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venerdì 29 maggio 2015

Obiettivo Forte, il concorso fotografico

In occasione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, il concorso fotografico collegato al Festival Culturale “Tra le rocce e il cielo” 2015 avrà come tema i forti.
Durante la Prima Guerra Mondiale il fronte italiano era punteggiato da un numero notevole di forti, opere ingegneristiche difensive che saranno, assieme alla trincea, uno dei lasciti più evidenti di questo periodo tribolato. Il concorso mira a stimolare una riscoperta di questi luoghi, e pertanto non saranno ammesse al concorso foto d’epoca, ma solo scatti che ritraggano, anche in maniera artistica, i fortilizi a cento anni dallo scoppio del conflitto.

Il concorso sarà aperto a tutti e ad iscrizione gratuita. I concorrenti dovranno inviare una fotografia, in formato digitale, all’indirizzo di posta elettronica concorso@tralerocceeilcielo.it unitamente al modulo d’iscrizione, dati anagrafici ed accettazione di regole di trattamento dati personali e del regolamento del concorso entro il 15 giugno.



Il concorso si articolerà in due fasi. La prima, Social Network, inizierà in data 1 luglio 2015, quando le foto selezionate verranno pubblicate sulla pagina Facebook ufficiale del Festival, e potranno essere votate dal pubblico mettendo “mi piace”. Le 10 fotografie che riceveranno più consensi in questa fase verranno esposte all’interno della mostra dedicata del Festival. La fotografia più votata, inoltre, si aggiudicherà il premio Miglior Fotografia Social, del valore di 100 euro.

La seconda fase sarà invece condotta dalla giuria del concorso che avrà il compito di selezionare le foto dare un giudizio di carattere estetico e di originalità degli scatti pervenuti. I primi 20 verranno selezionati per essere esposti nella stessa mostra che ospiterà i 10 provenienti dalla fase Social. I primi tre classificati verranno premiati con premi da 250, 150 e 100 euro.

Un ulteriore premio, consistente in un cesto di prodotti tipici locali, verrà inoltre assegnato da parte del pubblico della mostra, che potrà votare per tutta la durata dell’esposizione, dal 4 al 23 agosto 2015 al museo della Civiltà contadina di Vallarsa, lo scatto preferito.

La proclamazione dei vincitori delle varie categorie e la premiazione del concorso avverranno congiuntamente con l’ultima giornata del Festival Culturale “Tra le rocce e il cielo” il giorno 23 agosto 2015.



