale Salsa.

Alle 17 all’Hotel Genzianella di Bruni: L’EIGER 50 ANNI DOPO. I protagonisti della prima salita italiana all’Eiger raccontano l’impresa. Con Armando Aste, Gildo AiroldiAndrea Mellano, Romano Perego,Franco Solina, Spiro Dalla Porta Xydias. Coordina Alessandro Gogna con Filippo Zolezzi.

Alle 19.45 nello stesso luogo ci sarà LA MUSICA DELLA NEVE.EXPERIENCE. Incontro performance con Giuseppe Olivini &Davide Sapienza. Da: La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca di Davide Sapienza. Come trasporre la Neve in Musica? Giuseppe Olivini e Davide Sapienza tentano l’esperienza attraverso l’uso di antichi strumenti etnici che accompagnano la lettura del testo. E trovano la via per mostrare i colori della neve e svelarne i misteriosi discorsi.

Gran finale di giornata alle ore 21, al  Tendone di Riva di Vallarsa, con LA GIOIA DELL’ANDAR LENTI. Incontro con Margherita HackAlessandro De Bertolini, Valentina Musmeci, Davide Sapienza, Gigi Zoppello. Coordina Carlo Martinelli. Il paziente camminare di chi ha per meta il viaggio e non l’arrivare. Margherita Hack per motivi di salute interverrà in video conferenza alla serata.

sabato 1 settembre 2012

LA GIORNATA DELL’ARTE DELLA MONTAGNA APRE TRA LE ROCCE E IL CIELO


Carmine Abate e Pino Loperfido a TRA LE ROCCE E IL CIELO

Si apre con la GIORNATA DELL’ARTE DELLA MONTAGNA l’edizione 2012 del Festival della Montagana TRA LE ROCCE E IL CIELO, che si svolge in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre. Una giornata che offre incontri ravvicinati con gli scrittori - da Carmine Abate a Spiro dalla Porta Xydias, passando per Antonia (tona) Sironi e Alberto Folgheraiter – e uno show, in prima visione assoluta, dal titolo “La diga è una cosa meravigliosa”.

La manifestazione, organizzata dall’associazione culturale Tra le Rocce e il Cielo in partnership con l’Accademia della Montagna del Trentino, comincerà il 30 agosto. Alle 16 al Tendone di Riva di Vallarsa ci sarà l’INAUGURAZIONE con Lorenzo Dellai, Tiziano Mellarini, Franco Panizza, Claudio Bassetti, Geremia Gios, Ornella Martini, Stefano Bisoffi, Marta Baldessarini, Bruno Spagnolli, Luciano Pezzato, Iva Berasi e Egidio Bonapace.

Alle 14, all’Hotel Genzianella di Bruni comincerà la PASSEGGIATA DI COLLEGAMENTO TRA LE MOSTRE, con presentazione e inaugurazione delle mostre di storia, costume, scultura, pittura, fotografia. Ecco le mostre che si potranno visitare.
Contrariamente da quanto annunciato la mostra LA GRANDE GUERRA DEL CORRIERE DEI PICCOLI. 1914-1919 si potrà visitare al museo della civiltà contadina, Fotografie di Lucia marana all’Hotel Genzianella.

Dalle 17 alle 20.15 Museo della Civiltà Contadina di Riva: GLI SCRITTORI SI PRESENTANO. Antonia (Tona) Sironi,  Alberto Folgheraiter con Filippo Zolezzi e Spiro Dalla Porta Xydias con Roberto Mantovani presenteranno i loro lavori letterari. Non potrà invece essere presente Italo Zandonella Callagher.

Sempre alle 17 all’Hotel Genzianella sarà proiettato il film TRE GIORNI A PREMANA a cui seguirà l’incontro con l’autore Renato Morelli.
Alle 18.30 all’Hotel Genzianella di Bruni si terrà GJUHA E ZEMËRES, LA LINGUA DEL CUORE. Lo scrittore finalista Premio Campiello 2012 Carmine Abate dialoga con Pino Loperfido.

Infine la sera alle 20.45 al Teatro comunale di S.Anna ( e non al Tendone di Riva come annunciato) andrà in scena LA DIGA E’ UNA COSA MERAVIGLIOSA, spettacolo teatrale ideato e scritto da Gigi Zoppello. Regia, video, luci e scenografie di Mariano De Tassis, musiche originali di Carlo Casillo. La storia della costruzione della diga di Speccheri nella memoria collettiva e nel dialogo fra generazioni: l’epopea dell’Italia del boom e la scoperta del “petrolio del Trentino”, l’energia idroelettrica. In collegamento con la mostra documentaria “All’ombra della diga”, a cura della Fondazione Museo Storico Del Trentino, sulla realizzazione dell'impianto idroelettrico sul torrente Leno di Speccheri-Maso Corona. 

