mercoledì 27 giugno 2012

CAMMINANDO A PASSO D'ASINO. INTERVISTA A VALENTINA MUSMECI


Consultando il tuo sito internet ho scorso rapidamente il tuo “curriculum” di viaggiatrice e ho notato che è davvero fittissimo… Cosa cerchi nel viaggio?
È una domanda difficilissima, perché quello che uno cerca nel viaggio, cerca nella vita… Non so se il mio curriculum è fitto, forse lo è in confronto a chi viaggia poco, ma quando cominci a viaggiare ti rendi conto di quanto c’è da vedere nel mondo e quanto poco conosci. Quindi io mi sento in cammino, sto cercando di vedere il più possibile di quanto può offrire il mondo. Se mi chiedi qual è la prima cosa che mi spinge a muovermi è la curiosità di conoscere, di stupirmi, di vedere cose nuove…
Cosa puoi dire che ti abbia dato, da un punto di vista personale, il viaggiare in questi anni?
Capita di conoscere persone che sono state in un sacco di posti, ma il loro punto di vista è rimasto sempre lo stesso. Mi auguro che il mio viaggiare sia stato sempre un cercare di vedere il mondo sotto prospettive diverse, le prospettive degli altri, di chi incontri, perché solo in questo modo puoi arricchirti di una visione ulteriore, di una prospettiva della vita che non avevi considerato… un modo nuovo di vedere le cose. Quando mi metto in viaggio mi sento sempre un po’ come una bambina, basta che qualcuno mi dica “prepara la valigia” e che il viaggio duri un giorno o un mese sono sempre elettrizzata come una bambina.
Quindi senza dubbio il desiderio gratificato della scoperta è la prima cosa che il viaggiare mi abbia dato in questi anni, e la seconda è appunto il portarsi a casa nuovi modi di vedere le cose, che è sempre un arricchimento enorme.  
Sempre dal sito si può notare come tu abbia collaborato molto con riviste: come organizzavi i tuoi viaggi? Partivi per conto tuo e poi vendevi il pezzo o lavoravi su commissione?
Al tempo lavoravo solo su commissione. Ora sto cercando di affrancarmi da questo modo di lavorare. Come dice Messner, le riviste di settore attualmente sono solo marketing camuffato. Quando io viaggiavo su commissione dovevo esclusivamente parlare bene dei posti che visitavo e, nel caso avessi visto, come è successo più volte, cose che non mi piacevano, dovevo tacere il fatto.
Credo che ora giornalismo e fotogiornalismo stiano cambiando e credo che si abbia bisogno di nuovi  punti di vista. Attualmente lavoro per riviste e per siti internet di settore che seguono queste nuove prospettive, cercando di organizzarmi in prima persona i viaggi in modo da decidere io cosa andare a scoprire e poi poter raccontare liberamente quello che vedo, senza dover forzatamente decantare luoghi solo perché c’è qualcuno dietro le quinte che paga per il pezzo per “spingere” una località a fini turistici.
Certo la libertà a volte fa paura… questa mia nuova modalità di viaggiare a volte mi rende insicura, ma la differenza è enorme, straordinaria. Ad esempio io avevo da sempre un fortissimo richiamo per la Cina, con contatti già presi durante fiere, che una volta ottenuta questa libertà d’azione ho usato per preparare il mio prossimo viaggio nello Yunnan del nord, dove andrò la settimana prossima. Quello che mi spinge lì è un interesse puramente personale, è la voglia di cercare un mio percorso.
Da un lato io viaggio perché mi spinge una motivazione personale molto forte, come nel caso dello Yunnan e di Shangri- La, dove voglio raccogliere materiale per il mio secondo libro che vorrei scrivere, e allo stesso tempo c’è un bisogno di mettere in evidenza delle realtà che stanno emergendo. Per esempio nello Yunnan stanno nascendo una serie di progetti di ecoturismo che si legano in più modi al mio progetto di ecoturismo del trekking con gli asini qui in Provincia di Trento.

Ecco, parliamo di questo tuo progetto di trekking con gli asini: come è nata questa idea?
Molte volte nella vita vai in una direzione, cerchi di fare una cosa e poi ne viene fuori un’altra, e così è stato in questo caso. L’idea del trekking con gli asini non è mia: un giorno ero al telefono con una mia cara amica che mi dice “perché non venite a fare un trekking con gli asini con noi sul Lagorai?”. Mi si sono subito illuminati gli occhi, perché non vedevo l’ora di trascorrere una settimana nel nostro patrimonio naturale.
Sono arrivata casualmente al trekking con gli asini, ma ne sono rimasta fortemente colpita, perché ha degli aspetti straordinari che anche l’andare in montagna da soli non può darti. Condividere con un gruppo un’esperienza di trekking lunga una settimana immersi nella natura selvaggia e incontaminata del Lagorai, dove raramente si incontrano altre persone è qualcosa di eccezionale. Si riesce a ritornare davvero in contatto con la natura, che è uno dei bisogni che l’uomo di oggi ha, spesso inconsapevolmente.
Quindi questi mezzi atipici e lenti cosa possono dare di più rispetto ai mezzi moderni?
Questo tipo di trekking aiuta a familiarizzare con l’incertezza e con gli imprevisti che possono sempre succedere. Quando partiamo ci prefiggiamo sempre di percorrere un dato numero di chilometri ogni giorno, ma se si vede che quel giorno non riusciamo a coprire per intero il percorso e siamo costretti a mettere il campo tendato un po’ prima, vuol dire che adatteremo i piani per il giorno dopo. Noi abbiamo il terrore dell’incertezza, come si può vedere in un periodo come questo. In realtà può vivere nell’incertezza, lo ha fatto per molto tempo, solo che se lo sta dimenticando.
Il viaggiare lento permette, invece di pianificare una serie di attività già previste, disposte una dietro l’altra come accade nella vita di tutti i giorni, ti permette quel tempo necessario per pensare. La lentezza di permette una riflessione a tutto campo, che può essere sul tuo esercizio fisico, sulla consapevolezza di quello che stai facendo e permette anche la contemplazione, della natura, di un tramonto, di un panorama. All’inizio può fare paura la lentezza, ma nel giro di poco tempo inizia ad affiorare e crescere il piacere di potersi prendere il proprio tempo per fare le cose.