lunedì 3 settembre 2012

MARGHERITA HACK, LA TAV e IL PAESAGGIO A TRA LE ROCCE E IL CIELO



«L’alta velocità non serve a nulla, basterebbe far funzionare le linee ferroviarie che già ci sono, a partire dalle tratte brevi, quelle che i lavoratori percorrono tutti i giorni». E’ stata questa la risposta di Margherita Hack, intervenuta ieri in videoconferenza al festival Tra le Rocce e il Cielo, a una domanda del pubblico.
Si è conclusa con l’incontro “La gioia dell’andar lenti” la seconda giornata del Festival della montagna, che si conclude domani in Vallarsa. Un dialogo che ha visto confrontarsi diversi viaggiatori lenti. Sul palco, coordinati da Carlo Martinelli c’erano i giornalisti Gigi Zoppello e Davide Sapienza, il primo ha raccontato del suo viaggio a piedi per il Trentino, tra le gente e le tradizioni,  il secondo dei suoi viaggi a piedi per il mondo. Valentina Musmeci ha parlato di come si può camminare con gli asini. Come Alessandro De Bertolini, che il Trentino (e non solo) lo ha girato in bicicletta, sono le due ruote il mezzo di trasporto preferito da Margherita Hack. «La bicicletta permette di percorrere lunghe distanze in un giorno, ma anche di apprezzare ciò che scorre sotto le ruote» ha detto l’astrofisica. Non ha avuto un attimo di esitazione quando, dal numerosissimo pubblico che ha affollato il tendone di Riva di Vallarsa nonostante la pioggia di ieri sera, le è stato chiesto cosa ne pensa della Tav e dell’impatto di questa ha sul territorio. «E’ inutile, non serve a nulla, basterebbe che funzionassero le linee ferroviarie che già ci sono».
Proprio il paesaggio, la sua salvaguardia, la natura alpina e il suo cambiamento in rapporto con l’uomo sono stati al centro di tutta la giornata dedicata ieri alla vita in montagna che ha visto esperti di economia alpina e di vita in montagna, ricercatori e studiosi del paesaggio confrontarsi su questi temi nel convegno “Uomo e montagna: paesaggi in trasformazione”.
Oggi la giornata è tutta dedicata alle minoranze linguistiche. Nel convegno “Piccole scuole, piccole lingue”  studiosi, insegnanti e esperti si stanno confrontando su progetti e sperimentazioni in atto nelle classi delle scuole di montagna, cercando di delineare lo stato dei fatti, per prospettare possibili soluzioni ed elaborare proposte per il futuro.
Nel frattempo un gruppo di ballerini in erba imparano i passi delle antiche danze popolari grazie a Vincenzo Barba e Renato Morelli.
Proprio Morelli sarà impegnato stasera, alle 21, al teatro comunale di S.Anna, con la Ziganoff jazzmer band in un concerto che porta all’incontro tra mondi musicali diversi che riescono a fondersi in un’unica proposta attraverso la mediazione della tradizione musicale zingara manouche.
Domani, 2 settembre, giornata della storia, il festival si conclude con la giornata della storia. Ecco il programma. Rispetto a quanto annunciato la mattinata di incontri si terrà al Museo della civiltà contadina di Riva di Vallarsa (e non a Cumerlotti) e durante la giornata si esibirà Pietro Germano, suonatore di corno delle Alpi.

