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sabato 25 agosto 2012

MONTAGNA COME FLUSSO, MONTAGNA COME LUOGO: RIPOPOLAMENTO ED ECOSOSTENIBILITA' SECONDO GIORGIO CONTI




Giorgio Conti, di che cosa si occupa, e come i suoi studi la portano ad avvicinarsi alla montagna?

Premetto che il mio curriculum di studi è in-disciplinato. I miei interessi culturali sono principalmente etico-filosofici, anche se ora insegno nel campo delle Scienze ambientali e del Governo dell’Ambiente, sono “indisciplinato” poiché le discipline “imbalsamano” il sapere.
Come sostiene Karl Popper: “Le discipline non esistono, esistono solo strumenti per risolvere problemi”. Prosegue affermando che: “Dai problemi nascono i valori”. Quindi non ci sono valori eterni.
Detto questo per me la montagna è al centro di una riflessione che riguarda tutto il territorio e l’ambiente nazionale, come viene gestito e quali progetti-strategie abbiamo. Per parlare dell'importanza del territorio non soltanto come luogo fisico, ma come ambiente dinamico dove si gioca il tema della sostenibilità integrata (economica, ambientale e socio-culturale), ho coniato un neologismo: paesaggi eco-culturali. Questo termine indica che c'è un'interazione dinamica fra tre ambienti fondamentali. Il primo è l'ecosistema: parafrasando Heidegger, ognuno di noi è gettato in un ambiente, che non ha inventato, ma che gli viene pre-disposto dalla Natura: l'ambiente ecosistemico. Il secondo ambiente è quello antropizzato, quindi gli insediamenti umani: gli ambienti popolati e modificati nel corso della storia dagli esseri umani. Questi due ambienti sono gli ambienti “materiali”.
C'è poi l'ambiente “immateriale”, di gran  lunga più importante, che è quello etico-socio-culturale. E' il più importante perché rispecchia l'idea relativa ai valori che si concretizzano nel paesaggio totale, da intendersi in senso fisiografico e fisiognomico. Prendiamo ad esempio Firenze, gli etruschi si erano insediati a Fiesole, dove il clima era migliore e non c'era il rischio delle esondazioni dell'Arno. Perché a un certo punto la popolazione si sposta da Fiesole a Firenze? Perché gli antichi romani avevano molto più interesse per i flussi che per i luoghi, infatti, per realizzare un impero hanno costruito centomila chilometri di strade, e quindi favorivano lo sviluppo urbano in pianura che garantiva velocità di spostamento.
Per rispondere alla domanda, da diversi anni le Terre alte sono al centro dei miei interessi, perché lo sviluppo montano tradizionale, a differenza di quello di pianura, privilegia il rapporto fra la montagna e il fondovalle, quindi un'interazione fra luoghi. In questa dinamica, la montagna non può e non deve diventare solo parco. Una montagna che diventa solo parco rischia l'abbandono, e i territori abbandonati producono gravi rischi, specie idrogeologici, così come é accaduto recentemente con i disastri in Veneto e nelle Cinque Terre.
Il problema più noto, riguardo alle criticità del governo del territorio in Italia, è la cementificazione: si valuta che l'Italia abbia perso negli ultimi anni un'estensione di territorio agricolo equivalente alla dimensione della regione Toscana. Il problema più complesso, anche se molto meno conosciuto perché non rientra nell'immaginario collettivo italiano, è l'abbandono del territorio montano con il conseguente avanzamento del bosco. E quando parlo di “bosco”, mi riferisco in realtà a una boscaglia, perché per formarsi una foresta strutturata ha bisogno di secoli. Qui ci si riferisce alla boscaglia “disorganizzata” che nel XX secolo è aumentata del 50%, sul 54% del territorio nazionale che è quello montano.

Nei suoi convegni parla di “società dei flussi” e “società dei luoghi”, ci vuole spiegare cosa intende?