venerdì 31 agosto 2012

IL GIRO DELLA FARFALLA: INTERVISTA A ALESSANDRO DE BERTOLINI



Nel tuo ultimo libro “Il giro della Farfalla” (Curcu & Genovese) parli di un tuo viaggio in bicicletta per il Trentino, come sei arrivato a raccontare questo?
Recuperando la tesi di laurea del 1898 di Cesare Battisti, in cui lui definisce il Trentino una farfalla per via dei suoi confini geografici sulla mappa, abbiamo definito il giro del Trentino “il giro delle farfalla”. Abbiamo cercato di ripercorrerlo con la bicicletta seguendo il confine. Non passo passo, perché i confini attraversano le catene montuose, ma ripercorrendo le strade che a destra e sinistra seguono il perimetro del Trentino. Sconfinando in Alto Alto Adige, in Veneto, in Lombardia la dove il percorso lo richiedeva. E’ un’attraversata di terre di confine, perché con l’obiettivo di seguire il profilo geografico della nostra provincia abbiamo continuato ad andare qua e la nelle zone limitrofe. Racconto un viaggio per le strade asfaltate, meno frequentate, attraverso i grandi passi alpini. Passi poco battuti perchè con le nuove bretelle del fondovalle le strade sono sempre più veloci, sempre più in basso e i valichi alpini sono sempre più abbandonati. Qualche passo, come quello dello Stelvio, conserva ancora la sua importanza, altri sono sempre meno battuti proprio perché il traffico scorre a fondovalle.
Perché hai scelto la bicicletta come mezzo per questo viaggio?
Vado in montagna da sempre. La bicicletta è il modo che preferisco per girare le valli trentine e non solo. E’ un modo per andare in montagna, non è tanto la bici di per se, ma la voglia di stare all’aria aperta e a contatto con la natura. La bicicletta rispetto all’automobile ti permette di viaggiare molto lentamente e di vedere quello che hai attorno, di gustarlo, di capire cosa ti passa sotto i pedali e di farti incuriosire. A muovere tutto è la curiosità, una delle virtù più diffuse e sottovalutate dell’uomo. Ce l’abbiamo un po’ tutti, ci pensiamo poco, ma è il motore che ti spinge a fare le cose, a passare da un orizzonte all’altro, a cercare cose nuove. Rispetto al camminare l’andare in bici  è un po’ meno lento e ti permette di percorrere più chilometri. In una giornata puoi cambiare valle, provincia, paese. In bici puoi fare 200, 250 chilometri molto lentamente, ma non così piano come  a piedi.
Infatti sono bastati 9 giorni per fare il giro del Trentino?
Abbiamo impiegato 9 giorni per compiere l’anello del trentino poi a ogni tappa abbiamo fatto un giro con partenza e rientro dal punto di sosta verso l’interno o sconfinando nelle zone limitrofe, itinerari ad anello. Una formula di 9 giorni più nove in cui sono stati percorsi 2.000 chilometri, 50 mila metri di dislivello e 50 passi alpini.
Hai curato per la Fondazione museo storico di Trento una mostra sulla storia della bicicletta “ Il cavallo d’argento”.
Ci siamo occupati della storia del ciclismo in Trentino, che ha molto a  che fare con la storia dell’associazionismo, dell’irredentismo, è uno sport legato a doppio nodo alla stria del Trentino e ha a che fare con lo spirito di autonomia. Io l’ho seguita perché mi occupo all’interno della Fondazione dei progetti di divulgazione storica. Il fatto che io vada in bicicletta, però, è del tutto casuale, è una coincidenza. Mi sono molto divertito a lavorarci perché è un argomento che mi appassiona anche al di fuori del lavoro, ma le due cose non hanno un collegamento.
Nell’incontro LA GIOIA DELL’ANDAR LENTI, venerdì 31 agosto, alle 21.00 al Tendone di Riva di Vallarsa, all’interno del festival Tra le Rocce e il cielo si parlerà del viaggiare piano. Perché vale la pena viaggiare lentamente rispetto a fare un altro tipo di viaggio?
Sono convinto che il territorio abbia una serie di suggestioni da offrire, una serie di informazioni da svelare, che non sempre possono essere comprese in modo immediato e se il tempo è poco. Ogni provincia, ogni valle, ogni paese ha una storia da raccontare. I segni di questa storia, ricalcano in realtà il portato culturale delle comunità che vi hanno abitato. Questi segni sono più o meno visibili a seconda delle informazioni che il territorio da e dal tipo di lettura che se ne vuole fare.
E’ evidente che quando io passo per Trento e vedo il Doss Trento posso fermarmi a pensare che quello è uno dei tre dossi che ha dato il nome alla città e che sul dosso c’è il mausoleo a Cesare Battisti. Posso fermarmi qui, oppure posso pensare chi era Cesare Battisti, a quale è stato il suo ruolo in Trentino e via di questo passo. Questo discorso si può fare per la piazza del Duomo a Milano o per il lago di Speccheri in Vallarsa, nel momento in cui mi ci avvicino e rifletto sul fatto che non è un bacino naturale. Posso limitarmi ad osservarlo o andare in profondità chiedendomi quando è stato costruito, da chi, perché, con quali capitali, con quale impatto sul territorio e con quali stravolgimenti anche sul paesaggio mentale della gente. In questo modo il territorio può essere letto a più livelli e tanto più lentamente cisi muove sopra al territorio, tanto più è facile trovare il tempo per andare in profondità nei vari livelli di informazioni che un territorio ha.
 “Il giro della Farfalla” come in “L’attraversata delle Alpi in bicicletta” (il libro scritto in precedenza) abbiamo inserito delle informazioni in maniera molto breve, senza grandi pretese raccogliendo proprio quelle curiosità che il territorio ci ha offerto, che sono tantissime e spaziano da una disciplina all’altra dalla storia, alla letteratura, all’arte.
I tuoi libri sono quindi un invito al viaggiar più lentamente e con più attenzione?
Sì, lo spirito è quello.
Dopo i tuoi viaggi Islanda, Croazia, Slovenia, Normandia, sui Pirenei, sulle Alpi, in Scozia, in Irlanda, nella Patagonia argentina e in Cile, solo per citare alcune delle tue più recenti mete, ti aspettiamo a Tra le Rocce e il cielo in Vallarsa…in bicicletta naturalmente!
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