sabato 14 luglio 2012

CAMMINANDO CON... SAPIENZA. INTERVISTA A DAVIDE SAPIENZA, SCRITTORE, VIAGGIATORE E TRADUTTORE DI JACK LONDON



Davide Sapienza, La tua opera letteraria ha come cifra fondamentale il viaggio: cosa significa per te viaggiare?
In realtà, ci stavo riflettendo proprio in questi mesi, il tema del viaggio era per me una sorta di copertura per quello che è per me il tema fondamentale, cioè l’appartenenza al mondo della natura. Quando io ho scritto “I Diari di Rubha Hunish”, scritto nell’arco di sei anni, cercavo di fare uno studio sul narrare il viaggio sia nei suoi aspetti più superficiali che in quelli più profondi, ma non mi rendevo conto che in realtà quel libro era una dichiarazione di intenti, un tentativo di mettere in luce i miei legami con la natura, come poi ho scoperto quando ne ho curato la riedizione nel 2011.
Credo che essere legati alla natura sia in realtà il vero “grande viaggio”, l’aspetto che anche inconsciamente ho sempre avvertito, fin dal periodo in cui scrivevo come critico musicale. Ovviamente il viaggio fisico è una cosa interessante, ma è ormai diventato talmente “pornografico” negli ultimi anni che mi scopro a disinteressarmi di gran parte della letteratura attuale riguardante i viaggi. È brutto da dire, ma ormai tutto si riduce a comprare un biglietto e andare da qualche parte per più o meno tempo, e poi i resoconti finiscono per assomigliarsi tutti. Magari faccio anch’io questo effetto, non lo so, poi sta al lettore valutare, ma io credo di aver sempre raccontato il viaggiare in un altro modo…
Penso che del viaggio conti soprattutto la preparazione, un po’ come per lo sport: la partita è il meno, quello che è veramente importante è tutta la preparazione che si fa prima.
Molte delle tue opere hanno il tema comune del “Grande Nord”, con il suo freddo e le terre spoglie e quasi disabitate. Cosa rappresenta per te questo tipo di paesaggio e di natura?
È vero, il nord è un ambiente che mi ha sempre molto affascinato. Mi sono reso conto dopo che quello che ho cercato a lungo è il senso di comunità, di piccola comunità che si è perso nelle nostre città e che è alla base della mia decisione di andare ad abitare in un paese di montagna sotto la Presolana, ormai 22 anni fa. Questo tipo di comunità l’ho visto soprattutto quando ho viaggiato in posti quasi disabitati. C’è un passo de “I Diari di Rubha Hunish” in cui racconto di come, durante il mio viaggio in Norvegia nel 1997, abbia notato che le case del paese che stavo osservando tendessero ad essere distanziate tra loro. Venendo dall’Europa del sud questo mi è sembrato strano, visto che noi tendiamo ad agglomerarci il più possibile, e mi ha fatto riflettere sul fatto che in questo genere di luoghi (anche nello Yukon ho potuto vedere lo stesso) il frequentarsi e la socialità sia in realtà una scelta e non una costrizione come succede in città, dove sei letteralmente “accatastato”, pressato vicino ai tuoi simili. Lo Yukon ad esempio è grande quanto l’Italia intera e ha trentamila abitanti, e questo dovrebbe farci avviare una riflessione sull’occupazione dello spazio e del fatto che la nevrosi da città dipende dal fatto che noi non abbiamo più un nostro spazio vitale, un posto in cui ci si possa trovare soli con sé stessi, per riflettere e poi tornare più leggeri dai nostri simili.
Per me il “Grande Nord” è stato da sempre un amore profondo, che neanche mia madre si è mai spiegata. Di origine la mia famiglia viene dalla Sicilia, sulle pendici dell’Etna e quindi teoricamente non dovrebbe esserci niente di più lontano del freddo e dei ghiacci del nord, ma credo poi ci siano delle correnti profonde che spingono le persone ad agire. Negli ultimi anni poi il nord è assurto agli onori delle cronache per l’ormai famigerato riscaldamento globale e io ho sempre cercato di mescolare nei miei reportage il lato poetico della natura incontaminata con il lato più cronachistico, documentando come i poli siano il vero “termometro” della terra e di come in questi anni questo termometro sia letteralmente impazzito… un altro elemento che dovrebbe farci riflettere sul nostro stile di vita.