Le relazioni tra luoghi e flussi sono fondamentali. Prendiamo il turismo. Oggi risulta la prima attività  produttiva delle economie avanzate occidentali, ma come fa a esserlo se è sostanzialmente tempo libero-tempo del non lavoro? Bisogna considerare che dal turismo “fordista”, cioè semplicemente le ferie estive, si è passati a un'altra concezione, che coinvolge tre tipi di flussi diversi: il flusso di merci, di persone, e infine il flusso di idee-informazioni che oggi è sostanzialmente rappresentato dal web.
Questo aumento vertiginoso dei flussi fa capire che stiamo seguendo una forma di società che richiama quella dell'Impero romano, anche se allora vi era uno stato di diritto diffuso su tutto il territorio che per i globalizzatori di oggi non è altrettanto rilevante.
Il turismo in tutto questo si inserisce riguardo alle problematiche dell'impronta ecologica, quel “segno” ecologico è l’impatto che si lascia nel compiere un'attività, nei consumi, negli  spostamenti, eccetera.
Una ricerca, promossa da Thompson (il primo tour operator del Regno Unito) e redatta dal WWF, ha mostrato che per andare a Cipro (una destinazione non tanto distante da Londra) un inglese ha un'impronta ecologica pari circa alla metà di quella di un intero anno. Quindi tutti noi viaggiando lasciamo un segno nell'ecosistema, soprattutto attraverso l'anidride carbonica che immettiamo nell'atmosfera muovendoci in aereo, auto o treno.
Questi sono gli scenari che suppongono in prospettiva il ritorno alla montagna, con le risorse rinnovabili che essa comporta, come i boschi e l'energia idroelettrica. L'energia derivante dall'acqua e dai boschi è pulita e rinnovabile ed è più “democratica” di altre fonti di energia, come il petrolio. Le altre fonti di energia hanno bisogno di grandi centrali di produzione dello Stato o di grandi gruppi privati. Le piccole centrali idroelettriche e la gestione dei boschi permettono una migliore distribuzione dell'energia. La montagna non egemonizzata dai parchi o dal turismo è un modello di riferimento.
Prendiamo i pastori transumanti: sono le persone più “ecosostenibili” in assoluto. Allevano le greggi portandole in montagna d'estate, dove c'è la maggior quantità di biomassa, e non possono consumare troppe risorse naturali perché sanno che l'anno dopo non troverebbero più nulla con cui nutrire i capi di bestiame. La stessa cosa vale quando vanno a svernare a valle. Hanno un'idea del mondo che è ciclica e non lineare, come quella che sta alla base della società dei flussi.
Il pastore transumante è il futuro, non il passato. Conosce la capacità dell'ecosistema di sopportare la presenza dell'uomo, in rapporto con la ciclicità delle stagioni, con i luoghi ma anche con i flussi, perché gli spostamenti ciclici possono essere lunghissimi. I pastori transumanti spagnoli, ad esempio, possono arrivare a fare un percorso lungo tutta la Spagna, di oltre seicento chilometri. La montagna non è un elemento nostalgico, io non vorrei tornare a un passato che, per quanto riguarda il pastore transumante, era un passato fatto di fatiche e isolamento. Io sostengo che si possa integrare questa attività con le nuove  tecnologie. Perché dobbiamo avere noi cittadini il SUV a quattro ruote motrici, che non ci serve? Il pastore dovrebbe avere il SUV con il GPS, per essere raggiunto quando sta male o ha un incidente e un servizio di elisoccorso per le emergenze. E’ in questo contesto che la rete assume un significato strategico in rapporto alla qualità della vita montana.

Quali possono essere le conseguenze, sulla montagna, di questa società dei flussi?