IL CANTO POPOLARE ALPINO FRA PASSATO E PRESENTE: INTERVISTA A RENATO MORELLI


Tu sei principalmente un musicologo e antropologo musicale: cosa può raccontarci di un popolo la sua musica?
Io mi sono occupato di antropologia visiva fin dagli anni ’70 quando con l’Università di Trento abbiamo avviato un progetto per documentare la cultura trentina, e fin da allora mi sono posto il problema, come musicologo, di contestualizzare le musiche tradizionali, cercando di riprendere in video le situazioni cerimoniali in cui la musica veniva eseguita. Quando io ho iniziato questo tipo di ricerche esisteva solo la pellicola, molto cara, e solo avviando una collaborazione con la RAI ho potuto avere fondi a sufficienza per poter procurarmi la pellicola. Attualmente i costi sono diminuiti notevolmente grazie alle nuove tecnologie e ora mi è possibile autoprodurre i documentari, come ad esempio il lavoro che presenterò a Tra le rocce e il cielo, “Tre giorni a Premana - Voci alte”.
Bisogna prima di tutto fare una premessa: quando si parla di canto popolare alpino si tende sempre a pensare ai cori sul tipo di quello della SAT, che per prima cosa sono un fenomeno relativamente recente essendo del 1926, e poi sono una modalità interpretativa dei canti popolari che hanno provocato una standardizzazione molto imponente degli stessi. In realtà il tipo di canto alpino della SAT è di origine popolare, ma i pezzi vengono musicati secondo le strutture e la formalizzazione della musica colta, spesso da autori di musica colta come Benedetti Michelangeli e altri. È stata una operazione senza dubbio meritoria, è stata chiamata il “conservatorio delle Alpi”. Il problema è che poi questo è stato universalmente considerato come il vero canto popolare alpino, e questo non è assolutamente vero. Ad esempio nella musica popolare precedente a questa standardizzazione non c’è alcuna differenziazione tra forte e piano (esiste solo il forte), e l’uso delle filarmoniche non esiste assolutamente, per cui la domanda principale che ci si deve porre è: come cantavano prima di questa standardizzazione?
Ormai sono rimaste pochissime isole dove rimangono intatte queste tradizioni antichissime. Una di queste isole è l’Altopiano di Asiago, che ho ripreso in un documentario precedente, e un’altra è proprio Premana, un paesetto in fondo alla Val Sassina dove si è conservata in modo sorprendente una tradizione di canti straordinari che non erano ancora mai stati documentati. Nel mio film ho cercato di documentare questi canti contestualizzandoli in alcune delle principali occasioni in cui vengono eseguiti. Ho scelto tre dei giorni più rappresentativi per questo tipo di canti, che sono i Tre Re, il Corpus Domini e il giorno della festa tradizionale del periodo dell’alpeggio, facendo le riprese nell’arco di un anno solare, con una troupe di fonici molto bravi, che sono riusciti a catturare perfettamente questo canto.
A Premana è sopravvissuto questo stile di canto che chiamano “tir” che è composto da una tessitura di voci alte al limite del grido, che è un canto che non si può definire polifonia, nel senso che non ci sono parti assegnate, ma è più una competizione canora. In paese sono quasi tutti artigiani del ferro e ogni famiglia rappresenta quindi una di queste botteghe di artigiani che, come sai, sono sempre in lotta fra loro e nel canto si travasa questa mentalità competitiva, pur in un contesto di grande solidarietà. Queste competizioni vengono tenute durante dei pasti collettivi rituali, tenuti negli alpeggi sopra Premana, che non sono come le nostre malghe, ma assomigliano più a paesi in miniatura (ce ne sono 12 in tutto nella zona), dove la gente inizia a cantare dopo aver mangiato, verso le due del pomeriggio, e va avanti fino alle 4 di notte. Sono canti che se li si sente si pensa “beh, adesso dureranno non più di mezz’ora poi saranno tutti senza voce” e invece più passa il tempo più le voci diventano alte e forti.
E questa tradizione risale a quando?
Questa tradizione è esistita in tutto l’arco alpino prima della standardizzazione degli anni ’20 del 900 e risale certamente al medioevo, ma non si può dire con precisione a quale secolo. È una tradizione orale, che come tale non ha un punto di inizio documentato precisamente.
Un’altra tradizione canora che ha resistito alla standardizzazione era quella di Mezzano di Primiero, dove anche in questo caso cantavano a squarciagola, forse anche più che a Premana. Si trattava di un rosario cantato in latino, anche questo organizzato in forma di competizione tra due cori di boscaioli, che si rispondevano da un versante vallivo all’altro. Quindi lascio immaginare quanto fossero forti delle voci che si dovevano sentire distintamente da un versante ad un altro di una valle. Purtroppo, essendo una tradizione legata ai boscaioli, lavoro ormai completamente scomparso in zona, è sparita con gli ultimi anziani della valle attorno agli anni ’80-’90 e che fortunatamente sono riuscito a documentare poco prima che si estinguesse.
Tra l’altro posso anticiparti che il progetto di collaborazione con i “Cantori di Vermei” che sarà presente al Festival riproporrà questo repertorio di canti tradizionali usando cantori trentini. Ho messo insieme un coro di cantori appassionati di canti antichi delle Alpi e gli ho insegnato tra le altre cose questo rosario dei boscaioli e il repertorio di Asiago.