Tu hai iniziato la tua carriera di giornalista come critico musicale. Che spazio ha adesso la musica nel tuo viaggiare e nella tua riflessione?
Io ho iniziato a scrivere di musica molto giovane, da quando avevo vent’anni, curando il primo libro al mondo sugli U2… Se intendiamo la musica, quella con tutte le lettere maiuscole, ha ancora una parte importantissima nella mia vita (poi sono anche sposato con una cantautrice), ma contemporaneamente il mondo della musica attuale è quanto di più lontano ci sia da quello che mi interessa. Il mondo dello spettacolo in generale è un universo che sento molto lontano, pur avendolo frequentato per un lungo periodo.
La musica che mi piace è molto presente nella mia vita, senza dubbio. Quando cammino in montagna non ascolto mai musica, più che altro perché non ne sento il bisogno. Ho provato un paio di volte ad ascoltare musica con i primi lettori mp3 o con lettore CD portatile, mentre facevo una salita sulla neve con le pelli di foca, ma mi è sempre sembrato di privarmi di qualcosa di immenso. Il silenzio e i rumori della natura non devono essere coperti, a mio modo di vedere. Quando scrivo, invece, la musica è estremamente presente. So cosa voglio ascoltare per scrivere determinate cose, e negli ultimi 6-7 anni è stata prevalentemente musica strumentale, dai dischi di Brian Eno, piuttosto che Beethoven o Bach, perché la musica cantata è sempre una distrazione mentre si scrive. La musica mi aiuta ad immedesimarmi in una situazione, in un contesto, e spesso cerco di trasporre in parole le suggestioni della musica che in quel momento sto ascoltando, tanto che poi, rileggendo a distanza quello che ho scritto riesco a ricordarmi immediatamente che pezzo stavo ascoltando.
Ho notato che London è uno dei tuoi autori preferiti, di cui hai tradotto libri inediti in Italia e di cui hai studiato molto la produzione. Cosa vedi di speciale nella sua opera? E quali sono altri autori che sono una guida e un modello per la tua scrittura?
Partirò dalla fine della domanda. Ho avuto la fortuna che un mio amico, Renato da Pozzo, mi abbia fatto leggere i “Sogni artici” di Barry Lopez, nel 1995. In quel periodo stavo maturando la mia decisione di abbandonare il mondo della critica musicale e quel libro mi ha completamente sconvolto. In quel periodo scrivevo poesie e avevo deciso di non scriverne più per un intero anno, come piccolo esperimento antropologico masochista, e mi stavo dedicando ad un libro su uno dei miei autori preferiti, Melville, incentrato in particolare su “Moby Dick”. Ho sempre pensato che l’ultimo libro che tradurrò nella mia vita sarà proprio Moby Dick, perché quando sarò in grado di tradurre la complessità di quel libro vorrà dire che sarò diventato davvero un bravo traduttore. Leggere “Sogni artici” mi ha fatto capire come volevo parlare del viaggiare, della natura e anche del rapporto interiore che noi abbiamo con il territorio. Successivamente ho letto tutti i libri di Barry e ho avuto la fortuna di poterlo contattare, di conoscerlo e di essere ospite a casa sua in Oregon dieci anni dopo. Io metterei proprio lui come mio autore vivente di riferimento assoluto, anche e soprattutto per il livello altissimo della sua scrittura.
Jack London invece è stata una riscoperta. Un giorno, quasi casualmente ho ripreso in mano “Il richiamo della foresta” e leggendolo ho pensato “macché libro per ragazzi, questo è un capolavoro incredibile!”. C’è dentro di tutto. Da lì ho cominciato a riscoprire la sua produzione (fino a quel momento avevo letto i suoi quattro - cinque libri più famosi, “Martin Eden”, “Zanna Bianca”…) e ho scoperto un mondo incredibile dove ci sono temi, oltre al grande nord, come la politica, la fanta- politica e molto altro, e ho iniziato uno di quei rapporti “telepatici” che mi ha portato a studiarlo a fondo e cercare di tradurlo nella maniera più contemporanea  possibile, come merita. Quello che invidio a Jack London è l’aver inventato questo stile incredibilmente efficace, anche semplice se si vuole, ma allo stesso tempo completo.
Ti posso dire in anteprima che a breve uscirà per Zanichelli un libro che abbiamo scritto io e Franco Michieli, che si intitolerà “Scrivere la natura”, che sarà un manuale di scrittura sulla natura. È un libro che va da Leopardi a Jack London, da Virginia Woolf a Barry Lopez, per cercare di far capire al lettore come sia necessario uscire dagli stereotipi. Se si leggono oggi delle cose di Jack London sono di un’attualità sconcertante. Faccio solo un esempio: il pluripremiato “La strada” di Cormack McCarthy è totalmente preso da “La peste scarlatta” di Jack London. Se si leggono questi libri si rimane sconvolti perché si assomigliano moltissimo, a dimostrazione di quale sia l’influenza di London in tutta la produzione letteraria americana. A livello di natura London ha inserito nei suoi libri delle cose davvero straordinarie, così come molti passaggi di critica sociale molto forti, forse anche senza accorgersene. Era uno scrittore che veniva dalla strada, che aveva avuto una vita molto dura, ma che contemporaneamente era senza dubbio un uomo molto spirituale, come dimostra ad esempio un libro come “Il vagabondo delle stelle”.