Prima di ogni cosa c'è l'iperturismo che rischia di distruggere la montagna. Ho avuto modo di seguire una tesi che si occupava di Cortina d’Ampezzo, che ha prodotto non solo una grande mole di indicatori ambientali ma anche economici e sociali, dimostrando l'insostenibilità di quel modello, e non solo dal lato ambientale. Un modello, soprattutto quello dello sci invernale, insostenibile sia sotto gli aspetti ambientali, sia per le componenti socio-economiche. Se la casa, per esemplificare, costa quattordicimila euro al metro quadro, perché il prezzo è “drogato” dal turismo, dei figli adulti che intendono costituire nuove famiglie, verosimilmente solo uno potrà rimanere a Cortina a vivere, gli altri dovranno trasferirsi. Inoltre Cortina soffre di quel fenomeno della riforestazione spontanea, che significa anche perdita di terreno agricolo e dissesto idrogeologico.
Siamo abituati a ritenere la montagna come “marginale” rispetto alla società nel suo complesso, ma la montagna nel medioevo e, in parte, fino alla rivoluzione industriale, era la zona “più ricca” d’Italia perché possedeva risorse strategiche. Con la rivoluzione industriale e l’era del petrolio, invece, è arrivata la tragedia dell’emigrazione, e dell’abbandono delle risorse rinnovabili montane.
Infine sono contrario, oltre a considerare la montagna come parco, anche alla montagna come rifugio: gli scritti molto interessanti di Leslie Stephen Woolf, padre della scrittrice Virginia Woolf, mostrano come già tempo fa ci fosse la consapevolezza di una mancanza di dialogo fra gli abitanti delle Alpi e gli alpinisti inglesi, che, paradossalmente, hanno fondato il primo Club alpino d’Europa: l’Alpine Club, il 22 dicembre 1857.
L. S. Woolf affermava che non c’era dialogo perché gli inglesi vedevano la montagna come: The Playground of Europe (1871) simile a un campo da cricket, mentre per i montanari erano pascoli e luoghi di lavoro e fatica.
Questo intendo quando affermo di essere contrario alle terre alte come rifugi alpini. Parco e rifugio si equivalgono, perché il neoromanticismo è quello che ha portato a “violare” luoghi incontaminati come le cime, le vette, come fu per la corsa a raggiungere la cima del Cervino in cui, con l'obiettivo di piantare per primi la bandiera del proprio Club, si sfidarono e morirono alpinisti italiani e inglesi.  Oggi si considerano “inviolate” e “inviolabili” zone di alta montagna che, invece, sono state antropizzate nei millenni.
Stesso ragionamento, infine, vale per la monumentalizzazione della natura, con la creazione dei primi parchi naturali nazionali, come quello di Yellowstone, avvenuta negli USA dopo la creazione degli Stati Uniti d’America, rendendo “protetti”, vale a dire inviolabili, dei luoghi che erano abitati da millenni dai nativi americani, relegati nelle “riserve”, prototipo dei moderni campi di concentramento.

Da questi problemi che denuncia rispetto alla montagna, quali vie di fuga ci sono, che spazio si può trovare oggi per la montagna? La montagna è condannata a essere considerata il “luogo” contrapposto al “flusso”, quindi come ostacolo?