Parliamo dell’altro progetto che presenterai al Festival, gli Ziganoff: perché hai scelto la musica klezmer?
Questo è un progetto che non centra nulla con quello di cui abbiamo parlato finora, ma è legato alla mia esperienza di musicista. Io avevo già suonato con un gruppo che faceva musica klezmer, legato però esclusivamente al Trentino e da due anni a questa parte ho fondato questo nuovo gruppo, gli Ziganoff Jazzmer Band. Cosa significa jazz-mer? È un genere a metà tra il jazz e il klezmer. Il klezmer è la musica popolare ebraica della diaspora askenazita, quindi del centro Europa, principalmente Germania e Polonia per arrivare fino in Russia, Ungheria e Romania. Si tratta di un distillato di tutte le tradizioni musicali dell’est europeo filtrato attraverso la sensibilità ebraica, ed è una musica strettamente imparentata con la musica zingara. Una delle poche professioni che potevano fare gli ebrei era quella del musicista, dove erano sempre in diretta concorrenza con gli zingari e quindi si è creata una sorta di simbiosi tra queste due correnti musicali. È una musica che è a cavallo di tre imperi, quello austro- ungarico, quello zarista e quello ottomano e che bene o male si è conservata fino ai giorni nostri, nonostante la tragedia della shoah.
Questo gruppo nato da poco prende il nome da un musicista, Mishka Ziganoff che era per me un personaggio straordinario: nato a Odessa alla fine dell’800, è stato un virtuoso di fisarmonica, secondo alcune fonti ebreo, secondo altre fonti zingaro. Sappiamo che fu di religione cristiana e di lingua Yiddish, che è la lingua degli ebrei askenaziti, che di base è tedesco, con prestiti russi, ungheresi e rumeni scritta con l’alfabeto ebraico. Questo Ziganoff è un miscuglio di etnie e culture fantastico che negli anni del primo ‘900 scappa dai pogrom zaristi e lo ritroviamo negli Stati Uniti nelle prime formazioni di jazz e nel ’19 incide un pezzo che ha lo stesso incipit di “Bella Ciao” anche se è un canto russo. Riscoprire questo personaggio mi ha dato l’opportunità di ritornare alle mie origini jazz che avevo accantonato da tempo a causa di altri impegni.
Il jazz è sempre stata considerata musica nera e poco si sa della componente e degli influssi ebraici. In realtà molti musicisti klezmer li ritroviamo nelle prime formazioni jazz, magari dopo aver cambiato cognome, e non si sa se sono ebrei o meno. Ad esempio pochi sanno che George Gershwin è in realtà un ebreo russo e che il suo vero nome era Jacob Gershowitz e come molti altri ha americanizzato il proprio nome. Il mio progetto musicale si propone di rimettere in comunicazione il klezmer e il jazz seguendo la via tzigane tracciata da Django Reinhardt, zingaro manuche che inventò uno stile di musica che, pur avendo solo due dita in una mano risulta ancora difficilmente eseguibile da un chitarrista con dieci dita. Con questo gruppo in pratica “klezmerizziamo” il jazz e “manuchizziamo” il klezmer.
I musicisti di questo gruppo sono tutti fantastici a partire dal chitarrista manuche, difficilissimo da trovare, e ancor più difficile che sappia fare klezmer, che è Manuel Randi, veramente strepitoso. Poi c’è Fiorenzo Zeni, vecchia conoscenza, sassofonista eccezionale e ci sono i giovani che sono tutti bravissimi come Christian Stanchina, Rossana Caldini violoncellista fantastica di Rovereto, poi al basso tuba Hannes Petermair anche lui molto bravo. Insomma è un gran gruppo e un progetto molto intrigante da presentare in Vallarsa.
E oltre a queste due iniziative presenterai qualcos’altro al Festival?
Sì, terrò anche un seminario di balli tradizionali trentini. Io suonerò la fisarmonica e Vincenzo Barba, il mio caro amico, insegnerà i passi. Nella mia ricerca musicologica mi sono spesso occupato anche di balli e ho accettato volentieri di organizzare questa iniziativa.
E progetti per il futuro?
Il 18 di settembre debutterò con un altro progetto, chiamato “TTT” che significa Trentino, Tirolo, Transilvania, che è un quartetto musicale composto da me e altri tre musicisti di cui se sommi la loro età ottieni la mia. Sono tutti giovanissimi, una è mia figlia, uno è un contrabbassista coetaneo di mia figlia e un flautista di Bolzano anche lui molto giovane e bravo, a cui spero di trasmettere al meglio le mie conoscenze e la mia esperienza. Debutteremo a Roncegno dove noi suoneremo e ci saranno dei ballerini non professionisti che eseguiranno balli trentini, tirolesi, ungheresi e anche klezmer, quindi non ci si annoierà di certo!
Poi a fine settembre sarò in Georgia, nel Caucaso, dove sono stato già in viaggio di nozze e dove c’è la tradizione di canto più importante al mondo, secondo me, che di recente è stata inclusa tra le tutele dell’UNESCO e dove terrò un convegno presentando il mio lavoro su Premana.
Per quanto riguarda i documentari vorrei fare un film sul circo, è un progetto che ho in testa da molto tempo e per il quale ho già fatto tutte le riprese e ho raccolto delle testimonianze straordinarie, devo solo trovare il tempo di montarlo. Mia moglie, poi, ha fatto un lavoro straordinario ricostruendo le linee genealogiche di 200 famiglie italiane che lavoravano nel circo quando ancora era alle origini. Purtroppo al momento non riesco proprio a trovare il tempo per realizzarlo!
Bene, grazie mille per il tuo tempo e ci vediamo presto in Vallarsa!
Ci vediamo in Vallarsa, a presto!