 Ci sono autori italiani che ritieni una tua fonte di ispirazione o che ti piacciono particolarmente?
Sì certo. Non voglio fare torto a nessuno e quindi ne citerò alcuni. Un autore di cui ho letto tutta la produzione e che adoro è Mario Rigoni Stern, perché ci sono suoi libri che mi hanno dato molto “focus” per la mia produzione. Ci sono libri di Rigoni Stern veramente incredibili e non a caso nel manuale di Zanichelli abbiamo inserito molte cose prese da lui. Era una persona molto semplice, ma che riusciva a dire cose di una profondità eccezionale, quasi ci fosse una sorta di verità profonda che lo spingeva a scrivere, che poi è quello che muove tutti gli scrittori, il pensiero di avere una verità profonda che ti spinge a scriverla e descriverla, che ti utilizza come “antenna di trasmissione”.
Franco Michieli, poi, oltre che essere un mio grandissimo amico è un autore cui sto rompendo da anni le scatole perché si decida a scrivere un libro visto che ha scritto dei racconti eccezionali nei suoi 25 anni di carriera. Secondo me sarà un autore di cui sentiremo molto parlare quando finalmente pubblicherà i suoi libri di narrativa. Poi stimo moltissimo Erri De Luca di cui ho letto purtroppo pochissimo e Chicca Gagliardo e Simona Vinci. Chicca Gagliardo l’ho conosciuta dopo aver letto “Gli occhi degli alberi” che secondo me è un libro assolutamente geniale. E poi c’è Francesco Ongaro, un altro dei  miei autori preferiti, che ha pubblicato una stupenda biografia di Tycho Brahe, ma che ha scritto altri bellissimi libri.
Ora, non voglio sembrare di parte o cercare di promuovere a tutti i costi un autore emergente o poco conosciuto, ma per esempio il libro di Michele Pellegrini, edito da Galaad, "Erba di neve" è un libro molto bello, che merita di essere letto secondo me, e che ho consigliato personalmente alla casa editrice. Io credo che in Italia i buoni autori non manchino, bisognerebbe solo dar loro spazio. Molti poi meriterebbero di essere letti o riletti con un occhio differente rispetto al solito.


Davide Sapienza sarà a TRA LE ROCCE E IL CIELO venerdì 31 agosto 2012 in un incontro performance, LA MUSICA DELLA NEVE.EXPERIENCE, con il musicista Giuseppe Olivini. Brani da: La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca di Davide Sapienza. Come trasporre la Neve in Musica? Giuseppe Olivini e Davide Sapienza tentano l’esperienza attraverso l’uso di antichi strumenti etnici che accompagnano la lettura del testo. E trovano la via per mostrare i colori della neve e svelarne i misteriosi discorsi.
Davide Sapienza parteciperà, sempre venerdì 31 agosto alle 21 al tendone di Riva do Vallarsa, anche a LA GIOIA DELL’ANDAR LENTI: incontro con Margherita Hack, Alessandro De Bertolini, Valentina Musmeci, Davide Sapienza, Gigi Zoppello. Coordina Carlo Martinelli. Il paziente camminare di chi ha per meta il viaggio e non l’arrivare.
Riccardo Rella
riccardo_rella@yahoo.it

