Visualizzazione post con etichetta Giornata delle Minoranze. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giornata delle Minoranze. Mostra tutti i post

domenica 16 febbraio 2014

La sfida: tramandare le lingue "piccole". Intervista a Hugo Daniel Stoffella

Le lingue "piccole" sono antiche e ricche di parole con significati profondi. La sfida è quella di tramandare le lingue "piccole", parlate da poche persone, alle giovani generazioni.
Intervista a Hugo Daniel Stoffella

 

venerdì 24 gennaio 2014

giovedì 21 novembre 2013

Tra le Rocce e il cielo 2013 - La giornata delle minoranze con i Lou Dalfin, le immagini

Il concerto dei Lou Dalfin è stato il momento conclusivo della giornata che il festiva ha dedicato alle Minoranze linguistiche


Ecco alcune immagini del convegno sulla letteratura in lingia madre


giovedì 7 novembre 2013

"I giovani vedono la ricchezza delle minoranze etnolinguistiche". Intervista a Sieghard Gamper

"I giovani vedono la ricchezza che sta nella diversità, per questo scoprono e studiano lingua e cultura delle minoranze etnolinguistiche", un valore aggiunto che può muovere l'economia. Intervista a Sieghard Gamper, direttore dell’Ufficio per i rapporti con le minoranze linguistiche della Regione Autonoma Trentino Alto Adige.

sabato 31 agosto 2013

Dopo il lavoro e le lingue minoritarie tocca alla storia



Ieri (venerdì 30 agosto) tutta la giornata che il Festival all’ombra della Piccole Dolomiti ha dedicato alla Vita in montagna è stato incentrato sulle opportunità che la montagna offre dal punto di vista lavorativo.

Molti e interessati sono stati i partecipanti a UN FUTURO SULLE ALPI Creare occupazione per tornare alla montagna. Al seminario del mattino i relatori hanno cercato di fornire gli strumenti per orientarsi nel quadro normativo e nei contributi a supporto delle attività montane, senza tralasciare le opportunità formative e l’analisi degli strumenti per raccontare e raccontarsi. Nel pomeriggio, divisi in quattro diversi gruppi ci si è concentrati su alcuni mestieri di montagna: gestire una malga, condurre un'azienda agricola, lavorare nell'accoglienza turistica, organizzare attività outdoor e grazie alla voce dei protagonisti si è potuto riflettere e confrontarsi su luci e ombre di un'occupazione e di una scelta di vita. Un resoconto del convegno verrà pubblicato a breve sul sito www.tralerocceeilcielo.it.


Nel pomeriggio Enrico Camanni, Michele dalla Palma, Vittorino Mason e Elio Orlandi, incalzati dalle domande di Rovberto Mantovani, Mario Corradini e Filippo Zolezzi, hanno presentato i loro libri e si sono confrontati sulle diverse idee di vivere la montagna e salvaguardarla.




La serata si è conclusa con il coinvolgente, e a tratti commovente spettacolo dell’Associazione culturale ATTI di Vezzano “Come un fiume. Viaggiatori dell’Impero. Ieri emigranti, oggi cittadini d’Europa” che ha messo in scena storie di migrazioni di fine Ottocento dei trentini verso le aree più remote dell'Impero.

Oggi (sabato 31 agosto) nel convegno "LE PAROLE DEL CUORE.  Lingua e appartenenza nelle letterature delle minoranze", si è riflettuto su cosa significa scrivere in una lingua che sta scomparendo, o che è parlata da poche centinaia di persone, oppure che varia col variare della vallata di appartenenza. Rut Bernardi, Ermenegildo Bidese, Fabio Chiocchetti, Maria Teresa Atorino, Giacomo Lombardo, Vito Massolongo, Daniela Templari e Roland Verra, studiosi di linguistica e di letteratura delle minoranze, organizzatori di premi letterari, autori e poeti di numerose lingue minori si si sono riuniti per dialogare con il pubblico moderati da Annibale Salsa.
Nel pomeriggio, a Obra, accompagnati dalle musiche di Sandro Boni e Franco Giuliani e introdotti da Andrea Nicolussi Golo, Fabio Chiocchetti, Giovanni Troiano e Andrea Oxilia, Bruno Corradi e Olga Cossaro, Rut Bernardi e Hugo-Daniel Stoffella proporranno poesie e racconti nelle sonorità della loro lingua.


A malga Storta, per festeggiare i 30 anni del gruppo Sat di Vallarsa si sta svolgendo ALPINISTA IERI; CLIMBER OGGI, incontro con gli alpinisti Michele Bort, Tiziano Buccella, Dari Cabas, Luca campagna; Paolo Leoni, Luciano Stenghel. Moderati Mario Corradini assieme alle persone che hanno raggiunto a piedi la malga con loro stanno provando a capire come sia cambiato negli ultimi cinquant’anni l’approccio alla montagna e alla scalata.



Tra poco, alle 17.30, al Teatro comunale di S.Anna sarà proiettato il film “MINÖR/MINATORI” che racconta gli ultimi giorni di attività dell'ultima miniera del Trentino-Alto Adige.

La giornata che il festival dedica alle minoranze linguistiche proseguirà,  con "Dentro la montagna, le Dolomiti tra leggenda e geologia", con la scrittrice Paola Favero, il geologo Gianni Frigo e il gruppo Al Tei, che racconterà in musica le antiche saghe dolomitiche (alle 19 al museo della Civiltà contadina).

Si concluderà con il concerto del Lou Dalfin, il gruppo che ha portato la musica occitana in giro per il mondo, al Tendone di Riva di Vallarsa. L'ingresso e libero, la musica inizia alle 21 e si potrà ballare. 


Le quattro giornate del Festival di Vallarsa si chiuderanno domani, domenica 1 settembre, con la giornata dedicata alla storia.

Al mattino (ore 10) al museo della Civiltà contadina Antonio Bortoluzzi, Gregorio Pezzato e Spiro Dalla Porta Xydias presenteranno i loro libri.

Di giochi e del loro rapporto con la montagna si parlerà nella tavola rotonda, "DAL TABLET AL TABIEL” con Nicola Spagnolli, Marta Villa, Rosanna Cavallini, Paolo De Carli e Giuseppe Giacon. 

Mentre gli adulti saranno impegnati a seguire la tavola rotonda, i bambini  potranno cimentarsi in un laboratorio di costruzione di giocattoli in legno “C'ERA UNA VOLTA... UN GIOCATTOLO DI LEGNO con Emanuele Cozzaglio. Alle 15 al tendone di Riva.
Il gran finale si concentrerà sulla Grande Guerra e si svolgerà a Forte Pozzacchio.

A partire dalle 17 si potrà seguire il percorso spettacolare ABBRACCIAMI FORTE! che farà rivivere la memoria del manufatto  grazie a un allestimento realizzato da Filmwork, con la cura di Lorenzo Pevarello e Mariano De Tassis, da un'idea di Gigi Zoppello. Un percorso dentro il forte, a cui un massimo di 300 persone potranno accedere a gruppi, fa rivivere i racconti degli anziani, per poi portare il pubblico a vivere una intensa emozione nel grande vallo che si apre alle spalle del fortilizio.