Credo che parlare di montagna, darsi un progetto sul territorio montano, diventerà imprescindibile negli anni a venire, e questo per una serie di motivi. Primo, la montagna non può essere abbandonata perché se è lasciata a se stessa, produce disastri ecologici e idrogeologici. La Repubblica di Venezia era un modello, per prima adottò delle leggi fin dal Medioevo, che considerava la relazione fra le montagne bellunesi e i territori costieri: la montagna non veniva isolata ma era parte integrante di tutto il territorio veneto.
La montagna diventerà cruciale per quanto riguarda le risorse locali, e quindi soprattutto l’acqua. L’acqua dolce, la cui scarsità potrà diventare un problema cruciale, è di origine montana, come si evince dal cosiddetto “ciclo dell’acqua”, per cui l'acqua evapora dagli oceani e dai mari, si condensa e precipita come piogge o neve, soprattutto in ambienti montani. Da qui scende a valle o per vie superficiali (i corsi d’acqua) o sotterranee.
Per queste ragioni il bioregionalismo, l’idea del legame del territorio montano con l’ambiente costiero che ha nei bacini imbriferi il suo elemento strutturale, diventerà sempre più strategico.
Un'associazione internazionale di città, quella delle Transition Towns, si occupa della questione del petrolio, ma anche dei problemi della difesa del territorio e dei cambiamenti climatici, e qui torna in ballo il governo delle acque, che all'interno degli sconvolgimenti climatici, la cosiddetta tropicalizzazione del clima, porterà le conseguenze più gravi. L'acqua dolce, come abbiamo detto, è di origine esclusivamente montana.
Purtroppo quello che vedo e temo è che siano i “montanari” i primi a considerare la montagna un luogo che è destinato al declino e a non lottare per un ritorno alla sua centralità.
Il Governo austriaco sovvenziona molto efficacemente chi sceglie di vivere in alta montagna, perché si è reso conto che chi presidia quel territorio lavora per tutta la nazione, perché le conseguenze dell’abbandono della montagna si ripercuotono su Vienna, mentre dalla valle è molto più difficile che le conseguenze ambientali, frutto di decisioni errate, risalgano a monte.
La montagna non è solo un luogo per guardare il cielo, è inserita strutturalmente in una dinamica di flussi, che sono in particolare quelli eco sistemici e climatici. I corsi d’acqua scorrono verso il mare, quindi la montagna non è isolata, rappresenta un forte legame con la costa.
I problemi della montagna si inseriscono nelle criticità bioregionali del nostro modello di sviluppo. Per queste ragioni è necessario forse parlare meno di rifugi e più di malghe, riscoprire l’importanza di questi “eroi civili”: i veri montanari non turisticizzati. La montagna ha un ruolo, e anzi diventerà sempre più centrale, se la strategia che ci guiderà è quella che porrà al centro i paesaggi eco-culturali, per tornare al primo argomento, in questo modo la montagna non verrà considerata solo come un insieme di rocce o come un santuario naturale.
Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it

Giorgio Conti porterà il proprio contributo al convegno UOMO E MONTAGNA, PAESAGGI IN TRASFORMAZIONE, che si terrà in Vallarsa, nell'ambito della manifestazione TRA LE ROCCE E IL CIELO, venerdì 31 agosto 2012. 

giovedì 26 luglio 2012

LE ALPI MAGNIFICO LABORATORIO PER IL FUTURO. INTERVISTA AD ANNIBALE SALSA.