Quali problematiche ci sono, se ci sono, nel basare il proprio mezzo di trasporto su un essere vivente, dotato di volontà propria e non su un mezzo meccanico?
L’asino deve diventare un tuo alleato nel procedere, devi tu, essere umano, trovare un contatto con l’asino, un’intesa, e spesso ti trovi a parlare direttamente con l’animale. Formuli i pensieri e le richieste nei suoi confronti ad alta voce. All’inizio di ogni giornata di trekking si deve rifare il “contratto formativo” con l’asino, dicendogli “guarda, io mi prendo cura di te, ti faccio mangiare l’erba e riposare quando sei stanco, ma tu portami le mie cose senza fare storie…”. Sono cose che l’uomo sta dimenticandosi completamente.
In ogni caso spesso l’asino fa l’asino, come si dice, e capita che si fermi davanti ad un ruscello e non voglia attraversarlo e allora non ti resta che convincere l’asino a proseguire. Gli slacci il basto, lo avvicini all’acqua per fargli vedere come non sia in realtà pericoloso, fargli prendere confidenza e dimostrargli che il fatto che il ruscello sia rumoroso non indica che sia rischioso. Quando poi finalmente si riesce a fargli guadare il torrente, poi si può rimettergli il basto e ripartire, serve solo tempo.
Una volta è capitato che l’asino si sia buttato a terra, con una pancia gonfissima che ci aveva anche fatto temere il peggio e invece lui voleva solamente riposare e farsi togliere il basto. Una volta tolto il basto lui ha respirato e è stato un quarto d’ora abbondate sdraiato a terra e poi come se niente fosse si è rialzato ed è ripartito, molto felice di accettare di nuovo il basto e i bagagli sulla schiena.
Quando riesci ad entrare in contatto vero con l’asino scopri di avere un alleato, anzi, più che un alleato un maestro, visto che l’asino pensa prima di mettere un passo dopo l’altro e tu impari, grazie alla vicinanza, perché l’animale fa quello che fa.
Com’è organizzato questo trekking? È un trekking chiuso o è possibile farlo da semplici turisiti?
Io faccio ogni anno un trekking con asini con un gruppo di amici che gestiscono tre allevamenti di asini nella zona del Lagorai, ma ci sono una serie di proposte di trekking di questo genere nella provincia di Trento che sono raccolte sotto il nome di “Dove pensano gli asini” (che è anche il titolo del libro che ho scritto dopo questa esperienza) che propongono ai turisti un assaggio di quello che può voler dire un’esperienza di questo tipo. Ci sono diversi tipi di “assaggi” da poter fare: c’è il trekking di mezza giornata per bambini, il trekking di una giornata intera e ci sono alcune proposte in cui si dorme nei rifugi o in tenda. È possibile trovare sul sito www.dovepensanogliasini.it tutte queste proposte. Mi piace inoltre ricordare che in questo progetto a livello provinciale sono gli allevatori e i conduttori, le aziende piccole per intendersi, che si propongono in prima persona per organizzare questo tipo di trekking, non le APT delle varie zone, con le quali comunque si collabora sul territorio. Ognuna di queste piccole aziende si fa carico di valorizzare il proprio territorio e il proprio patrimonio culturale.
Al momento il progetto è esteso a sei valli, tutte in provincia di Trento, anche se c’è un grande interessamento da parte dell’altopiano di Asiago per entrare a far parte del progetto e vedremo se sarà possibile aggiungerlo dall’anno prossimo. Inoltre c’è stato un interessamento da parte di una zona della provincia di Bolzano, ma io credo che valga la pena di mettere i mattoni piano e uno alla volta in modo che siano solidi e sicuri prima di costruire castelli in aria. Quindi per ora questo progetto è assolutamente trentino e intende svilupparsi nei prossimi anni e di sicuro già dall’anno prossimo si inseriranno altre due zone: il nostro scopo è anche quello di costruire un sentiero unico che possa collegare tutte le valli del Trentino attraverso l’uso dell’asino come “mediatore culturale”.

Per concludere, hai mai pensato di usare questo mezzo di trasporto in un tuo trekking all’estero?
Sì, in effetti già nelle ultime fiere di turismo ho contattato alcuni tour operator, soprattutto nel Nord- Africa dove gli asini vengono regolarmente impiegati anche per lavoro, per cercare di esportare questo genere di trekking anche in quelle zone. Non ti nascondo poi che anche quando sarò a Shangri-La andremo a fare un piccolo trekking su un ghiacciaio e cercherò gli asini. Alcuni amici alpinisti mi hanno detto che in Nepal attualmente gli asini vengono impiegati di più rispetto agli yak, essendo più versatili e maneggevoli…
Mi lascio guidare da quello che arriverà e quindi dall’anno prossimo queste proposte di trekking potrebbero arricchirsi di qualcosa di internazionale, hai avuto il tuo scoop!
Grazie mille per l’intervista, buon viaggio e arrivederci al festival allora!
Grazie a voi e buona estate!