Prima della visita al forte, oppure all’uscita dopo il percorso, il pubblico potrà assistere al Jazz teatrale: letture e musiche dal fronte, che si svolgerà nel prato antistante l’ingresso della fortificazione. Ricordi, aneddoti, poesie, suoni, suggestioni, uomini e fatti della Grande Guerra narrati e vissuti attraverso le musiche di Enrico Merlin (chitarre, computer, composizione, arrangiamenti e "rumori vari") e le letture di Andrea Brunello (attore, regista e drammaturgo).

Il Forte Pozzacchio si potrà raggiungere a piedi o grazie a un servizio di bus navetta anche da Trambileno, Vallarsa e Rovereto.  Le navette partiranno alle 16.30 da Moscheri, da Anghebeni e da piazzale Leoni  (Follone) di Rovereto, dove c’è ampio parcheggio.


sabato 24 agosto 2013

Le parole del cuore, le Minoranze linguirtiche a "Tra le Rocce e il Cielo"


           
Qual è il legame profondo che connette le cose alle parole? Quale suono hanno gli oggetti di ogni giorno, quando passano attraverso la lingua del cuore, la madrelingua?
Gli autori intervistati da Tra le Rocce e il Cielo hanno trovato metafore potentissime per definire la propria lingua madre: Gavino Ledda la definisce "una placenta", per Andrea Nicolussi Golo "è come il latte", per Rut Bernardi “è il pane”, Giovanni Troiano l'Arberëshe racconta il mondo come "un immenso prato fiorito". Il potere evocativo della lingua succhiata col latte è di gran lunga più forte del codice imparato dopo, in modo obbligatorio, sui banchi di scuola.

La giornata di riflessione sulla scrittura in lingua madre, "LE PAROLE DEL CUORE.  Lingua e appartenenza nelle letterature delle minoranze", sarà il momento centrale della giornata che  TRA LE ROCCE E IL CIELO – il  festival della montagna che si svolge in Vallarsa (TN) dal 29 agosto al 1 settembre – dedicherà alle Minoranze linguistiche.

Sabato 31 agosto, nella sala dell’ex scuola di Obra, il convegno cercherà di raccontare al pubblico cosa significa scrivere in una lingua che sta scomparendo, o che è parlata da poche centinaia di persone, oppure che varia col variare della vallata di appartenenza. Studiosi di linguistica e di letteratura delle minoranze, organizzatori di premi letterari, autori e poeti di numerose lingue minori si riuniranno per dialogare con il pubblico, e per far risuonare come canta il prato fiorito nelle sonorità della loro lingua.
Ad accompagnarli ci saranno la chitarra di Sandro Boni, e il mandolino di Franco Giuliani.


Dopo il convegno, alle 19, al Museo della Civiltà contadina di Riva ci sarà "Dentro la montagna, le Dolomiti tra leggenda e geologia", con la scrittrice Paola Favero, il geologo Gianni Frigo e il gruppo Al Tei, che racconterà in musica le antiche saghe dolomitiche. Nelle montagne rosa, come in ogni luogo, la storia della terra è stata raccontata prima di tutto dalle leggende. Solo più tardi sono arrivate l'analisi storica e le varie scienze, fra cui la geologia.

La giornata si concluderà con il concerto del Lou Dalfin, il gruppo che ha portato la musica occitana in giro per il mondo, al Tendone di Riva di Vallarsa, sabato 31 agosto comincerà alle 21. L'ingresso e libero. 
Il gruppo musicale fondato da Sergio Berardo, ha recuperato, attualizzandoli con un sound contemporaneo, sonorità e passi di danza che si erano andati perdendo nella memoria.
Innovazione in una cultura antica come la tradizione occitana, che si rifà alla lingua d'Oc, parlata dalle valli piemontesi ai Pirenei, dal Massiccio centrale alla Valle del Rodano, diffusa in Europa attraverso la musica dei trovatori medioevali e le danze di gruppo.
Vincenzo Barba e i ballerini dell'associazione "Danzare la pace" apriranno le danze e guideranno chi vorrà seguire i coinvolgenti ritmi dei Lou Dalfin.






Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

Il ladino, per me, è il pane. Intervista a Rut Bernardi.

Rut Bernardi sabato 31 agosto sarà al Festival “Tra le Rocce e il Cielo” in Vallarsa. Parteciperà al convegno sulla letteratura in lingua madre, nella giornata che il festival della montagna dedica alle minoranze linguistiche.
Cosa rappresenta per lei il linguaggio? È solo un codice di comunicazione?
Il linguaggio per me  rappresenta molteplici valori e significati.
Innanzi tutto io considero linguaggio, naturalmente, la mia prima lingua: la lingua ladina. Questa é anzitutto lo strumento di lavoro nella mia vita. Io lavoro per e con il Ladino, occupandomi di linguistica e di letteratura. Se vogliamo, nella  mia esperienza potrei chiamare la lingua ladina “lingua del pane”: quotidiana ed identitaria. Ma è anche la lingua “del cuore”: io scrivo quasi  esclusivamente, soprattutto i testi poetici e letterarii, in Ladino, ad eccezione di quando vado a fare letture e presentazioni del mio lavoro, in quei casi ne faccio traduzione, affinchè la gente mi capisca ma anche facendo in modo che la mia forma di comunicazione acquisisca un valore metalinguistico. Alla luce di tutto  questo é chiaro che il linguaggio per me non rappresenta soltanto un codice di comunicazione.
Per comunicare molto spesso utilizzo anche il Tedesco o l’Italiano, che però non hanno per me gli stessi molteplici valori che ha il Ladino. La lingua madre è importante in quanto forma del pensiero, visione e immaginazione del mondo. Per me questa lingua è quella ladina, ed il bi e trilinguismo che si è venuto a creare nelle nostre valli ha permesso ad intere generazioni di poter possedere una moltiplicazione delle visioni del mondo e quindi una maggiore possibilità di comprensione della propria realtà e delle realtà altrui. Negli anni 60 molti genitori volevano che i loro figli imparassero come prima lingua il Tedesco, per paura che con il Ladino avrebbero poi faticato a comunicare, una volta usciti dalla loro valle. Ma molto spesso, se non nella quotidianità familiare almeno nella realtà di paese, i bambini apprendevano il Ladino. Così sono nate fortunate situazioni di bilinguismo e la lingua si è potuta mantenere, insieme con tutti i valori che rappresenta.


