Spiro è un vero e proprio monumento vivente all’alpinismo. Memoria storica di interi decenni e generazioni di alpinisti, ha sempre guardato alla montagna con uno spirito profondamente e convintamente romantico, anche se questo lo ha posto spesso in contrapposizione con il presente e le sue concezioni “sportive” della pratica dell’alpinismo.
lunedì 18 ottobre 2010
Tavola rotonda "Le nuove alpi, vivere la montagna oggi"
Oggi è possibile vivere le Alpi? Questa la domanda centrale di questo importante incontro.
Il primo intervento è quello di Enrico Camanni, giornalista, alpinista e scrittore di molti saggi sulla montagna, tra cui La nuova vita delle alpi (Bollati Boringhieri, 2002) è senza dubbio il più affine alle tematiche della serata. Nel suo intervento ha evidenzato la necessità, per chiunque viva nell’ambiente alpino, di mettersi in gioco completamente, in un momento di snodo storico importante come questo, senza chiudersi su sé stessi, cercando di tutelare unicamente tradizioni che rischierebbero di diventare usanze da cartolina, né di contro appiattirsi sulle necessità di chi, proveniente dalla città, desidera trovare esattamente gli stessi servizi e le stesse comodità durante la sua settimana bianca. Chi vive in montagna deve essere in grado di scegliere cosa debba essere salvaguardato ad ogni costo e cosa invece sia più conveniente cambiare o reinventare per poter vivere al meglio l’ambiente alpino. Allo stesso tempo è necessario mantenere uno sguardo il più possibile unitario e di insieme su tutto l’arco alpino e le sue problematiche, per evitare di cadere nella facile trappola del localismo, che non farebbe altro che frantumare ulteriormente l’ambiente sociale montano, indebolendo la capacità decisionale delle popolazioni.
La parola passa poi a Geremia Gios, sindaco di Vallarsa e professore di Economia e estimo rurale alla facoltà di Economia di Trento. Il suo è un intervento maggiormente incentrato sull’economia del territorio e sulla necessità, da parte della popolazione delle zone alpine di aver voce in capitolo nelle scelte che ne interessano l’ambiente e la vivibilità. Le alpi, infatti, sono zone dove demograficamente la popolazione cresce a ritmi superiori rispetto alla media del singolo stato, a dimostrazione di una vitalità dell’ambiente, ma sono zone che subiscono una forte emigrazione successiva nel caso in cui il centro decisionale non fosse anch’esso inserito nell’arco alpino (come ad esempio nei casi di Svizzera, Val d’Aosta e Trentino). Per poter vivere bene in montagna è quindi necessario riappropriarsi del proprio territorio, poterlo gestire in autonomia e non dovendo ubbidire a logiche di mercato che vedono sempre favoriti i grandi centri urbani, e puntare sulle nuove tecnologie, per poter creare nuovi posti di lavoro in grado di catalizzare le fasce più giovani della popolazione, incentivandole a rimanere.
L’intervento di Marcello Mazzucchi, professore di Ecologia presso la facoltà di Ingegneria Ambientale di Trento, è dedicato alla gestione ambientale delle alpi, trentine in particolare. Negli ultimi anni il trasferimento verso i centri urbani della gran parte della popolazione montana ha interrotto quelle che erano tradizioni millenarie di gestione del territorio. I pascoli, non più sfruttati, si sono rapidamente rimboschiti, riportando il paesaggio alpino alla sua forma naturale, quella cioè di un’unica grande foresta. Per ritornare a vivere la montagna è quindi necessario ripristinare quelle modalità di sfruttamento delle risorse ambientali che facevano del paesaggio di montagna un paesaggio antropizzato, vissuto e modellato dall’uomo, in grado di soddisfare i suoi bisogni.
Il quarto intervento è quello di Annibale Salsa, ex presidente del CAI e della convenzione delle Alpi e grande esperto di antropologia delle alpi. Il suo intervento si riallaccia a quanto detto precedentemente da Camanni, e si concentra principalmente sulla crisi profonda del modello di vita industriale- cittadino che ha dominato per tutto il ventesimo secolo. Una crisi che può restituire alla montagna lo spazio che ha progressivamente perso con la nascita degli stati nazionali, che hanno creato frontiere dove prima c’erano confini, lacerandone l’unità e dividendone il territorio. La montagna può e deve riprendersi gli spazi di libertà e di manovra che ha sempre avuto, recuperando la mobilità interna che ha garantito alle popolazioni di convivere pacificamente, incontrandosi e mescolandosi. Soprattutto la montagna deve riuscire a elaborare nuovi modelli sociali, unendo ciò che di buono ha da offrire la tradizione e la modernità, per poter uscire dalla sudditanza nei confronti della città e ricominciare ad essere un luogo vissuto pienamente.
La tavola rotonda si conclude con l’intervento di Spiro dalla Porta Xydias, grande alpinista, presidente del GISM e scrittore di montagna prolificassimo, che affronta il lato romantico e spirituale della montagna. Citando numerosi esempi (come l’Olimpo per i greci, o i templi indiani, che in sanscrito sono sinonimi di montagna) mostra come la montagna sia sempre stata per l’uomo la naturale sede del divino, un punto di contatto tra cielo e terra. E come la conquista della vetta sia per l’alpinista una sorta di purificazione spirituale, un momento di elevazione indescrivibile nella sua essenza più profonda. Tematiche che verranno approfondite nella terza giornata del festival, con la conferenza da lui curata “Attentato all’alpinismo”.
giovedì 7 ottobre 2010
Presentazione della nuova edizione de "La prova del fuoco" di Carlo Pastorino