Intervista di Riccardo Rella
hekaloth@gmail.com

Valentina Musmeci racconterà la sua esperienza di trekking someggiato con gli asini a TRA LE ROCCE E IL CIELO, al tendone di Riva di Vallarsa, venerdì 31 agosto alle 21.00. Insieme a VALENTINA MUSMECI ci saranno MARGHERITA HACK, ALESSANDRO DE BERTOLINI, DAVIDE SAPIENZA, GIGI ZOPPELLO, che con l'aiuto di CARLO MARTINELLI  ci racconteranno LA GIOIA DELL'ANDAR LENTI.
Sempre venerdì 31 agosto, USCITA DI TREKKING SOMEGGIATO CON GLI ASINI di BastoBio, ANCHE PER FAMIGLIE E BAMBINI. Ritrovo alle 10.00 davanti all'Hotel Genzianella di Bruni di Vallarsa. Percorso: Giare Larghe. Massimo 30 partecipanti, prenotazioni presso Pro Loco Vallarsa 3341330576 entro lunedì 27 agosto.


L’intero programma del Festival “Tra le rocce e il Cielo” su PROGRAMMA

martedì 26 giugno 2012

“TRA LE ROCCE E IL CIELO 2012” IL FESTIVAL TORNA IN VALLARSA DAL 30 AGOSTO AL 2 SETTEMBRE


Il Monte Cornetto dal Sentiero delle Greste
TRA LE ROCCE E IL CIELO 2012, il Festival della montagna vissuta con consapevolezza torna in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre.
Mostre, film, incontri, uscite sul territorio, convegni, laboratori, concerti, spettacoli, presentazioni di libri arricchiranno le quattro giornate della manifestazione - organizzata dall’associazione culturale Tra le rocce e il cielo in partnership con Accademia della montagna del Trentino - che si svolge nel suggestivo e incontaminato ambiente della Vallarsa, all’ombra delle Piccole Dolomiti.
Il Festival si aprirà giovedì 30 agosto con la giornata dell’arte della montagna. Nel pomeriggio gli autori presenteranno i loro libri, tra loro anche Carmine Abate, finalista del Premio Campiello. La sera la storia della costruzione della diga di Speccheri, “la scoperta del "petrolio del Trentino", l'energia idroelettrica” sarà messa in scena in uno spettacolo teatrale, in prima visione assoluta, scritto da Gigi Zoppello e diretto da Mariano De Tassis.
 Venerdì 31 agosto la giornata dedicata alla vita in montagna sarà centrata sul convegno “Uomo e montagna: paesaggi in trasformazione”. Scienziati, esperti, studiosi, economisti parleranno della manutenzione del paesaggio e del ritorno consapevole alla montagna. Armando Aste e gli altri protagonisti della prima conquista italiana dell’Eiger rievocheranno l’impresa. Il museo storico di Rovereto presenterà una guida per ragazzi sui sentieri storici della Vallarsa e porterà le famiglie al Forte di Matassone. E la sera dopo l’incontro–spettacolo con Davide Sapienza “La musica della neve”, ci sarà  “La gioia dell’andar lenti”: l’astrofisica Margherita Hack confronterà la sua esperienza con altri viaggiatori lenti.
Sabato 1 settembre il convegno “Piccole scuole, piccole lingue” aprirà la giornata dedicata alle minoranze linguistiche. Ci sarà un incontro sui grandi carnivori: “Le attività umane e i grandi carnivori sulle Alpi: una convivenza possibile?”. La sera le antiche suggestioni klezmer degli “Ziganoff” di Renato Morelli saranno protagoniste di un concerto acustico.
Domenica 2 settembre è la giornata della storia. Al mattino, a Campogrosso, si potrà vedere una rievocazione storica con soldati in divisa della Grande Guerra.  Durante la festa degli alpini, saranno presentati libri, mostre e sentieri.  Nel pomeriggio, all’interno del Progetto “Pasubio 100 anni” sarà presentata la prima linea austro-ungarica che corre vicino all’abitato di Foppiano. Il Festival si chiuderà con il concerto dell’Orchestra popolare delle Dolomiti, che presenterà un repertorio sconosciuto, tratto da antichi manoscritti del ‘700.
Il programma di tra le Rocce e il cielo – visitabile sul sito www.tralerocceeilcielo.it -  comprende anche escursioni  di nordic walking e orienteering. Si potrà fare trekking con gli asini, un’escursione sul Sentiero della Pace, una visita alla diga di Speccheri, o una rilassante passeggiata tra le numerose mostre allestite nella valle. Ce ne saranno di pittoriche e fotografiche, una sulla  guerra raccontata ai ragazzi nelle pagine del Corriere dei piccoli, un’altra su come si faceva il formaggio una volta. Una sulla storia dei bacini idroelettrici in trentino curata dalla Fondazione Museo storico di Trento e un’altra sulle mutazioni del paesaggio nel tempo realizzata con la collaborazione del Museo delle scienze di Trento. Non mancherà una rassegna cinematografica con film di Renato Morelli, Michele Trentini, Giorgio Diritti e Fredo Valla e Vittorio Curzel. Verranno premati i vincitori del concorso video “Racconta la tua montagna – Dentro il paesaggio”, bandito per la prima volta quest’anno. Si potranno seguire anche un laboratorio di danze popolari e un corso di fotografia.
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

martedì 22 maggio 2012

“RACCONTA LA TUA MONTAGNA - DENTRO IL PAESAGGIO” BANDITO IL CONCORSO PER VIDEO CHE RACCONTANO IL PAESAGGIO



foto Marco Angheben


Il paesaggio, il modo di viverlo, la sua cura, la sua valorizzazione. E’ questo il tema della prima edizione del concorso di video “Racconta la tua montagna” organizzato dall’Associazione culturale “Tra le Rocce e il cielo”.