La lingua minoritaria e locale ha un legame con il luogo geografico in cui viene parlata? Può descriverci meglio la sua realtà locale ed il rapporto con le lingue di interscambio?  Naruralmente esiste un legame con il territorio, eccome, perchè la zona in cui si parla Ladino è geograficamente molto ben limitata: si tratta delle cinque vallate attorno alla grande montagna del Sella, che escono da questa come le cinque punte di una stella.  Queste cinque vallate sono la val Gardena, val Badia, Ampezzo, Fodom e val di Fassa, esse costituiscono il territorio preciso della lingua ladina, un confine geografico interconnesso con quello linguistico: da una casa all’altra non si parla più ladino. Una territorialità della lingua molto precisa legata ad un territorio definito e delimitato molto precisamente. Esiste un confine fisico, ecologico della lingua.
La mia realtà locale è a Chiusa, all’inizio della val Gardena. Qui parlo tutti i giorni il Tedesco innanzi tutto, mentre uso il Ladino per il lavoro letterario e poi all’università: a Bressanone, dove ci sono le mie studentesse ladine a cui insegno la scrittura della loro lingua. Lavoro col Ladino anche a Bolzano, facendo corsi di linguistica. Credo che la lingua minoritaria non crei alcun limite alla comunicazione in lingua nazionale, anzi, al contrario! Sostengo che la realtà della lingua di interscambio risulti arricchita dal poter padroneggiare più lingue. Noto spesso che i Ladini capiscono meglio la realtà dell’alto adige, proprio attraverso il bi e trilinguismo. Come trilingui possiamo conoscere ambedue gli ambienti, italiano e tedesco, sia dall’esterno che dall’interno. Linguisticamente e geograficamente noi stiamo proprio nel mezzo.

Come si è articolata la sua ricerca scientifica sul ladino?
Io sono arrivata allo studio scientifico del Ladino attraverso un percorso particolare. Ho studiato ad Innsbruck romanistica e letteratura francese. Poi un giorno mi è stato chiesto di fare una relazione in val Gardena e mi è stato chiesto di farla in Ladino. In quell’occasione mi si è aperto per la prima volta un mondo: in quel momento, in particolare, mi sono accorta di quanto fosse  più facile parlare nella propria lingua madre delle cose che si conoscono, esprimere sè stessi ed il priorpio ragionamento. Da quel giorno in poi ho scritto letteratura in Ladino ed  ho iniziato a lavorare per la lingua ladina, allora soprattutto per la sua linguistica. I primi 10 anni ho lavorato esclusivamente sulla lingua, mentre all’incirca negli ultimi 10 anni mi sono occupata e mi sto occupando di letteratura.
Quella era un po’ la mia prima fase del lavoro scientifico sulla lingua: l’elaborazione di dizionarii, di raccolte di nomi e della lingua scritta unificata. A queste cose ho lavorato per molti anni all’inizio del mio studio universitario sul Ladino.
Tutto questo, incredibilmente, è nato quasi per caso. Da piccola o da giovane nessuno mi aveva mai detto: - tu sei ladina, dovresti fare qualcosa in Ladino -  perchè a quei tempi la nostra lingua non era considerata di prestigio. Al giorno d’oggi l’atteggiamento è cambiato moltissimo, i giovani sono molto più consapevoli di essere Ladini, più coscienti della loro identità linguistica. Grazie a questo fortunato cambio di mentalità è stato possibile introdurla come oggetto e soggetto di studi universitari.

Come si può studiare a livello universitario una lingua che a tutt’oggi è ancora largamente orale?
All’università fino al giorno d’oggi, e proprio a causa di una tendenza all’oralità, si è fatto molto più studio di linguistica, quindi studio sulla lingua. Molto noti ed importanti sono stati i corsi di toponomastica, che è stata particolarmente coltivata, insieme alla storia della lingua ed alla storia della cultura ladine. A Bressanone c’è il professore Paul Videsott che ha avuto a cuore questi argomenti ed ha permesso di sviluppare al meglio questo orientamento degli studi. Oggi però, pian piano, è stato possibile allargare gli orizzonti nello studio universitario del Ladino. All’Università Libera di Bolzano, anche perchè io l’ho promosso, è stato realizzato un progetto di “Storia della Lettteratura Ladina”.
Trovo che sia molto importante lo studio della “catena delle parole”, ovvero il modo in cui le parole si connettono fra loro nella creazione del discorso scritto, che manifesta il formularsi della lingua. Credo che solo attraverso lo studio della letteratura sia possibile vedere il funzionamento del Ladino e si riesca così a comprenderlo totalmente. Per queste ragioni ho insistito molto affinchè fosse creato questo progetto di studio, ricerca ed insegnamento letterario Ladino e non semplicemente linguistico.
A proposito del progetto letterario è però necessario fare un po’ di attenzione circa ciò che chiamiamo letteratura, perchè della produzione scritta in lingua ladina fanno parte molti testi generalmente non considerati letteratura nelle cosidette “grandi letterature” europee. Per quanto riguarda i primi cento anni di scrittura in Ladino, all’incirca tra 1800 e 1900, consideriamo infatti letteratura testi come prediche, giubilei di messe novelle, poesie d’occasione e letteratura sacra. Sono testi storici, documentazioni di una produzione scritta che possiamo nomenclare “letteratura” appunto in virtù del loro valore documentario. Sarà solo con le produzioni posteriori alla seconda guerra mondiale che si potrà parlare anche per il Ladino di letteratura in senso stretto,come la intendiamo generlamente oggi, come l’insieme della produzione letteraria in poesia e prosa: sonetti, racconti, romanzi, testi teatrali e così via.

Che senso ha preservare un idioma locale come può essere un dialetto o una lingua cosiddetta minoritaria in un mondo in cui le stesse lingue nazionali appaiono essere sempre più inutili, schiacciate dalla necessità di poter comunicare con il mondo intero?
Per prima cosa vorrei sottolineare che non mi piace chiamare la mia lingua madre “minoritaria” perchè non è “minore”, rispetto alle lingue che hanno un più ampio numero di parlanti. Siamo soltanto in meno persone a conoscerla e parlarla: é una lingua “meno diffusa”, non una lingua minore, preferisco parlarne in questi termini. Dicendovi questo, faccio subito notare quanto per me sia una cosa importante, perchè, come ho già detto, la lingua che parliamo determina la nostra visione del mondo. Quando si parla in un’altra lingua, si ha tutta un’altra visione del mondo. Per questo è molto importante che una lingua possa sopravvivere in ogni sua dimensione, quotidiana e non, interamente. E’ questa sopravvivenza in virtù della forma mentale che determina, ad avere così tanto  valore ed a restituirci il senso del mantenimento in vita di una lingua: ogni persona vede il mondo attraverso la sua lingua. Noi ladini abbiamo forse più visioni del mondo e più immaginazioni del mondo di una persona che parla solo un’unica lingua “globale”, come si potrebbe pensare, attraverso uno stereotipo, dell’”americano medio”. Ci sono molti popoli al mondo che parlano in più lingue: una lingua madre, una lingua di interscambio nazionale, una lingua straniera per comunicare globalmente. Queste persone sono molto più sveglie, attraverso la ricchezza di visioni del mondo che il padroneggiare più lingue alla volta può regalare. Sono stati sperimentati recentemente alcuni studi di neuroscienza cognitiva, anche nel polo universitario di Bressanone. Studiando i bambini bi o trilingui e si è visto come questi siano molto precoci e molto più svelti nell’apprendimento. Comprendono le cose più velocemente grazie ad una mente arricchita dal possesso di più idiomi.
Il senso del preservare la nostra lingua sta in questi arricchimenti cognitivi, ma non solo, perchè si tratta anche, banalmente e più in generale, di un arricchimento in erudizione: permette la lettura di più romanzi, più poesie e racconti, la fruizione del teatro.
Molteplici ragioni incoraggiano a preservare i propri idiomi e dialetti, e nessuna di queste è in conflitto con la comunicazione globale, anche se talvolta quest’ultima appaia minacciare questo sforzo.