Annibale Salsa, partiamo da quelle che saranno le tematiche del convegno “Uomo e montagna, paesaggi intrasformazione”, che si svolgerà a TRA LE ROCCE E IL CIELO venerdì 31 agosto 2012: il popolamento della montagna è stato stabile nel tempo o ha visto periodicamente flussi e riflussi?
Il popolamento della montagna non ha avuto una sua costanza stabile, ma ha visto periodi di incremento alternati a periodi di decremento dovuti a circostanze differenti, di natura economica, politica e climatica. Ci sono due estremi: la fase medievale che si può definire l’epoca d’oro del popolamento della montagna alpina e l’epoca moderna- contemporanea che marca il punto di minimo popolamento da molti secoli.
Durante il medioevo la popolazione venne incentivata a popolare zone di montagna con tutta una serie di facilitazioni economiche e grazie ad uno status giuridico particolare, che garantiva contratti d’affitto ereditari per i terreni e lo status di “uomo libero”. Queste pratiche fanno parte di quelle che io ho definito le buone pratiche medievali, che hanno permesso il dissodamento di una enorme quantità di terre, sia nella media montagna alpina, sia in aree al di sotto del livello del mare come nei Paesi Bassi. Questa è la fase virtuosa dell’incremento demografico delle popolazioni alpine.
Vi è poi una fase non virtuosa di questo incremento demografico, quella fase che crea lo squilibrio tra popolazione e risorse legata all’impennata demografica del XIX secolo, il vero e proprio canto del cigno del popolamento delle montagne alpine. Questo processo poi ha innescato un progressivo spopolamento della montagna, non più a carattere stagionale, ma definitivo, a favore delle zone urbane più vicine e più in generale alle zone di pianura.
Dato il trend negativo che ha caratterizzato le popolazioni montane che si sono trasferite in città per avere migliori condizioni di vita e più opportunità di lavoro negli ultimi decenni, come è possibile riportare attività produttive in quota in grado di garantire un ripopolamento?
Va detto con tutta onestà che negli ultimi anni ci sono stati già dei segnali di ripresa e di ritorno alla montagna. Oggi ci sono condizioni di interesse per la vita in montagna che solo 20- 30 anni fa non c’erano, visto che i modelli economici fordisti che si erano affermati durante tutti gli anni ’60 e ’70 del ‘900 avevano costretto i montanari a muoversi verso le città e la pianura per cercare lavoro in quello che è stato giustamente definito un esodo biblico. Negli ultimi 10 anni le condizioni generali si sono invertite, nel senso che oggi ci sono molte più opportunità per chi vive in montagna rispetto a chi vive in città, perché le nuove tecnologie rendono possibile praticare nelle “terre alte” delle attività che nella società industriale non erano possibili.
La società fordista era basata sui poli industriali e sul pendolarismo che hanno drenato risorse e popolazioni dalle zone alpine portandole nelle periferie urbane. Oggi potenzialmente ci sono condizioni nuovamente favorevoli al popolamento della montagna, ma il fatto che questo ancora non avvenga in misura sensibile e costante è dovuto al fatto che mentre durante il medioevo i decisori politici del tempo avevano assecondato il movimento di popolazioni verso la montagna grazie ad incentivi, come ho detto prima, oggi questo non accade perché la politica attuale ancora non coglie l’importanza che riveste il popolamento della montagna e delle Alpi nella fattispecie.
Oggi c’è un bisogno di ritornare ad avere, oltre al discorso sulla qualità della vita superiore che si può trovare in montagna, tutta una serie di prodotti di qualità, siano essi alimentari o di artigianato che solo il popolamento montano può garantire. La montagna, quindi, potrebbe ritornare ad essere popolata, a condizione che i decisori politici di oggi si rendessero conto dell’importanza e del valore che potrebbe avere una montagna popolata e vissuta e adottassero misure conseguenti, cosa che al momento non sta avvendendo.
È possibile mettere in relazione, pur con tutte le debite differenze, la fuga dai grandi centri urbani, iniziata nel tardo impero romano e nei primi secoli del medioevo e poi consolidatasi grazie agli incentivi dopo il 1100, con l’attuale movimento di fuga dalla città sovrappopolata e percepita come più rischiosa e violenta? La montagna può rappresentare di nuovo un rifugio per una parte considerevole delle popolazioni del primo mondo in un futuro non troppo remoto?
È chiaro che sono condizioni completamente diverse, ma legate sempre ad un disagio di vivere in territori che non sono più in grado di soddisfare le necessità pratiche. Al tempo della caduta dell’Impero Romano si trattava di una crisi epocale dovuta a fenomeni migratori massicci, oggi invece si tratta più di una crisi dell’uomo moderno che, anche alla luce della recente crisi economica, ha bisogno di fare i conti con l’economia reale e non più con un’economia fittizia basata sulla finanza e quindi molto più virtuale.
Le basi strutturali dei due fenomeni sono completamente differenti, ma oggi c’è la stessa esigenza di scappare dalla città. Se però questa esigenza non viene sostenuta politicamente rischia di diventare solo una fuga romantica. Quindi bisogna dare a tutta la montagna, soprattutto alle Alpi, degli strumenti di autogoverno che siano slegati da dinamiche elettoralistiche che tendono a chiudere una popolazione su se stessa, facendo in modo che siano le esigenze del territorio con le sue peculiarità il centro focale dell’agire politico. Misure come l’abolizione dei piccoli comuni montani sono guidate da logiche demenziali, che portano all’abbandono e all’inselvatichimento delle terre alte, che è causa di smottamenti, frane e dissesti idro-geologici, come abbiamo visto altre volte in Italia. La salvaguardia della montagna è una questione anche di salvaguardia del territorio e non un fatto prettamente economicistico.