Quest’anno il tema è “Dentro il paesaggio”. Al concorso possono partecipare tutti divisi in tre categorie: studenti delle scuole superiori, adulti, famiglie. I video, che non dovranno essere più lunghi di 15 minuti, dovranno avere come soggetto il paesaggio di montagna, preso in esame da uno qualsiasi dei molteplici punti di vista possibili: paesaggio fruito dal punto di vista estetico, percorso attraverso passeggiate naturalistiche, raccontato nella sua profondità temporale attraverso il rapporto con la storia, documentato attraverso la testimonianza della cura, della manutenzione e del recupero, vissuto attraverso memorie e ricordi, mediato attraverso il filtro della letteratura e della poesia.
Le opere, in dvd, dovranno essere presentate in forma anonima e contrassegnate solo da una sigla (la stessa riportata su di una busta sigillata contenente dati dell’autore) entro e non oltre le ore 12 del 30 giugno 2012.

A una giuria spetterà poi il compito di visionare e premiare i video, quelli meritevoli verranno proiettati nel corso delle giornate del Festival della montagna TRA LE ROCCE E IL CIELO, che si terrà in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre 2012.

Il regolamento del concorso “Racconta la tua montagna - Dentro il paesaggio”, di cui va presa visione nella sua interezza prima di partecipare, si può trovare sul sito www.tralerocceeilcielo.it a questo link: http://www.tralerocceeilcielo.it/?page_id=594 .

Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

giovedì 17 maggio 2012

Tra le rocce e il cielo al TrentoFilmFestival: UOMO E MONTAGNA, PAESAGGI IN TRASFORMAZIONE



“Uomo e montagna: paesaggi in trasformazione”, è questo il titolo dell’appuntamento del Festival TRA LE ROCCE E IL CIELO, che si è svolto lo scorso 30 aprile a Trento, all’interno del TrentoFilmFestival 2012, il festival cinematografico dedicato alla montagna. Annibale Salsa, Geremia Gios, Ugo Morelli, Alberto Folgheraiter e Iva Berasi hanno parlato di come sta cambiando il paesaggio alpino. Moderatrice la curatrice artistica del Festival Fiorenza Aste.

Perché in questo periodo storico c’è tutta quest’attenzione sul paesaggio? Cosa fa Accademia della montagna per il paesaggio?
Iva Berasi (direttrice di Accademia della Montagna del Trentino). Il Trentino ha capito presto, prima di altri territori, l’importanza del paesaggio e della sua tutela in quanto elemento etico, culturale, economico della vita di una comunità. “Accademia della montagna”, con i suoi progetti vuole far si che anche i più piccoli imparino a conoscere il territorio che li circonda, per questo spinge la scuola ad insegnare ai bambini la conoscenza del paesaggio che li circonda e cerca di portare i più giovani in montagna.

Nel bel libro di Aldo Gorfer “Solo il vento bussa alla porta”, primo testo in Trentino ad analizzare, ormai più di quarant’anni fa, il fenomeno dello spopolamento della montagna, si cita spesso come causa della fuga dalle valli la mancanza di strade. Ora che le strade ci sono, la montagna si spopola lo stesso, perché?
Alberto Folgheraiter, (giornalista autore del libro “I villaggi dei camini spenti”). Ora le strade ci sono, ma sono servite solo ad accelerare la discesa a valle. “Il villaggio dei camini spenti” è un viaggio nella periferia del Trentino. Una periferia costellata da case con appeso un cartello “vendesi”. Una periferia in cui ogni volta che muore un anziano si perde un po’ di prato e il bosco si avvicina alle case. Perché questo accade? Perché è più facile, più comodo, vivere in città. E intanto la natura si riappropria di spazi che prima erano suoi.


In Trentino si è sentita la necessità di fondare una scuola di paesaggio, per salvaguardare un territorio che spesso sentiamo come ereditato dai nostri genitori, ma che dovremmo abituarci a pensare come un prestito dei nostri figli. Cosa fa la Trentino school of Management?
Ugo Morelli (psicologo, professore della Trentino school of Management). La Tsm è una Scuola nata come strumento per l’evoluzione del territorio attraverso l’aggiornamento e lo sviluppo delle competenze di amministratori, tecnici e facilitatori, e attraverso la formazione e la ricerca per lo sviluppo dell’economia trentina.    
Dobbiamo guardare i territori nella loro dimensione planetaria. Non esiste un paesaggio autentico, genuino, esistono solo luoghi con queste caratteristiche. Solo guardandoci dal di fuori possiamo accorgerci di cosa siamo, per questo il Trentino va guardato da una prospettiva planetaria.