Riccardo Rella
riccardo_rella@yahoo.it

giovedì 30 agosto 2012

IDENTITA' E CONVIVENZA, UN DIALOGO CON FREDO VALLA, AUTORE DI "IL VENTO FA IL SUO GIRO"





Lei è nato in una zona abitata dalla minoranza etnica di lingua occitana. Cosa significa fare parte di una comunità linguistica così piccola?
La comunità occitana a livello europeo non è piccola, anzi è la comunità etnico- linguistica minoritaria più grande di tutte, con 10 milioni di parlanti. È piccola nella realtà italiana, in cui vi sono solo 180000 parlanti. Al momento della riscoperta della langue d’oc durante gli anni ’50 e ’60 del ‘900, per noi giovani di queste valli ha significato aprirsi al mondo, uscire dal locale per guardare il generale. Ha voluto dire appropriarsi di strumenti per comprendere meglio le dinamiche del mondo, i rapporti fra popoli, che al momento erano rapporti coloniali. Al tempo si discuteva molto di politica, quindi queste cose erano all’ordine del giorno. Oggi se ne parla molto meno e quando si parla di minoranze etnico- linguistiche si tende a parlare solo di tradizioni, di pastori e di greggi e pecore, che sono molto rispettabili ma non danno il polso della situazione.
Io penso che i popoli, le lingue abbiano un percorso, muoiono o rinascono come ad esempio l’ebraico in tempi recenti. Più spesso scompaiono: oggi non c’è più nessuno che parla la lingua dei sumeri o degli ittiti. Non è detto che le lingue debbano sopravvivere se i parlanti non vi si riconoscono, se non riescono ad esprimervi tutti i loro pensieri. Per quanto mi riguarda io farò di tutto perché l’occitano non scompaia, ma non so come andrà a finire. La sopravvivenza di una lingua non dipende dallo stato italiano o dalla politica mondiale, quanto dalla volontà dei parlanti di tale lingua avranno voglia e desiderio di conservare e promuovere la propria lingua. Non si dovrà trattare di una difesa fine a sé stessa, altrimenti non sarà altro che passatismo.
Una lingua deve servire a esprimere tutto l’arco di concetti possibili che la vita richiede: se l’occitano dovesse servire solo a parlare di pascoli e pecore, in quel momento sarà già una lingua morta, mentre se dovesse servire a scrivere una lettera d’amore, per parlare di filosofia, di fisica quantistica o di nuove tecnologie allora in quel momento si saprà che sopravvivrà di certo. Se una lingua dovesse diventare un modo per veicolare una difesa del passato, seppur rispettabile, a me farebbe pena. Io credo che una lingua serva o non serva. Certo, non intendo dire che possa servire come l’inglese o una lingua di interscambio mondiale, ma che possa esprimere tutti i concetti possibili, riuscendo a descrivere in un modo peculiare il mondo in cui viviamo.
Spesso il mondo delle minoranze è un mondo asfittico. Non sto parlando delle minoranze forti come possono essere i sud- tirolesi, ma di quei gruppi che si dedicano a catalogare i nomi tradizionali di tutti gli strumenti utilizzati nel passato nei vari mestieri e poi magari non sanno parlare la loro stessa lingua quando devono affrontare discussioni politiche o altro. Spesso si assiste anche a situazioni in cui sedicenti militanti e promotori del particolarismo linguistico si trovano a parlare la lingua dominante ai loro stessi figli. A quel punto la tutela della lingua diventa una battaglia persa in partenza.

Il suo film “Il vento fa il suo giro” affronta queste tematiche. Com’è nata l’idea di realizzare questo film?
“Il vento fa il suo giro” nasce da una storia vera, realmente accaduta qui a Ostana, e nasce dalla mia frequenza alla scuola di cinema di Ermanno Olmi “Ipotesi cinema” con sede a Bassano del Grappa. In questa scuola ho incontrato una serie di persone, tra cui Giorgio Diritti che mi propose di trarre un film da questa vicenda. Io avevo scritto un soggetto che poi è stato discusso in gruppo alla scuola e da cui è stato poi prodotto il film dopo una serie infinita di traversie, sia all’interno della scuola che nella ricerca di una produzione. Il copione è stato respinto molte volte perché i potenziali produttori si chiedevano chi potesse essere interessato ad un film dove si parlava dialetto e dove si parlava di capre e solo la grande determinazione del regista Giorgio Diritti ha permesso che il film alla fine sia stato prodotto.

Ne valeva la pena, visto che è un ottimo film, che non fa sconti a quelle che sono le problematiche della convivenza in un ambiente “chiuso” come la piccola comunità mostrata…
Il fatto che il film non faccia sconti è stato un altro dei problemi della produzione. Quando cercavamo piccoli fondi dalle comunità ci sentivamo rispondere “avete fatto un film che mette in cattiva luce la montagna”. Noi non volevamo fare un’agiografia della montagna, volevamo raccontare una storia. È stato come quando ho realizzato il mio film sulla Grande Guerra, per cui ho ricevuto una serie di critiche perché non avevo messo nella giusta luce le virtù eroiche dell’esercito italiano.
Noi eravamo interessanti unicamente al raccontare una storia che avesse una valenza paradigmatica e il fatto che il film sia stato fatto in occitano è stata una conseguenza diretta delle difficoltà di produzione incontrate: visto che nessuno lo voleva abbiamo deciso di farlo come volevamo noi.
Nel film nessun in realtà è buono così come nessuno in realtà è cattivo. Credo che il risultato sia una sorta di fotografia di come funzionano i rapporti sociali sia in una comunità piccola come quella di Ostana, sia in una realtà più grande come ad esempio il quartiere San Salvario a Torino, un quartiere con molti immigrati, in cui si formano dinamiche simili. È una visione che sovverte la concezione arcadica della montagna, popolata solo da uomini di buoni sentimenti. La montagna non è un luogo popolato da “buoni” perché il cielo è azzurro, l’aria buona e le montagne sono innevate, ma è un luogo come un altro, popolato da uomini e donne con tutti i loro problemi e le dinamiche sociali che ne conseguono. Forse il successo del film è dipeso anche dal fatto che abbiamo mostrato una problematica diffusa inserendola in una micro- comunità.
Forse il risultato è andato oltre le nostre intenzioni originali e anche personaggi che in fase di stesura della sceneggiatura erano più “cattivi”, come Emma ad esempio, la donna che si spacca le dita per accusare di violenza il francese, che una volta messi sullo schermo si sono molto “smussati” e umanizzati. In realtà anche Emma diventa un personaggio con una sua grandezza, disposta a soffrire sul proprio corpo per difendere un suo terreno. Di contro anche personaggi a prima vista postivi come il francese non escono completamente indenni. Certo, lui in fondo cerca la propria felicità, ma esclusivamente la propria, non coinvolgendo realmente la comunità del villaggio.