Com’è possibile, nel contesto di scarsità di risorse economiche statali in cui ci troviamo, a tutelare efficacemente le piccole comunità linguistiche montane?
Il discorso della salvaguardia delle lingue va di pari passo con la salvaguardia delle comunità alpine. Il discorso generale riguarda la scuola: se si tolgono dei presidi scolastici nei paesi di montagna ne consegue giocoforza che si favorisce la fuga dalla montagna. Non è solo un problema di tutela di una lingua minoritaria, ma più di tutela di un insediamento minoritario. Queste riforme porterebbero i bambini in scuole più grandi, generalmente in fondovalle, generando forti spaesamenti e innescando di nuovo una urbanizzazione della montagna, che diverrebbe il terreno di gioco e di evasione per i fine settimana e non più uno spazio di vita.
Innanzitutto il presidio territoriale deve essere rappresentato dalle scuole, è fondamentale. Il cittadino di montagna ha necessità di essere riconosciuto come tale, non attraverso la ripetizione vuota di modelli culturali lontani nel tempo, ma attraverso il contatto con un patrimonio culturale rivisitato e attualizzato. Non un passatismo, quindi, ma insegnamenti che attraverso la lingua faccia comprendere meglio il territorio. Lo scopo primario è quello di cercare di mantenere attivi e vissuti i presidi di montagna, di cui la lingua è un aspetto complementare e dipendente.
Se vediamo quali sono le voci risparmio reali derivanti dall’eliminazione dei presidi scolastici e sanitari di montagna si scopre che in realtà sono cifre irrisorie nel breve periodo, ma che rischiano di dare il colpo di grazia alle comunità di montagna, con un ritorno economico negativo in termini di mancanza di prodotti di qualità che supererebbe di gran lunga i vantaggi per i costi correnti dello stato. Per non parlare dei costi morali…
Nell’ottica della salvaguardia delle lingue un ruolo importante lo può giocare la toponomastica. Come e quanto la salvaguardia della nomenclatura dei luoghi può aiutare una cultura minoritaria a sopravvivere?
Anche in questo caso spesso il problema viene travisato, per ignoranza o per malafede, in termini di sciovinismo linguistico o di etnicismo, mentre invece il problema reale è quello della toponomastica storica. Attraverso la sedimentazione dei nomi dei luoghi attraverso i molti secoli di storia, questi stessi luoghi hanno ottenuto una loro particolarità e specificità, una loro anima. I nomi dei luoghi narrano la loro destinazione funzionale e se si sovrappongono a questi dei nomi inventati, come è successo in Alto Adige, i luoghi non comunicano più niente.
Il toponimo storico dice sempre qualcosa, comunica un significato. Oggi la gente vive in una sorta di alienazione nella propria terra, nomina dei luoghi con denominazioni di cui non conosce il significato. Bisogna uscire dal dualismo etnicismo- sciovinismo linguistico e adottare un criterio, come ho detto, di toponomastica storica. La toponomastica non è legata ad un bilinguismo, ma è legata ad un significato che si è depositato in un luogo attraverso secoli di storia.
Dare un nome alle cose è il primo atto con cui l’umanità si identifica e si insedia in un luogo. Il toponimo storico ha un valore che va al di là dell’aspetto etnico- linguistico: è un qualcosa che riflette la storia di un insediamento. L’identità di un luogo è costruita dalla storia, non da una etnia o dalla lingua, frutto quindi di trasformazioni, mutazioni e negoziazioni continue fra popolazioni e territorio.
Che prospettive vedi per la conservazione della cultura di montagna, intesa nel senso più ampio possibile, oggi come oggi?
Per prima cosa io distinguo sempre tra le Alpi e le altre montagne perché le Alpi occupano una posizione strategica all’interno dell’Europa. Oggi, di fronte all’ondata euroscettica che si sta vivendo, in cui non si trovano più elementi che accomunino, e in cui si cercano ostinatamente solo quelli che dividono la storia delle Alpi può rappresentare un modello per il futuro. Le Alpi oggi possono tornare ad essere quello che molti studiosi hanno definito “magnifico laboratorio” per la convivenza pacifica di popoli e culture differenti. Possono diventare il laboratorio per una nuova Europa basata sul paradigma dell’unità nella diversità.
La crisi dell’Europa e dell’Euro dipende dal fatto che noi abbiamo una moneta unica, ma non abbiamo una politica monetaria unica, c’è solo una mera unione economica, ma a livello politico siamo ancora divisi dai nazionalismi. Le Alpi hanno sempre rappresentato uno spazio in cui differenti popolazioni hanno dialogato e collaborato tra loro senza che vi fossero confini fra di loro. Bisogna andare oltre il concetto di nazione, ormai vecchio e inutile.
Parlando altre volte hai citato più volte il modello della Confederazione Elvetica come l’equilibrio ideale tra diversità culturali: è un modello esportabile?
È chiaro che il modello elvetico non può essere esportato sic et simpliciter. Niente di così complesso può essere esportato. Sono fortemente contrario a coloro che affermavano che la democrazia potesse essere esportata. Ogni struttura sociale è figlia della cultura del tempo, quindi non si può semplicemente prendere il modello svizzero e copiarlo in un altro luogo tale e quale.
Il modello della Confederazione Elvetica è frutto di una storia lunga 700 anni di convivenza tra diversi che però avevano ben chiara l’esigenza di stabilire dei principi unitari di base, come quello della politica monetaria comune. I Cantoni svizzeri, pur avendo un'ampia capacita' di autogoverno in qualita' di Stati federati, delegano materie fondamentali come la moneta, le dogane, le poste alla Confederazione. In tal senso riescono a conciliare l'autonomia e gli interessi particolari dei territori con l'interesse generale della Comunita' allargata: un buon esempio di unita' nella diversità.