Possiamo dare un valore al paesaggio?
Geremia Gios (docente di economia dell’Università di Trento). Quando si parla del valore di una foresta, si calcola sempre solo il valore ricavabile dal legname. Ma il valore del legname delle foreste trentine è solo il 10-15% di quello dell’intera foresta, che ha anche valore per la sua biodiversità, per la geologia, valore turistico e molto altro.
Le stime servono, ma diventano utili quando portano a una coevoluzione: l’uomo cioè deve evolvere assieme al territorio in cui vive riconoscendone i limiti e non superandoli.
Proprio seguendo questa idea della coevoluzione di uomo e territorio diviene logico affermare che la proprietà dei luoghi in cui abitiamo è della collettività che in quei luoghi vive.

Cosa significa ritorno alla montagna? Ci sarà?
Annibale Salsa (ex presidente Del Cai). C’è stata negli anni da un lato un’enfatizzazione naturalistica, dall’altra una prometeica, che autorizza l’uomo a intervenire in qualunque modo sulla natura pur di ottenere il suo scopo. Si tratta di un dualismo schizofrenico. La legislazione italiana, con la legge Bottai del 1939, esaltava la dimensione estetizzante del paesaggio, che in questo modo diventava immutabile.
Oggi il rapporto tra natura e cultura va riequilibrato. Va regolato, altrimenti rischiamo di ritrovarci nella situazione opposta a quella del tecnicismo degli anni ’60. Se si va avanti in questo modo arriveremo tra 100 anni a un inselvatichimento di cui non abbiamo memoria.
Il paesaggio va portato al centro dell’attenzione superando il dualismo che vuole da una parte un naturalismo esasperato, dall’altro l’addomesticamento a tutti i costi della natura.


E’ possibile invertire la tendenza di spopolamento in atto?
Ugo Morelli. Gios ha parlato dei concetti di coevoluzione, di bene comune (non immediatamente riconducibile a un prezzo) e limite. Si tratta di elementi altamente discontinui. Come abbiamo potuto superare il dualismo vincolo-possibilità superando il primo? Dubito si possa mantenere un rapporto tra demografia, cultura, natura e montagna legando le persone a un territorio. Occorre invece investire sulla conoscenza, sull’istruzione, per arrivare a un ripopolamento della montagna. La vivibilità dei luoghi oggi, infatti, è resa possibile dalla nostra capacità di innovare i luoghi in cui viviamo.
Le persone devono scegliere di vivere in montagna. Non devono sentirsi emarginati, ma cittadini del mondo che hanno scelto volontariamente di vivere in montagna.

Annibale Salsa. La condizione dei montanari per necessità è quella di chi non aveva la possibilità di scegliere dove vivere. Per questo nel corso dell’800 la montagna è diventata nell’immaginario collettivo un luogo terribile di emarginazione. Oggi siamo nella condizione di tornare ad essere montanari per scelta. Ed esempi di neo ruralismo e di specializzazione  dimostrano che una controtendenza è possibile.

Geremia Gios. Non è possibile conservare senza gestire. Le Alpi possono diventare laboratorio per nuove forme  di tecnologie e di modelli organizzativi, poiché la dove i limiti sono più evidenti, in montagna, i risultati sono più chiari.
Ci sono beni naturali che possono essere utilizzati in modo efficace attraverso il mercato, altri invece che sono pubblici, della collettività, che andrebbero gestiti come beni comuni.

Alberto Folgheraiter. La crisi in atto riporterà la gente in montagna. Le persone ritornano in montagna per necessità, soprattutto gli immigrati. Saranno proprio loro tra 20 anni a gestire il nostro territorio, perché saranno gli unici in grado di farlo.

Iva Berasi. La rivalutazione culturale ha bisogno di tempi lunghi. C’è un ritorno, in questi ultimi anni, di persone  che vanno a vivere nei piccoli comuni di montagna, non solo di gente che torna dove è nata, ma anche di persone che vengono da altri luoghi.


Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

martedì 3 aprile 2012

TRA LE ROCCE E IL CIELO 2012 IN ANTEPRIMA AL TRENTOFILMFESTIVAL


COMUNICATO STAMPA N. 1

ASPETTANDO “TRA LE ROCCE E IL CIELO”

IL FESTIVAL DI VALLARSA IN ANTEPRIMA AL TRENTOFILMFESTIVAL

Ritorna il Festival della montagna TRA LE ROCCE E IL CIELO, che si terrà in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre 2012. Lo fa in anteprima all’interno del TrentoFilmFestival 2012, il festival cinematografico dedicato alla montagna che si svolge a Trento dal 26 aprile al 6 maggio 2012.

Per le quattro giornate del Festival dedicato alla letteratura, l’arte e la cultura di montagna, occorrerà aspettare la fine dell’estate.

Un’anticipazione si potrà avere lunedì 30 aprile 2012. Alle ore 19.00 nella sala conferenze della Fondazione Caritro, in via Garibaldi 33, a Trento Annibale Salsa, Geremia Gios, Ugo Morelli, Alberto Folgheraiter e Iva Berasi parleranno di come sta cambiando il paesaggio alpino.