L’intero programma del Festival “Tra le rocce e il Cielo” su PROGRAMMA

mercoledì 27 giugno 2012

CAMMINANDO A PASSO D'ASINO. INTERVISTA A VALENTINA MUSMECI


Consultando il tuo sito internet ho scorso rapidamente il tuo “curriculum” di viaggiatrice e ho notato che è davvero fittissimo… Cosa cerchi nel viaggio?
È una domanda difficilissima, perché quello che uno cerca nel viaggio, cerca nella vita… Non so se il mio curriculum è fitto, forse lo è in confronto a chi viaggia poco, ma quando cominci a viaggiare ti rendi conto di quanto c’è da vedere nel mondo e quanto poco conosci. Quindi io mi sento in cammino, sto cercando di vedere il più possibile di quanto può offrire il mondo. Se mi chiedi qual è la prima cosa che mi spinge a muovermi è la curiosità di conoscere, di stupirmi, di vedere cose nuove…
Cosa puoi dire che ti abbia dato, da un punto di vista personale, il viaggiare in questi anni?
Capita di conoscere persone che sono state in un sacco di posti, ma il loro punto di vista è rimasto sempre lo stesso. Mi auguro che il mio viaggiare sia stato sempre un cercare di vedere il mondo sotto prospettive diverse, le prospettive degli altri, di chi incontri, perché solo in questo modo puoi arricchirti di una visione ulteriore, di una prospettiva della vita che non avevi considerato… un modo nuovo di vedere le cose. Quando mi metto in viaggio mi sento sempre un po’ come una bambina, basta che qualcuno mi dica “prepara la valigia” e che il viaggio duri un giorno o un mese sono sempre elettrizzata come una bambina.
Quindi senza dubbio il desiderio gratificato della scoperta è la prima cosa che il viaggiare mi abbia dato in questi anni, e la seconda è appunto il portarsi a casa nuovi modi di vedere le cose, che è sempre un arricchimento enorme.  
Sempre dal sito si può notare come tu abbia collaborato molto con riviste: come organizzavi i tuoi viaggi? Partivi per conto tuo e poi vendevi il pezzo o lavoravi su commissione?
Al tempo lavoravo solo su commissione. Ora sto cercando di affrancarmi da questo modo di lavorare. Come dice Messner, le riviste di settore attualmente sono solo marketing camuffato. Quando io viaggiavo su commissione dovevo esclusivamente parlare bene dei posti che visitavo e, nel caso avessi visto, come è successo più volte, cose che non mi piacevano, dovevo tacere il fatto.
Credo che ora giornalismo e fotogiornalismo stiano cambiando e credo che si abbia bisogno di nuovi  punti di vista. Attualmente lavoro per riviste e per siti internet di settore che seguono queste nuove prospettive, cercando di organizzarmi in prima persona i viaggi in modo da decidere io cosa andare a scoprire e poi poter raccontare liberamente quello che vedo, senza dover forzatamente decantare luoghi solo perché c’è qualcuno dietro le quinte che paga per il pezzo per “spingere” una località a fini turistici.
Certo la libertà a volte fa paura… questa mia nuova modalità di viaggiare a volte mi rende insicura, ma la differenza è enorme, straordinaria. Ad esempio io avevo da sempre un fortissimo richiamo per la Cina, con contatti già presi durante fiere, che una volta ottenuta questa libertà d’azione ho usato per preparare il mio prossimo viaggio nello Yunnan del nord, dove andrò la settimana prossima. Quello che mi spinge lì è un interesse puramente personale, è la voglia di cercare un mio percorso.
Da un lato io viaggio perché mi spinge una motivazione personale molto forte, come nel caso dello Yunnan e di Shangri- La, dove voglio raccogliere materiale per il mio secondo libro che vorrei scrivere, e allo stesso tempo c’è un bisogno di mettere in evidenza delle realtà che stanno emergendo. Per esempio nello Yunnan stanno nascendo una serie di progetti di ecoturismo che si legano in più modi al mio progetto di ecoturismo del trekking con gli asini qui in Provincia di Trento.