Il convegno UOMO E MONTAGNA, PAESAGGI IN TRASFORMAZIONE vedrà studiosi del calibro di Annibale Salsa, Roberto Mantovani, Ugo Morelli, Marco Avanzini, Geremia Gios, Giorgio Conti e molti altri, insieme ad amministratori e a persone che hanno deciso di fare ritorno alle attività produttive in montagna, confrontarsi sul tema dello spopolamento progressivo delle nostre valli. Il dibattito esaminerà le profonde trasformazioni che i cambiamenti in atto stanno producendo sulle nostre montagne; e tenterà di delineare possibili vie per invertire la tendenza in atto.
Il programma completo sul sito di TRA LE ROCCE E IL CIELO.


Riccardo Rella
riccardo_rella@yahoo.it

martedì 17 luglio 2012

L'ABBANDONO DELLA MONTAGNA: A OSTANA SI INVERTE LA TENDENZA. INTERVISTA AL SINDACO GIACOMO LOMBARDO


Lei è il sindaco di Ostana, un paese di montagna nelle valli occitane piemontesi, può dirci secondo lei che problematiche hanno i territori montani oggi?
Lo spopolamento l’abbiamo già vissuto negli anni scorsi, oggi siamo in una fase di ripresa, anche se piccola. La nostra popolazione si è ridotta ma il territorio è sempre lo stesso, quindi la superficie popolata del territorio del comune si riduce. Questo porta tutti i danni dell'abbandono, primo fra tutti il problema dell'equilibrio idrogeologico. A fronte di questi problemi, ci troviamo davanti a sempre meno fondi da parte dello Stato.
Quindi c’è la sensazione di disimpegno da parte dello Stato verso questi territori?
Certamente. Arrivano funzionari statali che non conoscono i territori, la normativa sui comuni è la stessa che si parli di Torino o che si parli di Ostana. Noi siamo costretti a continuare a produrre una grande quantità di statistiche ed approfondimenti sui vari dati ed indicatori che coinvolgono il territorio del comune, solo che poi non sappiamo che fine facciano e sul territorio non torna niente.
Ostana è un comune di lingua occitana, quindi una tradizione linguistica e culturale molto antica. Queste tradizioni così particolari come si riescono a tutelare?
Lavorando, lavorando, lavorando: facendo manifestazioni, curando pubblicazioni, facendo concorsi letterari. Facciamo un concorso letterario per minoranze linguistiche (“Premi Ostana Escrituras en lengas maires” ovvero “Premio Ostana Scritture in lingue madri”), all’interno del quale diamo un riconoscimento ad uno scrittore occitano. Quest’anno il premio è stato dato a Serge Bec, ma fra i premiati delle edizioni precedenti vorrei citare Gavino Ledda (per il sardo), Harkaitz Cano (per la lingua basca), Andrea Nicolussi Golo (lingua cimbra), Tuntiak Katan (lingua shuar in Ecuador), Maite Brazalas (lingua catalana), Vuolab Kerttu (lingua sàmi), Witi Ihimaera (lingua maori), ecc.
Poi abbiamo il festival di “Falsi documentari” DOCUMENTEUR, che è appunto l'unione fra DOCUMENTAIRE e MENTEUR, che vede coinvolto un paese per ogni valle occitana in documentari che sono, per l'appunto, su argomenti di fantasia. Quest’anno sono stati coinvolti sette paesi dalla Val Gesso fino alla Val Chisone. Abbiamo poi il cinema per ragazzi, anche quello a forte impronta occitana.
Ogni anno il 5 gennaio andiamo indietro nel tempo a quando venivano raccontate le storie dentro le stalle, in occitano ma non solo in quella lingua.
A settembre dedicheremo al nostro territorio un'intera giornata, che si articolerà in una mattinata di escursione sui sentieri seguiti dai pastori, e si concluderà la sera con una gara di balli tradizionali.
A luglio avremo modo di parlare con Maria Soresina della cultura occitana e in particolare delle sue radici storiche, che rimandano ai catari, cioè quella popolazione non cattolica che abitava nel sud della Francia fra 1200 e 1300, nel periodo in cui il francese era parlato solo al nord.
Noi poi facciamo parte del Festival di cultura occitana e catalana, organizzato in collaborazione della Generalidad de Catalunia: ad agosto ci saranno proiezioni di filmati in Catalogna, nel sud della Francia e, per l’Italia, a Ostana e Paesana. Sempre a Paesana ci sarà anche una settimana di cultura occitana.
Insomma, è in questo modo che si fa cultura: continuando a fare, a organizzare, a tenere in vita quelle che sono le tradizioni, la lingua e la memoria.