Alberto Folgheraiter, autore del libro “I villaggi dei camini spenti”, e Geremia Gios, docente di economia dell’Università di Trento tratteranno del problema dello spopolamento della montagna. Ugo Morelli, professore della Trentino school of Management, analizzerà l’estetica e la psicologia del mutamento del paesaggio. Annibale Salsa parlerà dei modi per invertire il processo di abbandono della montagna. Moderatore dell’incontro sarà Iva Berasi, direttrice di Accademia della Montagna del Trentino, da quest’anno ente partner nell’organizzazione, e riferimento scientifico della manifestazione organizzata dall’associazione culturale “Tra le rocce e il cielo”, presieduta dallo scrittore Mario Martinelli.

Durante l’incontro verranno presentati gli atti del convegno “Cultura minoritaria e toponomastica” svoltosi nella passata edizione del festival, e verrà presentata la terza edizione del festival Tra le rocce e il cielo, Vallarsa (TN), 30, 31 agosto, 1, 2 settembre 2012.

lunedì 18 ottobre 2010

Nella serata di sabato 21 agosto, il grande alpinista, decano del GISM e prezioso collaboratore di questa edizione del festival Spiro dalla Porta Xydias ha tenuto la sua conferenza intitolata “Attentato all’alpinismo”. Con la sua consueta competenza e eccezionale capacità di analisi ha dato un quadro incredibilmente preciso di quella che attualmente è la situazione dell’alpinismo.

Spiro è un vero e proprio monumento vivente all’alpinismo. Memoria storica di interi decenni e generazioni di alpinisti, ha sempre guardato alla montagna con uno spirito profondamente e convintamente romantico, anche se questo lo ha posto spesso in contrapposizione con il presente e le sue concezioni “sportive” della pratica dell’alpinismo.

Lungo le due ore di conferenza ha ripercorso con una precisione e una dovizia di particolari incredibili tutti i punti salienti della storia dell’alpinismo, dalla sua nascita con la conquista del Monte Bianco nel 1787, fino agli sviluppi più recenti. Con una serie di diapositive di accompagnamento ha ripercorso le vicende di tutte le maggiori personalità della lunga storia dell’alpinismo, citandone le imprese principali e i punti di svolta impressi all’approccio e alle tecniche della scalata. Particolare attenzione ha dedicato agli sviluppi più recenti di questa pratica, sempre a cavallo tra lo sport e lo slancio idealistico e filosofico, dove ormai sembra prevalere in maniera netta la concezione sportiva, che per Spiro ne svilisce l’essenza e porta l’alpinista a forme pericolose di onnipotenza e di mancanza di rispetto nei confronti della montagna. Da uomo di fede e inguaribile romantico, solo un ritorno alle origini può salvare l’alpinismo dall’”attentato” ordito dai nuovi approcci alla montagna.

Alla conferenza hanno partecipato anche Annibale Salsa, Filippo Zolezzi e un altro grandissimo dell'alpinismo, Armando Aste, grande amico di Spiro.

Tavola rotonda "Le nuove alpi, vivere la montagna oggi"

La prima giornata del festival ha avuto uno dei suoi momenti principali nella tavola rotonda "Le nuove alpi", a cui hanno partecipato personalità del calibro di Annibale Salsa, Enrico Camanni, Spiro dalla Porta Xydias, Marcello Mazzucchi e del sindaco di Vallarsa, Geremia Gios.

Oggi è possibile vivere le Alpi? Questa la domanda centrale di questo importante incontro.

Il primo intervento è quello di Enrico Camanni, giornalista, alpinista e scrittore di molti saggi sulla montagna, tra cui La nuova vita delle alpi (Bollati Boringhieri, 2002) è senza dubbio il più affine alle tematiche della serata. Nel suo intervento ha evidenzato la necessità, per chiunque viva nell’ambiente alpino, di mettersi in gioco completamente, in un momento di snodo storico importante come questo, senza chiudersi su sé stessi, cercando di tutelare unicamente tradizioni che rischierebbero di diventare usanze da cartolina, né di contro appiattirsi sulle necessità di chi, proveniente dalla città, desidera trovare esattamente gli stessi servizi e le stesse comodità durante la sua settimana bianca. Chi vive in montagna deve essere in grado di scegliere cosa debba essere salvaguardato ad ogni costo e cosa invece sia più conveniente cambiare o reinventare per poter vivere al meglio l’ambiente alpino. Allo stesso tempo è necessario mantenere uno sguardo il più possibile unitario e di insieme su tutto l’arco alpino e le sue problematiche, per evitare di cadere nella facile trappola del localismo, che non farebbe altro che frantumare ulteriormente l’ambiente sociale montano, indebolendo la capacità decisionale delle popolazioni.

La parola passa poi a Geremia Gios, sindaco di Vallarsa e professore di Economia e estimo rurale alla facoltà di Economia di Trento. Il suo è un intervento maggiormente incentrato sull’economia del territorio e sulla necessità, da parte della popolazione delle zone alpine di aver voce in capitolo nelle scelte che ne interessano l’ambiente e la vivibilità. Le alpi, infatti, sono zone dove demograficamente la popolazione cresce a ritmi superiori rispetto alla media del singolo stato, a dimostrazione di una vitalità dell’ambiente, ma sono zone che subiscono una forte emigrazione successiva nel caso in cui il centro decisionale non fosse anch’esso inserito nell’arco alpino (come ad esempio nei casi di Svizzera, Val d’Aosta e Trentino). Per poter vivere bene in montagna è quindi necessario riappropriarsi del proprio territorio, poterlo gestire in autonomia e non dovendo ubbidire a logiche di mercato che vedono sempre favoriti i grandi centri urbani, e puntare sulle nuove tecnologie, per poter creare nuovi posti di lavoro in grado di catalizzare le fasce più giovani della popolazione, incentivandole a rimanere.