Nella sua produzione letteraria cosa cerca di descrivere? Cosa presenterà al Festival?
Nella mia produzione letteraria io trovo, più che cercare, perché spesso la mia tematica principale si manifesta involontariamente ed è proprio la Lingua, anche come tematica dei miei scritti poetici. Questo forse avviene a causa della mia formazione di studiosa e di ricercatrice in linguistica e letteratura.
Spesso cerco di descrivere gli animali, perchè una mia grande passione al di fuori degli interessi professionali sono proprio loro. Io amo molto gli animali. Inoltre ho scritto molti giochi di parole, perchè il ladino si presta molto bene a giocare con il suono del suo parlato e perchè mi diverto particolarmente con giochi linguistico-matematici. Il ladino ha molte parole corte, accorciate, soprattutto rispetto al tedesco. Questi giochi di parole sono molto indicati per le letture al di fuori del territorio ladino, perchè le persone anche se non capiscono il significato si educano e si divertono al suono della lingua, si abituano alla bella musicalità della lingua ladina.
Al festival “tra le rocce e il cielo" porterò soprattuto questi giochi di parole, questa parte giocosa della mia produzione, perchè funzionano molto bene con il pubblico. E’ un modo per tenere vivo l’interesse della platea, molto spesso curiosa di sapere com’è che suona questo Gardenese. Porterò poi anche qualche componimento, diciamo più serio, ma preferisco non scoprire tutte le mie carte e giocare anche sulla sorpresa!


Al Festival Rut Bernardi parteciperà al convegno LE PAROLE DEL CUORE, Lingue e appartenenza nella letteratura delle Minoranze con specialisti di linguistica ed organizzatori di premi letterari sul tema della scrittura in lingua madre. In collaborazione con il concorso Mendranzes-n-poejia, e con il Premio Ostana, scritture in lingua madre.

mercoledì 21 agosto 2013

Media e tecnologia per la sopravvivenza della lingue minoritarie. Intervista a Ermenegildo Bidese


Ermenegildo Bidese sarà al convegno LE PAROLE DEL CUORE, Lingue e appartenenza nella letteratura delle Minoranze, che si svolgerà a Obra, in Vallarsa, sabato 31 agosto, all’interno del Festival “Tra le Rocce e il cielo”.

Lei ha dedicato lunga parte della sua carriera accademica allo studio della lingua cimbra e mochena. Come si svolge una ricerca scientifica incentrata su lingue che fino a pochi anni fa rimanevano prevalentemente orali?
Devo innanzitutto fare una breve premessa. Il quadro teorico di riferimento nel quale conduco le mie ricerche è la Grammatica Generativa, fondata ormai 60 anni fa dal linguista americano Noam Chomsky; assieme allo Strutturalismo, la Grammatica Generativa o Generativismo rappresenta la più influente corrente scientifica di studi linguistici del ‘900 e di questo inizio di 21esimo secolo. L’obiettivo principale di questo approccio, per quanto riguarda lo studio di una lingua, è la ricostruzione della competenza interna dei parlanti nativi di una determinata lingua, cioè la formulazione di quelle regole spesso inconsce che li guidano nel comprendere e nel produrre frasi e che istintivamente permettono loro di distinguere tra frasi corrette e frasi sbagliate, anche senza aver seguito alcun corso di linguistica. Ogni parlante dell’italiano istintivamente sa, per esempio, che una frase come “ho lo visto” è sbagliata, indipendentemente dal fatto che si abbia o meno conoscenza delle categorie linguistiche o della grammatica prescrittiva dell’italiano. Per questo motivo ogni lingua, che si tratti di un dialetto regionale senza alcuna tradizione scritta o di una lingua nazionale ufficiale con secoli di scrittura alle spalle, è fondamentalmente interessante e studiabile, in quanto si tratta appunto di costruire una teoria sulla competenza interna dei parlanti di quella lingua. In questo modello di ricerca scientifica, per la raccolta di dati empirici, si usano spesso dei questionari, spesso molto dettagliati,  che vengono somministrati ai parlanti, per vedere quali frasi siano possibili e quali no. Tutto ciò è assolutamente indipendente dalla codificazione scritta che una lingua ha avuto o ha, dal suo prestigio in termini di uso pubblico o ufficiale, dalla grammatiche che sono state scritte per descriverla, ciò è altrettanto indipendente dal numero dei parlanti che una lingua possiede e dal loro grado di istruzione scolastica in quella lingua.

Le strutture grammaticali peculiari di ogni linguaggio tengono traccia di chi parla tale lingua? La lingua e le sue regole, in altre parole, possono fare luce su come viveva e vive tuttora la comunità che la parla?
No, non sono tanto le strutture grammaticali a fare luce sulla condizione sociale dei parlanti e sulla storia della comunità che l’ha parlata o la parla, quanto, eventualmente, la forma del lessico. Dai termini in uso e dallo loro struttura si possono dedurre molte cose. Nel lessico del cimbro di Luserna/Lusérn sono entrati, ad esempio, termini che provenivano dal dialetto trentino e veneto come “glair” (ghiro) o “glutz” (singhiozzo). La forma, come si presentano, con il gruppo consonantico “gl”, oggi non più presente così nei due dialetti suddetti, ci dice che sono entrati nel cimbro in epoca medioevale; si tratta, quindi, di prestiti antichi che ci fanno pensare ad un contatto intenso, di molti secoli fa, tra la comunità cimbra e quella romanza. Lo stesso si dica di altri prestiti lessicali romanzi come “mül” (mulo) o “baül” (baule) con la metafonia sulla “u”, un tempo presente nei dialetti romanzi limitrofi, ma oggi scomparsa. Lo stesso ragionamento ovviamente si può fare anche per il lessico autoctono.