Ecco, parliamo di questo tuo progetto di trekking con gli asini: come è nata questa idea?
Molte volte nella vita vai in una direzione, cerchi di fare una cosa e poi ne viene fuori un’altra, e così è stato in questo caso. L’idea del trekking con gli asini non è mia: un giorno ero al telefono con una mia cara amica che mi dice “perché non venite a fare un trekking con gli asini con noi sul Lagorai?”. Mi si sono subito illuminati gli occhi, perché non vedevo l’ora di trascorrere una settimana nel nostro patrimonio naturale.
Sono arrivata casualmente al trekking con gli asini, ma ne sono rimasta fortemente colpita, perché ha degli aspetti straordinari che anche l’andare in montagna da soli non può darti. Condividere con un gruppo un’esperienza di trekking lunga una settimana immersi nella natura selvaggia e incontaminata del Lagorai, dove raramente si incontrano altre persone è qualcosa di eccezionale. Si riesce a ritornare davvero in contatto con la natura, che è uno dei bisogni che l’uomo di oggi ha, spesso inconsapevolmente.
Quindi questi mezzi atipici e lenti cosa possono dare di più rispetto ai mezzi moderni?
Questo tipo di trekking aiuta a familiarizzare con l’incertezza e con gli imprevisti che possono sempre succedere. Quando partiamo ci prefiggiamo sempre di percorrere un dato numero di chilometri ogni giorno, ma se si vede che quel giorno non riusciamo a coprire per intero il percorso e siamo costretti a mettere il campo tendato un po’ prima, vuol dire che adatteremo i piani per il giorno dopo. Noi abbiamo il terrore dell’incertezza, come si può vedere in un periodo come questo. In realtà può vivere nell’incertezza, lo ha fatto per molto tempo, solo che se lo sta dimenticando.
Il viaggiare lento permette, invece di pianificare una serie di attività già previste, disposte una dietro l’altra come accade nella vita di tutti i giorni, ti permette quel tempo necessario per pensare. La lentezza di permette una riflessione a tutto campo, che può essere sul tuo esercizio fisico, sulla consapevolezza di quello che stai facendo e permette anche la contemplazione, della natura, di un tramonto, di un panorama. All’inizio può fare paura la lentezza, ma nel giro di poco tempo inizia ad affiorare e crescere il piacere di potersi prendere il proprio tempo per fare le cose.

Quali problematiche ci sono, se ci sono, nel basare il proprio mezzo di trasporto su un essere vivente, dotato di volontà propria e non su un mezzo meccanico?
L’asino deve diventare un tuo alleato nel procedere, devi tu, essere umano, trovare un contatto con l’asino, un’intesa, e spesso ti trovi a parlare direttamente con l’animale. Formuli i pensieri e le richieste nei suoi confronti ad alta voce. All’inizio di ogni giornata di trekking si deve rifare il “contratto formativo” con l’asino, dicendogli “guarda, io mi prendo cura di te, ti faccio mangiare l’erba e riposare quando sei stanco, ma tu portami le mie cose senza fare storie…”. Sono cose che l’uomo sta dimenticandosi completamente.
In ogni caso spesso l’asino fa l’asino, come si dice, e capita che si fermi davanti ad un ruscello e non voglia attraversarlo e allora non ti resta che convincere l’asino a proseguire. Gli slacci il basto, lo avvicini all’acqua per fargli vedere come non sia in realtà pericoloso, fargli prendere confidenza e dimostrargli che il fatto che il ruscello sia rumoroso non indica che sia rischioso. Quando poi finalmente si riesce a fargli guadare il torrente, poi si può rimettergli il basto e ripartire, serve solo tempo.
Una volta è capitato che l’asino si sia buttato a terra, con una pancia gonfissima che ci aveva anche fatto temere il peggio e invece lui voleva solamente riposare e farsi togliere il basto. Una volta tolto il basto lui ha respirato e è stato un quarto d’ora abbondate sdraiato a terra e poi come se niente fosse si è rialzato ed è ripartito, molto felice di accettare di nuovo il basto e i bagagli sulla schiena.
Quando riesci ad entrare in contatto vero con l’asino scopri di avere un alleato, anzi, più che un alleato un maestro, visto che l’asino pensa prima di mettere un passo dopo l’altro e tu impari, grazie alla vicinanza, perché l’animale fa quello che fa.
Com’è organizzato questo trekking? È un trekking chiuso o è possibile farlo da semplici turisiti?
Io faccio ogni anno un trekking con asini con un gruppo di amici che gestiscono tre allevamenti di asini nella zona del Lagorai, ma ci sono una serie di proposte di trekking di questo genere nella provincia di Trento che sono raccolte sotto il nome di “Dove pensano gli asini” (che è anche il titolo del libro che ho scritto dopo questa esperienza) che propongono ai turisti un assaggio di quello che può voler dire un’esperienza di questo tipo. Ci sono diversi tipi di “assaggi” da poter fare: c’è il trekking di mezza giornata per bambini, il trekking di una giornata intera e ci sono alcune proposte in cui si dorme nei rifugi o in tenda. È possibile trovare sul sito www.dovepensanogliasini.it tutte queste proposte. Mi piace inoltre ricordare che in questo progetto a livello provinciale sono gli allevatori e i conduttori, le aziende piccole per intendersi, che si propongono in prima persona per organizzare questo tipo di trekking, non le APT delle varie zone, con le quali comunque si collabora sul territorio. Ognuna di queste piccole aziende si fa carico di valorizzare il proprio territorio e il proprio patrimonio culturale.
Al momento il progetto è esteso a sei valli, tutte in provincia di Trento, anche se c’è un grande interessamento da parte dell’altopiano di Asiago per entrare a far parte del progetto e vedremo se sarà possibile aggiungerlo dall’anno prossimo. Inoltre c’è stato un interessamento da parte di una zona della provincia di Bolzano, ma io credo che valga la pena di mettere i mattoni piano e uno alla volta in modo che siano solidi e sicuri prima di costruire castelli in aria. Quindi per ora questo progetto è assolutamente trentino e intende svilupparsi nei prossimi anni e di sicuro già dall’anno prossimo si inseriranno altre due zone: il nostro scopo è anche quello di costruire un sentiero unico che possa collegare tutte le valli del Trentino attraverso l’uso dell’asino come “mediatore culturale”.