La conferenza di presentazione inizia con un po’ di ritardo dovuto agli strascichi delle discussioni estive sui lavori al Trincerone e alle dovute e necessarie spiegazioni dei lavori stessi da parte del pool di esperti che vi hanno preso parte. L’occasione è molto importante: viene ripresentato al pubblico in una nuova edizione un grande capolavoro dimenticato della letteratura sulla Prima Guerra Mondiale, “La prova del fuoco” di Carlo Pastorino. La nuova edizione è stata curata da Egon (http://www.egonedizioni.it/catalogo/egon/La%20prova%20del%20fuoco.html), con postfazione di Francesco De Nicola, che ha introdotto la conferenza. Grande esperto di letteratura sulla Prima Guerra Mondiale, De Nicola ha introdotto al pubblico questo autore, vallarsero d’adozione, che nei luoghi del festival ha lasciato un’impronta nella memoria che ora rischia di perdersi, parlando della sua formazione, delle sue origini contadine mai dimenticate, origini che gli hanno dato quella straordinaria capacità di descrivere i paesaggi con pochi ma emozionanti particolari.
Il libro è un racconto vivido e essenziale, quasi un diario dell’anno di guerra combattuto da Carlo Pastorino, ligure di Masone, sulle montagne della Vallarsa, tra il 1916 e il 1917, prima di essere catturato dagli austriaci e rinchiuso in un campo di prigionia. Come dirà poi Gregorio Pezzato, si può leggere nelle pagine del libro il legame viscerale che Pastorino instaurerà con la Vallarsa, che diventerà una sorta di nuova terra natale, dopo le terribili prove che la guerra imporrà a lui e a tutto il suo battaglione. Tutto, dai fatti minori a quelli più violenti, è descritto con pochi, ben misurati particolari, senza indulgere in facile retorica, restituendo un immagine vivida e vera dell’esperienza della vita di trincea e della guerra di montagna, come hanno saputo fare pochi altri autori, sia in Italia che nel resto dell’Europa. Anche per questo l’operazione di riedizione di Egon, sponsorizzata fortemente dall’associazione Tra le rocce e il cielo, è estremamente importante, perché permette di riproporre al pubblico un libro di eccezionale valore che rischiava di venir dimenticato, per via di logiche editoriali spesso legate solo al profitto e non al valore dei libri.
lunedì 4 ottobre 2010
Commemorazione di Claudio Barbier

Tutto il pomeriggio della giornata di sabato 21 agosto è stato occupato dalla presentazione del libro di Anna Lauwaert, intitolato “La via del drago” (edizioni Vivalda), e dalla successiva conferenza in memoria di Claudio, moderata da Mirella Tenderini. È stato un pomeriggio ben distante, però, da una fredda e distaccata commemorazione, come spesso succede a molti anni dalla morte di una grande personalità, dove la maggior parte degli invitati non ha più niente da dire sul personaggio o lo conosceva talmente poco da poter solo accennare a qualche piccolo fatto. Fin dalle pagine del libro di Anna Lauwaert si capisce che saranno ore dedicate a chiacchierare sull’uomo Claudio Barbier, al di là delle immagini stereotipate del mito dell’alpinismo.

Nel suo libro Anna ci da una visione nuova di Claudio, lontana come detto da stereotipi e false mitologie, raccontandone tutti i piccoli episodi che contribuiscono a darne un’immagine viva, che solo una persona che come lei ha condiviso tutti i momenti più intimi per lungo tempo può fare.