Qual è lo stato attuale della conservazione delle “lingue minoritarie” di cui si è occupato? Che prospettive ci possono essere per il futuro prossimo?
La domanda, a mio avviso, va inserita in un contesto più generale. Secondo il più recente Atlante delle lingue del mondo in pericolo pubblicato nel 2010 dall’UNESCO, si calcola che in Europa ci siano ben 153 tra lingue minoritarie, varietà locali e regionali, ma addirittura anche lingue ufficiali di piccoli stati, come ad esempio il faroese, parlato nelle Isole Fær Øer, in pericolo di estinzione. Basandosi sul criterio della trasmissione intergenerazionale della lingua l’UNESCO ritiene che l’81.05% di esse, cioè 124, siano in condizioni definite o di accertato pericolo (57, cioè il 37.25%) o di grave pericolo (55, cioè il 35.95%) o di pericolo critico (12, cioè il 7.84%). Se questa analisi è corretta se ne ricava che il continente sta correndo filato verso il collasso della sua ricchezza linguistica nel giro della prossima generazione o della generazione successiva al massimo. L’Europa, in realtà, è il continente delle lingue che muoiono! Da questa dinamica non sfuggono, ovviamente, le “lingue minoritarie”, soprattutto quelle di dimensioni così esigue come il cimbro e il mòcheno, che anzi ne sono investite in pieno e, in realtà, travolte, sottoposte come sono ad una fortissima erosione. Secondo alcuni recenti studi presentati all’Università di Yale nel 2008 e a quella di Zurigo nel 2012 a Luserna, a partire dalla metà degli anni ’80 sarebbe iniziato un lento e graduale processo di sostituzione linguistica: dal cimbro all’italiano.
Le prospettive per il prossimo futuro sono, perciò, serie. Vanno aumentati gli sforzi per contrastare la dinamica di cui dicevamo. La direzione verso cui andare è da una parte quella di rafforzare e stabilizzare la trasmissione intergenerazionale della lingua minoritaria attraverso programmi mirati di sostegno linguistico nell’infanzia prescolare e l’introduzione della lingua di minoranza veicolare in nuove tipologie di scuole primarie plurilingui, secondo metodologie già sperimentate nel Nord Europa. Un altro punto importante è rafforzare il senso di comunità all’interno dei comuni di minoranza. La coesione tra gli abitanti di un territorio, tanto più se piccolo e distante dai centri principali, e il loro sentirsi gruppo sono motivazioni sociali importanti per il mantenimento della lingua, che diventa così fattore di appartenenza e di distinzione. Bisognerebbe, inoltre, spingere e mettere a disposizione tutti i mezzi affinché la lingua di minoranza possa essere usata pubblicamente e diventi a tutti gli effetti lingua ufficiale nei comuni di minoranza.


Che valore aggiunto possono dare dei codici linguistici così particolari in un contesto generale in cui si tende sempre più ad usare lingue di interscambio mondiali, come l’inglese, a scapito perfino delle lingue nazionali meno parlate a livello globale?
Ci sono molte ricerche che mettono in evidenza come il plurilinguismo precoce, di qualunque lingua sia, rappresenti un forte e duraturo arricchimento per il bambino e un chiaro vantaggio a molti livelli. In realtà, il monolinguismo, sia esso nazionale o internazionale, è, piuttosto, un deperimento delle capacità tanto cerebrali che mentali. Esso rappresenta anche nella storia un’eccezione, concepita negli stati nazionali europei della modernità, che facevano coincidere le nozioni di stato, popolo e lingua.
Oltre a questi vantaggi cognitivi dati dal plurilinguismo, tuttavia, vorrei dire anche che ognuno di noi non si muove mai solo ad un unico livello di interazione linguistica. C’è senz’altro quello internazionale, che negli ultimi decenni è notevolmente aumentato, ma altrettanto aumentata è l’esigenza di interazione territoriale nell’attiva partecipazione alla costruzione della realtà locale, a molti livelli. In questa prospettiva si inserisce anche il vantaggio dato dalla conoscenza del codice linguistico locale o particolare e dal suo uso attivo. Tanto va aumentata e incentivata la conoscenza di codici di interazione linguistica internazionale, tanto quella dei codici locali.

Linguisticamente e culturalmente, che mondo si immagina nel futuro prossimo? I nuovi mezzi di comunicazione e aggregazione digitale possono offrire nuovi strumenti per la sopravvivenza di lingue e tradizioni locali?
Assolutamente sì. Penso che i nuovi mezzi di comunicazione digitale offrano degli strumenti nuovi non solo di messa a disposizione di contenuti attraverso video e giornali digitali in lingue che altrimenti hanno poco spazio nei mezzi di comunicazione tradizionali, ma anche di “tools” per l’insegnamento e la trasmissione della lingua stessa. In un interessante articolo del 18 febbraio 2012, ancora reperibile sul sito della BBC (http://www.bbc.co.uk/news/science-environment-17081573) il giornalista scientifico Jonathan Amos spiega come alcuni scienziati siano convinti che i social networks, gli I-phones e molte applicazioni digitali stiano rivoluzionando la comunicazione all’interno di molte comunità di minoranza, le cui lingue erano praticamente moribonde. E porta alcuni esempi: gli indiani del Nord-America usano, ad esempio, in modo massiccio le reti sociali per motivare i giovani all'apprendimento e all'uso della lingua nativa. I Tuva, un popolo nomade tra la Siberia e la Mongolia usano un'applicazione di I-phone per insegnare correttamente la pronuncia della loro lingua. I pochissimi parlanti del Siletz Dee-ni, una lingua nativa in uso in un'area molto ristretta dell'Oregon, classificata dai linguisti come moribonda, hanno ricominciato ad insegnare la lingua a giovani e interessati attraverso un dizionario online che raccoglie più di 14.000 parole. I tre esempi citati sono solo alcuni. Tutti sono d'accordo nel sottolineare che la lingua si salva parlandola sempre e ovunque nel rapporto interpersonale, ma questi "tools" possono aiutare molto, tanto che lingue ormai sulla soglia dell’estinzione hanno riacquistato forza e parlanti di ritorno. Si tenga presente che le vendite di I-phones hanno ormai superato quelle dei PC. Purtroppo da noi non sono a conoscenza di esempi di questo tipo, ma è senz’altro una direzione verso cui andare.

Riccardo Rella
rella_riccardo@yahoo.it

sabato 17 agosto 2013

Grande concerto dei Lou Dalfin a "Tra le rocce e il cielo"

Il concerto dei Lou Dalfin sarà il momento clou della giornata che TRA LE ROCCE E IL CIELO dedica alle minoranze linguistiche. Il festival della montagna che si svolge in Vallarsa (TN) dal 29 agosto al 1 settembre, sabato 31 agosto si concentra infatti sulle lingue delle minoranze.

Lo fa grazie a un convegno realizzato In collaborazione con il concorso Mendranzes-n-poejia, e con il Premio Ostana, scritture in lingua madre, durante il quale specialisti di linguistica, organizzatori di premi letterari ed autori si confronteranno sul tema della scrittura in lingua madre. “Le parole del cuore, Lingua e appartenenza nelle letterature delle Minoranze” si svolgerà alla sala dell’ex-scuola di Obra a partire dalle 9.



La giornata culminerà con il concerto del Lou Dalfin, il gruppo che ha portato la musica occitana in giro per il mondo.Il gruppo musicale fondato da Sergio Berardo, nato nel 1982 come gruppo di folk revival, ha dato vita a un genere, la Danza Canzone, cantata in occitano, caratterizzata da una commistione di antico e nuovo, nel rispetto dei canoni della danza tradizionale.


Oggi i Lou Dalfin hanno alle spalle trent’anni di carriera, 11 album, un impressionante numero di collaborazioni, più di 1.200 concerti e un premio  Tenco per il miglior album in dialetto dell’anno (vinto nel 2004 a Sanremo con l’album «L’òste dal Diau»).