Ostana fa poi parte dell’Alleanza delle Alpi, una rete di comuni dell’arco alpino che esiste dal 1997.
Esattamente, anche questo rientra nell’esigenza di promuovere e valorizzare una cultura degli ambienti di montagna, organizzando eventi e manifestazioni e promuovendo, a livello statale, una serie di protocolli che riguardino la montagna. Ora lo Stato ne ha recepiti alcuni, anche se lo ha fatto dopo anni. Poi l’Alleanza serve a collaborare e a “fare rete” con altri comuni che condividono caratteristiche simili.
L’Alleanza esiste da 15 anni, il bilancio di questa esperienza è positivo?
Il Comune di Ostana è membro da circa 4 anni. Il bilancio è positivo perché ci permette di scambiarsi informazioni ed esperienza. Quest’anno abbiamo anche fatto una collaborazione con altri quattro comuni montani che ha prodotto delle cartine dei vari territori. Poi però c’è l’esigenza di spingersi oltre, anche perché il trattato di Lisbona per quanto riguarda l’Unione Europea ha inserito al suo interno un articolo specifico sulla montagna, quindi speriamo e pensiamo che questo tipo di esperienza si possa estendere ad altre regioni a livello europeo.
Ostana ospita anche un Ecomuseo della Civiltà Contadina.
Sì. In realtà si articola in due parti: un vero e proprio Museo, denominato Civico Museo Etnografico di Ostana, che si trova nell’ex municipio e ha cinque sale in cui viene illustrata la vita dei contadini che abitavano il territorio di Ostana. La parte ecomuseale, invece, è un percorso nei sentieri che conduce alle vecchie baite e ai luoghi dove si svolgeva l’attività agricola.

Il sindaco di Ostana Giacomo Lombardo parteciperà al convegno del 31 agosto 2012 UOMO E MONTAGNA: PAESAGGI IN TRASFORMAZIONE, che si terrà al Teatro Comunale di Riva di Vallarsa. Studiosi e praticanti della montagna si confronteranno sulle conseguenze che lo spopolamento delle nostre valli sta producendo sull'ambiente e sul paesaggio, e sui possibili modi per invertire le tendenze in atto.

Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it


L’intero programma del Festival “Tra le rocce e il Cielo” su PROGRAMMA