L’intervento di Marcello Mazzucchi, professore di Ecologia presso la facoltà di Ingegneria Ambientale di Trento, è dedicato alla gestione ambientale delle alpi, trentine in particolare. Negli ultimi anni il trasferimento verso i centri urbani della gran parte della popolazione montana ha interrotto quelle che erano tradizioni millenarie di gestione del territorio. I pascoli, non più sfruttati, si sono rapidamente rimboschiti, riportando il paesaggio alpino alla sua forma naturale, quella cioè di un’unica grande foresta. Per ritornare a vivere la montagna è quindi necessario ripristinare quelle modalità di sfruttamento delle risorse ambientali che facevano del paesaggio di montagna un paesaggio antropizzato, vissuto e modellato dall’uomo, in grado di soddisfare i suoi bisogni.

Il quarto intervento è quello di Annibale Salsa, ex presidente del CAI e della convenzione delle Alpi e grande esperto di antropologia delle alpi. Il suo intervento si riallaccia a quanto detto precedentemente da Camanni, e si concentra principalmente sulla crisi profonda del modello di vita industriale- cittadino che ha dominato per tutto il ventesimo secolo. Una crisi che può restituire alla montagna lo spazio che ha progressivamente perso con la nascita degli stati nazionali, che hanno creato frontiere dove prima c’erano confini, lacerandone l’unità e dividendone il territorio. La montagna può e deve riprendersi gli spazi di libertà e di manovra che ha sempre avuto, recuperando la mobilità interna che ha garantito alle popolazioni di convivere pacificamente, incontrandosi e mescolandosi. Soprattutto la montagna deve riuscire a elaborare nuovi modelli sociali, unendo ciò che di buono ha da offrire la tradizione e la modernità, per poter uscire dalla sudditanza nei confronti della città e ricominciare ad essere un luogo vissuto pienamente.

La tavola rotonda si conclude con l’intervento di Spiro dalla Porta Xydias, grande alpinista, presidente del GISM e scrittore di montagna prolificassimo, che affronta il lato romantico e spirituale della montagna. Citando numerosi esempi (come l’Olimpo per i greci, o i templi indiani, che in sanscrito sono sinonimi di montagna) mostra come la montagna sia sempre stata per l’uomo la naturale sede del divino, un punto di contatto tra cielo e terra. E come la conquista della vetta sia per l’alpinista una sorta di purificazione spirituale, un momento di elevazione indescrivibile nella sua essenza più profonda. Tematiche che verranno approfondite nella terza giornata del festival, con la conferenza da lui curata “Attentato all’alpinismo”.

giovedì 7 ottobre 2010

Presentazione della nuova edizione de "La prova del fuoco" di Carlo Pastorino

Nella seconda parte del pomeriggio di domenica 22 agosto, dopo la conferenza di presentazione dei lavori del Trincerone è stato il momento della presentazione della nuova edizione del capolavoro di Carlo Pastorino “La prova del fuoco” (Egon, 2010). La conferenza di presentazione del volume è stata tenuta da Francesco De Nicola, Paolo Ottonello, Geremia Gios, Mario Martinelli, Gregorio Pezzato e da Carlo Pastorino.

La conferenza di presentazione inizia con un po’ di ritardo dovuto agli strascichi delle discussioni estive sui lavori al Trincerone e alle dovute e necessarie spiegazioni dei lavori stessi da parte del pool di esperti che vi hanno preso parte. L’occasione è molto importante: viene ripresentato al pubblico in una nuova edizione un grande capolavoro dimenticato della letteratura sulla Prima Guerra Mondiale, “La prova del fuoco” di Carlo Pastorino. La nuova edizione è stata curata da Egon (http://www.egonedizioni.it/catalogo/egon/La%20prova%20del%20fuoco.html), con postfazione di Francesco De Nicola, che ha introdotto la conferenza. Grande esperto di letteratura sulla Prima Guerra Mondiale, De Nicola ha introdotto al pubblico questo autore, vallarsero d’adozione, che nei luoghi del festival ha lasciato un’impronta nella memoria che ora rischia di perdersi, parlando della sua formazione, delle sue origini contadine mai dimenticate, origini che gli hanno dato quella straordinaria capacità di descrivere i paesaggi con pochi ma emozionanti particolari.

Il libro è un racconto vivido e essenziale, quasi un diario dell’anno di guerra combattuto da Carlo Pastorino, ligure di Masone, sulle montagne della Vallarsa, tra il 1916 e il 1917, prima di essere catturato dagli austriaci e rinchiuso in un campo di prigionia. Come dirà poi Gregorio Pezzato, si può leggere nelle pagine del libro il legame viscerale che Pastorino instaurerà con la Vallarsa, che diventerà una sorta di nuova terra natale, dopo le terribili prove che la guerra imporrà a lui e a tutto il suo battaglione. Tutto, dai fatti minori a quelli più violenti, è descritto con pochi, ben misurati particolari, senza indulgere in facile retorica, restituendo un immagine vivida e vera dell’esperienza della vita di trincea e della guerra di montagna, come hanno saputo fare pochi altri autori, sia in Italia che nel resto dell’Europa. Anche per questo l’operazione di riedizione di Egon, sponsorizzata fortemente dall’associazione Tra le rocce e il cielo, è estremamente importante, perché permette di riproporre al pubblico un libro di eccezionale valore che rischiava di venir dimenticato, per via di logiche editoriali spesso legate solo al profitto e non al valore dei libri.