Il film si apre e si chiude con la frase del titolo “Il vento fa il suo giro”: qual è il significato di questa frase?
Il titolo è venuto da una serie di colloqui con un monaco per un intervista. Questa frase “Il vento fa il suo giro e tutte le cose prima o poi ritornano” è una frase si speranza, sulla ciclicità di tutte le cose. Come diceva mio nonno, i luoghi dove aveva abitato lui erano state “sette volte campo e sette volte prato”, per sottolineare come la gente fosse affluita e defluita dal paese. Certo, non tutte le cose seguono una ciclicità e una lingua che scompare è difficile che possa rinascere, salvo casi eccezionali come per la lingua ebraica.

Il titolo esprime anche una speranza per il ripopolamento delle terre occitane?
Certo! Se non avessimo speranze cosa faremmo? Non varrebbe nemmeno la pena di fare film… La speranza del cambiamento c’è, di invertire una rotta. Le zone occitane hanno visto un esodo che le alpi orientali, più ricche, non hanno mai conosciuto. Le alpi occidentali hanno visto uno spopolamento che è paragonabile, se non superiore alle partenze dal sud Italia negli anni del grande esodo. Nel mio paese c’erano 1200 abitanti iscritti all’anagrafe nel 1921, oggi ne ha circa 30 e durante tutti gli anni ’90 erano solo 10.
Per quanto riguarda il ripopolamento non potrà avere le forme di un tempo perché si viveva in condizioni di sovrappopolamento, con un sovraccarico sul territorio che non poteva garantirne il sostentamento. C’è stato un momento in cui pensavamo in un ritorno dei figli degli emigrati e qualche episodio c’è stato, però sembra che la tendenza del piccolo ripopolamento che stiamo vivendo sia legato alle esperienze di vita di persone che si muovono dalla città verso la montagna per dare un senso differente alla loro vita in un luogo dove la natura sia ancora natura. Questo tipo di popolamento della montagna è molto precario, perché bastano alcune difficoltà in più del preventivato, un lutto in famiglia o altro, per far cambiare idea a questi nuovi abitanti. A volte sono scelte un po’ velleitarie, fatte da gente che pensa di potersi inventare contadino dall’oggi al domani quasi come se il contadino fosse un non mestiere…
Ci sono però alcuni esempi positivi, ad esempio ad Ostana ora alla mia famiglia, che era l’unica del paese con bambini piccoli, se ne sono aggiunte altre due provenienti dalla città nel giugno dell’anno scorso. Questo è molto importante perché sono i bambini piccoli che possono dare un futuro al popolamento di una zona.
Se poi si volesse riportare qualche attività produttiva in quota, prima si dovrebbe attenuare il diritto di proprietà e fare una ricomposizione fondiaria. Qui sarebbe ampiamente possibile e doveroso riavviare un’attività agricola, perché fino a quando la montagna sarà popolata solo da intellettuali come posso essere io o da albergatori non si va da nessuna parte. Servono delle attività produttive per riportare gente in montagna, attività “normali”, un artigiano, un meccanico, ma per fare questo, come ho detto, bisognerebbe andare ad una ricomposizione fondiaria. Si dovrebbe stabilire che se non si utilizza un campo lo si perde, almeno dopo un po’ di tempo, 20- 30 anni, perché altrimenti si finisce a riproporre in eterno le situazioni mostrate nel film. Se si volesse portare del bestiame in quota non lo si potrebbe far pascolare nei campi di proprietà di famiglie che ne conservano gelosamente la proprietà, anche se magari non lo falciano da 30 anni. Bisognerebbe rimescolare le carte della proprietà fondiaria, però non c’è la volontà politica.
Questo è uno dei grossi paradossi dell’Italia, dove la montagna sembra non interessare a nessuno pur occupando un’estensione territoriale uguale se non superiore alle zone di mare, se si pensa che gli Appennini scendono fino in Calabria e ampie zone della Sicilia sono montagnose. Forse è anche perché la gente di montagna non è in grado di fare lobby, massa critica, almeno in queste zone, a differenza magari dell’Alto Adige o del Trentino. Il movimento occitano ha avuto una sua fase politica forte, inizialmente, con alcuni eletti in provincia e anche un rappresentante a Strasburgo, ma l’arrivo della Lega Nord con i suoi proclami “di pancia” ha distrutto tutto. Noi non abbiamo niente a che vedere con la Lega e non condividiamo assolutamente i suoi progetti politici.

Per concludere, quali sono i progetti a cui sta lavorando attualmente?
Attualmente sto finendo un altro film con Giorgio Diritti, ambientato in Amazzonia e per una parte in Trentino a San Romedio, che tratta di una donna alla ricerca di sé, anche se al momento non posso dirle niente di più. Sto lavorando anche ad un altro progetto, sempre con Giorgio Diritti che è un grande amico oltre che un collega, in cui collaboro nel ruolo di soggettista e sceneggiatore, su cui non posso anticipare nulla.
Come regista documentarista invece sto filmando una “favola documentario” sul primo trasvolatore delle Alpi del 1910, Jorge Chaves, peruviano naturalizzato francese. Poi ho un progetto con Reinhold Messner che vedrò proprio in questi giorni a Brunico e poi una serie di regie per produzioni di Pupi Avati.
E poi ho anche una famiglia, due figli da mantenere, un prato da falciare…

Grazie mille per l’intervista e arrivederci al festival!
Grazie a voi e a presto.