Per concludere, hai mai pensato di usare questo mezzo di trasporto in un tuo trekking all’estero?
Sì, in effetti già nelle ultime fiere di turismo ho contattato alcuni tour operator, soprattutto nel Nord- Africa dove gli asini vengono regolarmente impiegati anche per lavoro, per cercare di esportare questo genere di trekking anche in quelle zone. Non ti nascondo poi che anche quando sarò a Shangri-La andremo a fare un piccolo trekking su un ghiacciaio e cercherò gli asini. Alcuni amici alpinisti mi hanno detto che in Nepal attualmente gli asini vengono impiegati di più rispetto agli yak, essendo più versatili e maneggevoli…
Mi lascio guidare da quello che arriverà e quindi dall’anno prossimo queste proposte di trekking potrebbero arricchirsi di qualcosa di internazionale, hai avuto il tuo scoop!
Grazie mille per l’intervista, buon viaggio e arrivederci al festival allora!
Grazie a voi e buona estate!

Intervista di Riccardo Rella
hekaloth@gmail.com

Valentina Musmeci racconterà la sua esperienza di trekking someggiato con gli asini a TRA LE ROCCE E IL CIELO, al tendone di Riva di Vallarsa, venerdì 31 agosto alle 21.00. Insieme a VALENTINA MUSMECI ci saranno MARGHERITA HACK, ALESSANDRO DE BERTOLINI, DAVIDE SAPIENZA, GIGI ZOPPELLO, che con l'aiuto di CARLO MARTINELLI  ci racconteranno LA GIOIA DELL'ANDAR LENTI.
Sempre venerdì 31 agosto, USCITA DI TREKKING SOMEGGIATO CON GLI ASINI di BastoBio, ANCHE PER FAMIGLIE E BAMBINI. Ritrovo alle 10.00 davanti all'Hotel Genzianella di Bruni di Vallarsa. Percorso: Giare Larghe. Massimo 30 partecipanti, prenotazioni presso Pro Loco Vallarsa 3341330576 entro lunedì 27 agosto.


L’intero programma del Festival “Tra le rocce e il Cielo” su PROGRAMMA