Sergio Berardo ha avuto il merito di recuperare, attualizzandoli con un sound contemporaneo, sonorità e passi di danza che si erano andati perdendo nella memoria. Il grande successo riscosso al giorno d’oggi dalle feste occitane mostra come queste radici siano ancora profondamente sentite, e come le sonorità di cornamuse e ghironde possano tuttora coinvolgere in modo entusiasmante la gente di tutte le età.

«La ghironda – spiega Sergio Berardo nell’intervista rilasciata a Tra le Rocce e il cielo - è uno strumento che si era estinto, ma rimaneva ancorato all’immaginario attraverso storie e ricordi. Così è stato possibile farlo rivivere, in qualche modo “reinventare” una tradizione. Tutto si è evoluto: il modo di stare di strumenti come la ghironda assieme ad altri strumenti, sempre nel rispetto degli stilemi della musica popolare e della danza tradizionale; ma si sono rinnovati testi e armonie».

Innovazione in una cultura antica come la tradizione occitana, che si rifà alla lingua d’Oc, parlata dalle valli piemontesi ai Pirenei, dal Massiccio centrale alla Valle del Rodano, diffusa in Europa attraverso la musica dei trovatori medioevali e le danze di gruppo.

«Noi non facciamo e non vogliamo fare musica "tradizionale”, noi vogliamo fare musica “popolare”. Abbiamo cercato di fare una musica per quelli che vogliono andare alle feste, divertirsi, ballare, insomma quelli che volevano usare la musica popolare per lo scopo che più le è proprio: aggregazione e festa».


Il concerto dei Lou Dalfin, al Tendone di Riva di Vallarsa, sabato 31 agosto comincerà alle 21. L’ingresso e libero. Vincenzo Barba e i ballerini dell’associazione “Danzare la pace” apriranno le danze e guideranno chi vorrà seguire i coinvolgenti ritmi dei Lou Dalfin.




Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

Una missione: la salvaguardia della lingua. Intervista a Daniela Templari


Daniela Templari sarà a “Tra le Rocce e il cielo” per il CONVEGNO LE PAROLE DEL CUORE, Lingue e appartenenza nella letteratura delle Minoranze. Potrà confrontarsi con altri specialisti di linguistica ed organizzatori di premi letterari sul tema della scrittura in lingua madre.

Cosa significa fare parte di una cosiddetta “minoranza etnica”?
Io non sono nata qui e non faccio propriamente parte del gruppo etnico ladino, ma ci vivo da molti anni e forse anche più di loro mi rendo conto della loro specificità e particolarità rispetto ai veneti. Il territorio di Livinallongo ha una storia molto differente rispetto al resto del Veneto, visto che il nostro comune ha fatto parte della contea del Tirolo fino alla caduta dell’impero asburgico nel 1918, e successivamente il nostro territorio è stato accorpato alla provincia di Belluno, creando quindi una divisione tra i ladini del Trentino Alto- Adige e quelli veneti. Non voglio entrare nel merito delle differenti situazioni dei gruppi ladini nelle due regioni, ma in questi territori l’annessione all’Italia è stata vissuta in maniera estremamente traumatica.



Quali sono i progetti portati avanti dal Istituto Culturale di cui lei fa parte per la salvaguardia della lingua ladina?
Per noi l’importante è ritornare a parlare la lingua, scriverla e ricominciare ad usarla correntemente nella vita di tutti i giorni. Io faccio parte dell’Istituto come rappresentante del comune di Livinallongo ed abbiamo intrapreso da subito la sfida del recupero della lingua ladina a tutti i livelli. Abbiamo istituito una serie di corsi, sia per insegnanti che per il personale pubblico, ma anche per i cittadini comuni, in maniera che la lingua venisse usata anche nelle istituzioni. Noi stiamo studiando la situazione in Alto Adige e cerchiamo di copiarne le soluzioni migliori, visto che le tutele delle minoranze in Sud Tirolo è in assoluto tra le più efficaci al mondo. Abbiamo cercato, applicando la legge 482, se non di metterci al pari con il gruppo ladino altoatesino, almeno di ridurre il divario che si era formato nel corso dei decenni.
I corsi di ladino sono tutt’ora in corso, pur con tutte le difficoltà di reperimento di insegnanti, e devo dire che hanno anche un buon successo. Livinallongo ha 1400 abitanti e quindi è molto difficile trovare gente che si metta a disposizione per insegnare a parlare e scrivere in lingua, ma attualmente abbiamo un discreto gruppo di donne e ragazze che insegnano attivamente a scrivere in ladino, facendo corsi di grammatica e corsi più avanzati. Ovviamente è tutto molto difficile, visto che la legge 482 tutela le minoranze, ma non da una copertura finanziaria sufficiente per poter finanziare la trascrittura degli atti pubblici in due lingue.

Questa opera di salvaguardia è fatta in maniera alternativa e parallela alla scuola, o il ladino viene anche insegnato nell’istituzione scolastica?
Per fortuna nella nostra zona il ladino è insegnato anche a scuola, ma solo perché gli insegnanti sono consapevoli del rischio di scomparsa del gruppo linguistico. Essendo quasi tutti insegnanti se non del luogo, ma del circondario ritengono fondamentale l’insegnamento della lingua. L’Istituto ha messo in piedi una scuola estiva che realizza corsi di lingua, coadiuvati da una serie di attività e di visita mirate a salvaguardare la cultura ladina.

In un mondo che tende sempre più verso un’unica lingua di interscambio globale, che senso ha tutelare una lingua così particolare?
Noi siamo noi perché abbiamo un’identità ben specifica, che è poi quello che rende ciascuno di noi differente e unico. Siamo ladini che parlano ladino, italiano, e tedesco o inglese. Parlare una lingua di interscambio come l’inglese non significa che si debbano abbandonare le altre lingue che si potrebbero conoscere e ogni lingua ci arricchisce. Far parte di un gruppo etnico minoritario io sono convinta che sia sempre un qualcosa in più, un qualcosa che ti identifica e ti da quella marcia in più rispetto a chi non ne fa parte. Chi fa parte di un territorio di minoranza non può chiudersi in sé stesso, visto che sono zone molto piccole, e deve quindi rapportarsi per forza con il resto del mondo,  e quindi ha poi una marcia in più rispetto a chi questo sforzo non lo deve per forza fare.
Non è più il mondo di alcuni decenni fa, in cui ci si muoveva relativamente poco rispetto al proprio luogo di nascita. Adesso, forse più che allora, far parte di un territorio di minoranza rappresenta un arricchimento personale enorme.