Riccardo Rella

riccardo_rella@yahoo.it

FREDO VALLA PRESENTERA' IL SUO FILM "IL VENTO FA IL SUO GIRO" ALLE 17, INTRODOTTO DA RENATO MORELLI, ALL'HOTEL "GENZIANELLA" DI BRUNI DI VALLARSA. INGRESSO LIBERO.

mercoledì 29 agosto 2012

L'ANTICO MANOSCRITTO DEL CADORE: INTERVISTA A MAURO ODORIZZI, ORCHESTRA POPOLARE DELLE DOLOMITI


Mauro Odorizzi, Orchestra Popolare delle Dolomiti: da dove nasce questo progetto e di cosa si tratta?
L’Orchestra Popolare delle Dolomiti nasce nel dicembre 2011, ma l’esordio sul palcoscenico - dopo alcuni mesi di lavoro  - è avvenuto a Trento  il 9 luglio scorso nell’ambito di Itinerari folk. L’ensemble riunisce associazioni  e musicisti già attivi nell’area dolomitica nell’ambito della musica tradizionale:  veneti, trentini e sud-tirolesi che hanno condiviso l’idea di far rivivere queste musiche “dormienti”, antichi ballabili per violino e mandolino che per quasi un secolo sono rimasti custoditi dentro alcuni quaderni manoscritti  fortunosamente ritrovati  in Cadore.  Dal ritrovamento di questo tesoro culturale l’associazione Calicanto ha preso le mosse dapprima sul versante etnomusicologico lavorando ad una pubblicazione che documentasse questo materiale, in un secondo momento per rielaborare queste musiche e poterle reinterpretare in forma orchestrale .
La presentazione del volume con CD allegato  “Ballabili antichi per mandolino o violino, un repertorio dalle Dolomiti del primo 900”, curata dall’editore friulano Nota, specializzato nella pubblicazione di documenti sonori della tradizione e in ricerche storico-musicali, è avvenuta a fine giugno . Gli autori, Roberto Tombesi, Francesco Ganassin e Tommaso Luison offrono una lettura testuale, storica e musicologica dei manoscritti. Nel libro c’è la trascrizione integrale di uno di questi quaderni, contenente 115 melodie, e nel CD allegato sono riprodotte 39 di queste melodie. Molto diffuso è il valzer, ma si trovano numerose forme di danza e titolazioni veramente inconsuete: monferrina, varsovien, galop, gavotte, berlingozza, mazurca, etc..
La formazione dell’orchestra è avvenuta mettendo in rete gruppi che sul territorio lavorano da anni nel recupero e nella riproposizione della memoria musicale: I trentini Abies alba, Compagnia del Fil de Fer e Quartetto Neuma, i sudtirolesi Pasui, i vicentini BandaBrian, i bellunesi Altei, oltre naturalmente ai padovani  Calicanto, A. Tombesi ensemble e Mideando String Quintet.  A Francesco Ganassin, componente di Calicanto, è stato affidato il compito di scegliere i brani, realizzare gli arrangiamenti e dirigere l’ensemble.
L’anteprima dello spettacolo,  andata in scena a Trento, è stata accolta con inaspettato entusiasmo dal pubblico e ha convinto tutti della possibilità di far consolidare il progetto e far diventare l’orchestra una realtà stabile. L’idea di ridar voce a questi brani anonimi, ma che ci raccontano la storia delle orchestrine che suonavano nell’area delle Dolomiti circa ottant’anni fa, presenta un suo fascino anche estetico ed emotivo che merita di essere promosso. Il repertorio del concerto presenta poi anche dei brani cantati sempre legati alle tradizioni musicali delle Dolomiti.
Il fatto che abitiamo in zone anche piuttosto distanti una dall’altra rende certamente complessa l’organizzazione dell’orchestra. Finora le prove si sono svolte  in Trentino, prima a Spera e poi a Borgo Valsugana dove abbiamo ricevuto una splendida ospitalità dalla famiglia Galvan, titolare della fabbrica di armonium e organetti fondata nel 1901. Un luogo storico per la musica tradizionale.
Il lavoro che avete compiuto sui manoscritti che immagine ha restituito della cultura musicale alpina?
Il manoscritto è un autentico tesoro dal punto di vista musicale ed etnomusicologico, purtroppo nell’arco alpino c’è poco materiale di questa importanza, non solo quantitativa ma  qualitativa: i manoscritti ritrovati testimoniano  gli usi musicali delle valli del Cadore, in gran parte similari ad altre tradizioni delle aree alpine e prealpine centro-orientali, formando quasi una koinè culturale comune. Questo ci permette di valutare i legami con altre aree dolomitiche, com’è certamente quella sud-tirolese che presenta altre pecurialità. Per questo motivo stiamo cercando di avere stabilmente all’interno dell’orchestra la presenza di musicisti sud-tirolesi per poter integrare questo percorso, arricchendo il repertorio e l’analisi sugli stili e i linguaggi.
Quali esigenze ci sono perché un lavoro come il vostro di riscoperta delle tradizioni abbia “successo”?
La nostra decisione di concentrarci sulle Dolomiti, nata dall’esigenza di Calicanto di approfondire la ricerca dei repertori alpini, speriamo possa essere aiutata dal fatto che recentemente l’Unesco ha proclamato questo territorio di montagna patrimonio dell’Umanità. Confidiamo che si possa ragionare non solo di bellezza del paesaggio, ma anche di cultura e di storia sociale di questo territorio. In questo quadro il progetto dell’Orchestra Popolare delle Dolomiti è una risorsa importante che vorremmo mettere a disposizione delle istituzioni, se queste sapranno coglierne la rilevanza. L’auspicio è che questo articolato progetto che mette in rete realtà diverse e conoscenze (ricercatori, liutai, storici, musicisti, didatti, etc.) in una accattivante forma di spettacolo, possa trovare una adeguata valorizzazione e supporto a vari livelli.  Il Centro S. Chiara a Trento ha dato un grande contributo ospitando l’esordio dell’orchestra  in occasione della 25 edizione di Itinerari folk. Ma ora dovremo battere ad altre porte per diffondere e far conoscere il nostro lavoro. Questo per noi sarebbe il “successo”: trovare soggetti pubblici e privati che sappiano apprezzare questa idea e abbiano il coraggio di promuoverla.
Qual è il vostro organico?