Alla conferenza hanno preso parte anche i discendenti dello scrittore, tra cui il suo omonimo Carlo Pastorino, oltre al sindaco Paolo Ottonello e all’assessore alla cultura del comune di Masone, contribuendo a descrivere le molte somiglianze tra i luoghi natii di Pastorino e la Vallarsa. Somiglianze che hanno senz’altro contribuito a creare e rinsaldare il fortissimo legame di Pastorino con queste terre, che verranno poi rivisitate con regolarità dopo il suo ritorno dalla prigionia.

lunedì 4 ottobre 2010

Commemorazione di Claudio Barbier

Sabato è stato il giorno della commemorazione del grande alpinista Claudio Barbier, morto giovanissimo nel 1977. Alla presentazione del libro “La via del drago” di Anna Lauwaert sono accorse numerosi grandi alpinisti, fra cui il grande amico di Claudio, Frank Boeye, Fausto de Stefani, Armando Aste, Spiro Dalla Porta Xydias, Alberto Dorigatti, Loredana Giongo, Alberto Montanari, Bepi Pellegrinon, Franco Perlotto, Heinz Steinkötter e il presidente dell’Alpine Club inglese, John Porter.

Tutto il pomeriggio della giornata di sabato 21 agosto è stato occupato dalla presentazione del libro di Anna Lauwaert, intitolato “La via del drago” (edizioni Vivalda), e dalla successiva conferenza in memoria di Claudio, moderata da Mirella Tenderini. È stato un pomeriggio ben distante, però, da una fredda e distaccata commemorazione, come spesso succede a molti anni dalla morte di una grande personalità, dove la maggior parte degli invitati non ha più niente da dire sul personaggio o lo conosceva talmente poco da poter solo accennare a qualche piccolo fatto. Fin dalle pagine del libro di Anna Lauwaert si capisce che saranno ore dedicate a chiacchierare sull’uomo Claudio Barbier, al di là delle immagini stereotipate del mito dell’alpinismo.

Nel suo libro Anna ci da una visione nuova di Claudio, lontana come detto da stereotipi e false mitologie, raccontandone tutti i piccoli episodi che contribuiscono a darne un’immagine viva, che solo una persona che come lei ha condiviso tutti i momenti più intimi per lungo tempo può fare.



Il dibattito che poi si è aperto ha coinvolto tutti gli ospiti, che si sono divisi in gruppetti di 3- 4 per poter essere presenti tutti sul palco e poter parlare di Barbier. Anche in questo caso non c’è stato alcun formalismo, e i racconti dei presenti sono stati tutti molto coloriti, a partire da quelli del grande amico Frank Boeye, incentrati sul “viveur” Barbier e sul suo lato simpatico e spaccone.

mercoledì 29 settembre 2010

Presentazione al pubblico dei lavori di restauro del "Trincerone"

La giornata di domenica si è aperta con la presentazione in anteprima al pubblico dei lavori di restauro in corso d’opera sul “Trincerone” del monte Zugna, con la visita guidata da Tiziano Bertè. Successivamente i lavori sono stati presentati in una conferenza dallo stesso Tiziano Bertè e dai responsabili dei lavori, Giorgio Campolongo e Alessandro Andreolli.



Nei giorni precedenti l’inizio del festival, si è molto parlato dei lavori di restauro delle opere belliche sui monti Zugna, Pasubio, Testo e Corno Battisti, con particolare accanimento contro l’impostazione dei lavori sul Trincerone del Monte Zugna. Il festival, dunque, è stata la miglior occasione possibile per permettere ai curatori del restauro di mostrare al pubblico, in anteprima assoluta, quali siano gli effettivi risultati (peraltro ancora parziali, visto che i lavori continuano tuttora) di questi tanto criticati lavori di recupero. La giornata di domenica 22 si è quindi aperta con l’escursione nei cantieri del restauro per una visita guidata da Tiziano Bertè, uno dei massimi esperti del Museo della Guerra di Rovereto. La visita di due ore ha permesso al pubblico di potersi fare una propria idea del valore e dell’impatto del restauro, chiudendo così la querelle che ha lungamente tenuto banco sui giornali locali, le cui critiche non avevano ancora potuto essere verificate o invalidate da nessuno, essendo i cantieri ancora chiusi ai visitatori.


I lavori sono poi stati illustrati con più calma e precisione durante una conferenza tenuta dallo stesso Tiziano Bertè e dai responsabili dei lavori Giorgio Campolongo e Alessandro Andreolli. La tanto criticata “colata di cemento” è stata quindi contestualizzata nell’ottica di un recupero dell’opera bellica che facesse si che ciò che si era conservato potesse preservarsi nel tempo (opera necessaria visto il cattivo stato di conservazione in cui era stato trovato il Trincerone dopo lo scavo) e contemporaneamente permettesse di riconoscere subito la parte restaurata dalla parte originale. Un restauro che non copiasse quindi l’originale, ma solo una messa in sicurezza di quello che si era salvato della trincea, con una ricostruzione chiaramente distinguibile dall’originale di come sarebbe stata la forma delle feritoie grazie all’aggiunta di una parte in cemento armato che garantisse la solidità e la durata dell’opera. Nessun intento “ricostruttivo” quindi, ma semplicemente un restauro in cui la parte inserita fosse subito visibile per non creare un “falso antico”.