Per lungo tempo il ladino è stata una lingua orale, mentre adesso si sta cercando di incentivare la scrittura. Come vi regolate nel vostro territorio? Che strumenti didattici vengono impiegati?
Noi usiamo una grammatica che abbiamo elaborato qui a Livinallongo e che cerchiamo di rivedere, correggere ed integrare costantemente. Dobbiamo anche ringraziare l’Istituto Pedagogico Ladino della Provincia di Bolzano perché abbiamo usato i testi scolastici che vengono impiegati nelle loro scuole e che noi abbiamo tradotto in italiano. Abbiamo quindi un po’ di materiale didattico operativo, ma incentiviamo poi i bambini a parlare e scrivere in lingua liberamente. Anche da questo poi è nato il concorso Mendranze…

Il concorso Mendranze è nato quindi per “fare rete” tra tutte le minoranze etnico- linguistiche d’Italia? Come si articola?
Il concorso Mendranze è nato prima che entrassi nell’Istituto, ma è partito nella scuola nella quale insegno e l’ideatrice era una mia collega, una profonda sostenitrice del valore della lingua minoritaria. Proprio lei, dopo aver fatto partire questo progetto scolastico dedicato ai bambini, ha pensato che potesse essere molto valido ed importante estendere il concorso non solo a tutte le fasce di età, ma anche a tutte le minoranze linguistiche.
Il concorso è nato nel 2005 ed è stato un crescendo continuo fino almeno al 2008, in cui sono state presentate quasi 300 opere in concorso, scritte da circa 140- 150 partecipanti. Fino a quegli anni era il comune ad occuparsi dell’organizzazione, poi sono subentrata io nel 2009 con la nuova amministrazione comunale, quando l’ideatrice non è stata più in grado di seguire il concorso per motivi di salute, ma il bando era già stato emanato. Quell’anno abbiamo avuto un calo netto e mi sono chiesta come sarebbe stato possibile evitare che i cambi di amministrazione comunale potessero minare la validità di un’iniziativa così importante e la soluzione è stata affidare l’organizzazione di Mendranze all’Istituto Culturale. Grazie all’Istituto si sono subito recuperate adesioni, si è aperto il concorso anche alla prosa e si è tornati ad avere uno sguardo maggiormente incentrato sulla scuola. Solo attraverso la scuola è possibile infatti salvaguardare in prospettiva futura la lingua, stimolando i bambini a parlarla e scriverla.
Attualmente siamo molto soddisfatti di come si sta evolvendo il concorso e speriamo che possiate godervi le opere dei vincitori delle scorse edizioni che saranno vostri ospiti al Festival come abbiamo potuto goderne noi al concorso.


Il convegno LE PAROLE DEL CUORE, Lingue e appartenenza nella letteratura delle Minoranze si svolgerà a Obra, in Vallarsa, sabato 31 agosto, giornata che il Festival della montagna dedica alle Minoranze linguistiche.


Riccardo Rella
riccardo_rella@yahoo.it

mercoledì 14 agosto 2013

Il mondo è un immenso prato fiorito. Intervista a Giovanni Troiano

Giovanni Troiano sabato 31 agosto sarà al Festival “Tra le Rocce e il Cielo” in Vallarsa. Parteciperà al convegno sulla letteratura in lingua madre, nella giornata che il festival della montagna dedica alle minoranze linguistiche.

Per prima cosa parlaci un po’ dell’arbereshe, la tua lingua materna.
L’arbereshe è una lingua del 1400, di origine albanese. Quando l’Impero Ottomano invase l’Albania, Scanderbeg, il grande condottiero ed eroe albanese si oppose e per alcuni anni riuscì a contenere l’invasione turca.  Scanderbeg aveva dei contatti molto stretti con Ferdinando d’Aragona, re di Napoli del tempo, che gli concesse la proprietà di alcuni feudi in Puglia. Alla morte del condottiero, l’esercito albanese non potè più resistere all’invasione e vi fu un esodo verso i possedimenti pugliesi, che divennero i primi territori arbereshe in Italia.
Sono più di cinque secoli che queste comunità parlano l’arbereshe, che ovviamente si è contaminato con l’italiano e diviso in alcuni dialetti, ma che conserva un grado di parentela con l’albanese comunque molto stretto. Possiamo dire che la differenza tra l’arbereshe e l’albanese di oggi è un po’ quello tra il fiorentino di Dante e l’italiano attuale.


Quindi potete capire cosa dica un albanese?
Sì assolutamente. Noi poi abbiamo avviato una serie di contatti e gemellaggi con comunità albanesi e comunità arbereshe al di fuori dell’Italia. L’arbereshe infatti si parla ancora in alcune zone del Montenegro e del Kosovo e Madre Teresa di Calcutta, nativa di Skopije, pochi lo sanno, di origine era una arbereshe. Noi la consideriamo la nostra santa, anche se ovviamente è diventata una figura universale.

Cosa significa essere arbereshe?
Io sono nato in una comunità di lingua arbereshe e fino a sette anni non ho parlato altra lingua al di fuori della mia lingua madre. Negli anni ’50 radio e giornali erano ancora molto poco diffusi e noi bambini appartenenti a queste piccole comunità non avevamo nemmeno idea di cosa ci fosse al di fuori. Tutti i nostri contatti sociali erano in lingua madre e solo dopo, quando ho iniziato la scuola ho potuto venire in contatto con l’italiano e le altre lingue del mondo.

È solo linguistica la differenza della comunità arbereshe o è anche religiosa?
Gli arbereshe sono tuttora cattolici di rito orientale, nel senso che siamo obbedienti al papa per quanto riguarda la gerarchia ecclesiastica, ma seguiamo la liturgia di San Basilio e San Giovanni Grisostomo, cioè i padri orientali. Abbiamo due chiese di rito orientale: una è quella di Lungro e l’altra è a Piana degli Albanesi in Sicilia, ma avremo modo di parlarne quando ci vedremo.

Ci sono altre “lingue minoritarie” in Calabria?
Sì, ce ne sono due che sono interessantissime. La prima è il guardiolo, la lingua parlata a Guardia Piemontese, che è un dialetto occitano che è parlato dai discendenti di una comunità valdese insediatasi in Calabria per sfuggire alle persecuzioni religiose terribili che subirono durante il 1200.
E poi ci sono i grecanici, che abitano la zona di Reggio Calabria. È un dialetto greco antico, ma ancora non si capisce se si tratti della lingua parlata dalle comunità magno greche delle origini, quindi VI secolo avanti Cristo, o se invece siano comunità greche arrivate in un secondo momento, sotto l’Impero Bizantino.

Parlare una lingua così diversa dall’italiano cosa da? Vi sentite “diversi”?
Fino a qualche tempo fa ci si sentiva diversi, anche come mentalità, rispetto agli italiani. È ovvio che ora si va verso l’integrazione non solo italiana ma anche europea. In fondo siamo tutti uomini. L’unica cosa che è importante è salvare non solo queste lingue minoritarie, ma anche tutte le parlate dialettali che costellano l’Italia.
Il mondo è come un gigantesco prato fiorito. Certo, nessun fiore è indispensabile, ma di sicuro nessuno è superfluo o fastidioso. Dal mio punto di vista di studioso sono convinto che le sfumature (io tra l’altro sono anche pittore) di colore sono molto più importanti ed interessanti rispetto ad una campitura unica. La bellezza sta proprio nella diversità.