Siamo organizzati in due sezioni di strumenti a corda, una di plettri con quattro mandolini, due chitarre e una mandola, e una di archi con quattro violini, un violoncello e un contrabbasso, poi abbiamo un’arpa, un organetto diatonico, una sezione di fiati con traverso, ottavino, flauti diritti in legno, schwegelpfeife, cornamuse, clarinetto e tromba,  percussioni popolari, armonica a bocca, cetra e un armonio a pedale, prodotto dalla ditta Galvan, il piccolo modello “scuola”, un tempo presente in molte aule scolastiche. Le parti vocali principali sono affidate a Claudia Ferronato, ma ci sono anche momenti corali.
Quanta parte delle musiche tradizionali che avete ritrovato sopravvive ancora oggi e quanta è andata perduta?
Sostanzialmente quest’opera è stata di recupero di  musiche quasi completamente dimenticate.  L’epoca delle orchestrine paesane è finita da un pezzo e così pure quella dei complessi mandolinistici. Il mutamento del contesto economico sociale ha prodotto una notevole perdita di memoria. Molti strumenti sono stati soppiantati da altri più versatili, basta pensare all’avvento della fisarmonica cromatica che ha soppiantato il vecchio organetto diatonico, la cosiddetta “reta”. Alcuni hanno perso completamente la loro attrattiva popolare come ad esempio il mandolino che un tempo era molto diffuso o la cetra. Altri ancora appartengono ad un passato ancora più lontano e penso alla cornamusa, anche se all’inizio degli anni sessanta è stato documentato l’uso di questo strumento nelle valli bergamasche.
Quindi quella koinè di cui parli riguardo al triveneto è un momento storico che ora non si riscontra più?
Le analogie nei repertori tradizionali del nord Italia sono molte, se pensiamo alla tipologia di ballabili, alla strumentazione utilizzata e allo stile esecutivo. Allo stesso tempo se viaggiamo attraverso le Alpi troviamo tantissime peculiarità locali, enclave musicali specialissime che hanno conservato repertori veramente arcaici: la musica violinistica della Val Resia, il carnevale di Bagolino e Ponte Caffaro, i balli da piffero delle quattro Province, i repertori da ballo delle valli Occitane o dello Zillerthal. La diffusione della musica scritta a cavallo tra ottocento e novecento, attraverso pubblicazioni come “Il Mandolino”, è poi responsabile della nascita di un repertorio comune di composizioni di intrattenimento (polche, mazurche, valzer, tanghi, etc.) che avvicinava gli appassionati di musica attraverso la distribuzione capillare di questo quindicinale
In quali eventi avete avuto modo di suonare?
L’anteprima come ho detto è stata il 9 luglio 2012 nella rassegna “Itinerari Folk” a Trento. Poi c’è stata la bella serata alla fabbrica Galvan di Borgo Valsugana il 30 luglio. E il 5 agosto abbiamo suonato a Baone, sui Colli Euganei, in provincia di Padova ad un neonato festival di musica popolare. Il prossimo appuntamento è il 2 settembre in Vallarsa, all’interno della manifestazione  “Tra le rocce e il cielo” e poi saremo a Rovigo l’8 settembre al festival “Ande Bali e Cante”.
Quale è stata la risposta del pubblico al vostro concerto?
Molto buona, direi galvanizzante per noi, e per certi versi inaspettata. Sia a Trento che a Borgo che a Baone abbiamo visto moltissima gente entusiasta e questo conferma che attraverso lo spettacolo passano anche delle emozioni.  Se questo voglia dire che c’è anche un maggiore  interesse, rispetto al passato, nella riscoperta delle proprie radici culturali questo non posso dirlo.  Per noi è importante che lo spettacolo funzioni bene,  trasmetta e comunichi qualcosa al pubblico. Speriamo che anche i giovani trovino interessante questo progetto e abbiamo la curiosità di vederlo. Nel resto d’Europa i giovani vanno a vedere molto numerosi i concerti di musica tradizionale, ricominciano a suonare strumenti particolari, frequentano i festival. In Italia questi fenomeni ci sono, basta pensare alla taranta salentina con le sue luci e le sue ombre,  ma non sono presenti dappertutto.
Quindi il problema è sia di costruzione di una cultura musicale che poi di una costruzione di una cultura e di una memoria?
Sicuramente i problemi rimandano a entrambe queste dimensioni.
Un esempio sul Trentino, che è la realtà che conosco meglio: c’è una rete formidabile di scuole musicali, e nessuna che proponga un corso di mandolino, di organetto diatonico e di altri strumenti, è possibile?  L’organetto in particolare che ha avuto un significato storico particolare, perché costruito in Trentino da vari laboratori come Galvan (Borgo), Giuliani (Mori), Branz Dallapè (Trento), Socin (Val di Non e Bolzano), etc. e addirittura esportato in giro per il mondo. 
Il ritrovamento del manoscritto Cadorino è avvenuto grazie a Manuela De Luca Valente, una studentessa dei corsi di etnomusicologia del Conservatorio di Padova, corsi che oggi sono stati cancellati a causa dei tagli all’istruzione.
In Piemonte nelle valli occitane il forte senso d’identità ha ad esempio portato al recupero di una prassi, diffusa anche tra i giovani, di suonare la ghironda e l’organetto. Così in Tirolo e Sudtirolo le scuole musicali hanno corsi di arpa tirolese, zither, organetto, hackbrett, etc.
Quali progetti avete per il futuro?
Lo spettacolo ovviamente è ancora in fase di rodaggio, ma ci stiamo preparando perché il 2013 possa regalarci qualche soddisfazione.  Speriamo che lo spettacolo possa girare il più possibile, compatibilmente col fatto che veniamo da zone diverse e distanti, e non siamo professionisti. Ci stiamo attrezzando con gli strumenti informativi che sono ormai indispensabili: una pagina facebook che già potete consultare, un website in costruzione, una documentazione audiovisiva che riguarda lo spettacolo che abbiamo fatto a Trento. Sul sito di Calicanto, inoltre, potete trovare le modalità per acquistare il libro a 15 euro.
Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it

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