Quindi in un mondo che tende sempre più verso una sola lingua di interscambio globale, che senso ha continuare a coltivare e parlare la propria lingua madre?
Serve per prima cosa a preservare la biodiversità. La lingua è una biodiversità a tutti gli effetti, visto che nei nostri dialetti esistono parole e costruzioni linguistiche che è praticamente impossibile tradurre nelle altre lingue e che sono espressive proprio di quell’ambito e di determinate situazioni. Ad esempio tra gli inuit ci sono dodici modi differenti di definire la neve, perché è il loro ambiente naturale. Queste definizioni sono importanti da preservare proprio perché arricchiscono la comprensione e la consapevolezza in determinati ambiti.
Certo, si andrà verso una lingua unica di interscambio globale nel lungo periodo, come è l’inglese. Io non ne farei un problema, anzi è in parte auspicabile che ci sia una lingua che sia in grado di mettere in comunicazione fra loro quanti più uomini possibile, ma è importante che possa sopravvivere anche l’idioma locale, parlato nella comunità e in grado di descrivere al meglio l’ambiente, umano e naturale, in cui si vive.

Come si può preservare dalla scomparsa una lingua e una cultura come l’arbereshe?
Anche prima della crisi economica non c’erano soldi per la tutela, e la legge italiana sulle minoranze etniche, che prevedeva anche l’insegnamento della lingua madre alle elementari, purtroppo non viene applicata. Io per lungo tempo ho solo parlato l’arbereshe e solo dopo, quando l’ho recuperato, ho iniziato a scriverlo, anche perché non c’era praticamente nessuna opera scritta in arbereshe.
Avendo lavorato in un museo culturale, in ambito di ricerca universitaria, ho potuto studiare la mia lingua con grammatiche e dizionari. Ho fatto una ricerca sulla mia lingua, mettendo in luce come siano nati nei secoli dei dialetti arbereshe peculiari di ogni singola comunità. Io quando scrivo vado proprio alla ricerca della parola primitiva, facendo un’opera di “restauro linguistico” per ritornare alla fonte del linguaggio originario ed evitare queste eccessive frammentazioni, e come me ci sono altri amici e colleghi che si impegnano in questo.
Abbiamo un museo etnico in una comunità civiche e si stampano diverse riviste. C’è un bel lavoro, anche se i mezzi economici sono limitati.

Grazie mille e ci vediamo presto in Vallarsa!
Grazie a voi e a presto.
Riccardo Rella

riccardo_rella@yahoo.it

lunedì 12 agosto 2013

Tra le rocce e il cielo, il festival della montagna in Vallarsa dal 29 agosto al 1 settembre

"TRA LE ROCCE E IL CIELO 2013"
IL FESTIVAL DELLA MONTAGNA
 IN VALLARSA DAL 29 AGOSTO AL 1 SETTEMBRE


TRA LE ROCCE E IL CIELO, il Festival della montagna vissuta con consapevolezza torna in Vallarsa dal 29 agosto all' 1 settembre.
Mostre, film, incontri, uscite sul territorio, convegni, laboratori, concerti, spettacoli, presentazioni di libri arricchiranno i quattro giorni della manifestazione - organizzata dall'associazione culturale Tra le rocce e il cielo in partnership con Accademia della montagna del Trentino - che si svolge nel suggestivo e incontaminato ambiente della Vallarsa (TN), all'ombra delle Piccole Dolomiti.
Il lavoro dell'uomo in montagna, la scrittura in lingua madre, la Grande Guerra e i giochi di montagna saranno gli argomenti principali del Festival 2013.

La prima giornata del Festival, giovedì 29 agosto, sarà dedicata all’arte della montagna e si concluderà con il divertentissimo film di Buster Keaton, adatto per adulti e bambini, “Go west – Io e la vacca” musicato dal vivo da Marco Dalpane e l’ensemble Musica nel buio.
Venerdì 30 agosto la giornata dedicata alla vita in montagna sarà incentrata sul convegno "Un futuro sulle Alpi: creare occupazione per tornare alla montagna", che cercherà di fornire strumenti operativi immediatamente utilizzabili per chi vuole lavorare in montagna grazie a un seminario sull’occupazione in montagna e una serie di workshop con esperti/testimoni di alcune occupazioni montane: gestire una malga, condurre un'azienda agricola, lavorare nell'accoglienza turistica, organizzare attività out door e altre vie per lavorare e vivere in montagna. Riflessioni, confronti, luci e ombre di un'occupazione e di una scelta di vita. La sera verrà messo in scena lo spettacolo teatrale “Come un fiume. Viaggiatori dell’Impero” che racconta le migrazioni di fine Ottocento dei lavoratori trentini verso le aree più remote dell'Impero Austroungarico.

Sabato 31 agosto il convegno sulla letteratura in lingua madre “Le parole del cuore, Lingue e appartenenza nella letteratura delle Minoranze” .aprirà la giornata dedicata alle minoranze linguistiche, e permetterà di dialogare con molti scrittori appartenenti a gruppi linguistici diversi. Gran finale col concerto dei Lou Dalfin, il gruppo che ha fatto conoscere in tutta Italia la lingua e la cultura occitana.
La giornata della storia, domenica 1 settembre, ospiterà una tavola rotonda sui giochi di montagna “Dal tablet al tabièl” collegata alla mostra “La montagna nei giochi, i giochi dalla montagna”, e, all’interno di Forte Pozzacchio, un percorso spettacolare “Abbracciami Forte!” sulla storia del manufatto con azione scenica drammatica e spettacolare che riporterà alla memoria i bombardamenti della Grande Guerra. Sul primo conflitto mondiale si concentrerà anche il jazz teatrale di Andrea Brunello e Enrico Merlin.
Il programma di Tra le Rocce e il cielo – visitabile sul sito www.tralerocceeilcielo.it -  comprende anche un’uscita di trekking con gli asini e un’escursione con “Pasubio100anni” sulle tracce della Strafexpedition e una camminata con il Gruppo Sat di Vallarsa per arrivare a una conferenza all’aria aperta con alpinisti trentini. Ci saranno incontri con scrittori di montagna e non mancheranno le mostre storiche, pittoriche e fotografiche, di scultura e di modellismo. Ci sarà pure una rassegna di documentari di Vittorio De Seta sul lavoro dell’uomo nel suo legame con la terra e le forze della natura. Verranno premiati i vincitori del concorso video “Racconta la tua montagna – Il lavoro dell’uomo”. Si potranno seguire anche un corso di fotografia di reportage, un workshop di disegno in montagna (Pasubiana) e un corso di yoga all’aria aperta.
Il festival è realizzato grazie alla Provincia Autonoma di Trento e alla Regione Trentino Alto Adige- Sud Tiröl, ed è patrocinata da Comune di Vallarsa, Comunità della Vallagarina, CAI e SAT.
Viene organizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, di APT Rovereto e Vallagarina, Bim Trento, Cassa Rurale di Lizzana e Fondazione Vallarsa.
Prezioso per la realizzazione della manifestazione è il contributo degli altri sponsor: Cantine Vivallis, Concessionaria Franceschi, Distilleria Marzadro, Grafiche Futura, AlpStation Isera e Schio e Calliari Fiori.

Seguiranno comunicati dedicati ai numerosi eventi in programma.



Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it