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lunedì 15 luglio 2013

Il ritorno alla lingua madre: Gavino Ledda

Cos’è per te la lingua?
La lingua materna è una cosa, il codice linguistico è un’altra. La lingua materna è la lingua di tua madre, dei tuoi avi. Il dialetto chi ce l’ha, lo parla e lo coltiva è fortunato.
In famiglia abbiamo sempre parlato in sardo, che per fortuna è ancora una lingua viva e parlata, e fino a 21 anni ho parlato sempre e solo in lingua materna. Io non sono andato a scuola e sono stato analfabeta fino a quell’età. Io ora posso dire che ho avuto la fortuna di rimanere analfabeta fino a 21 anni, può sembrare strano ma è così, perché ho potuto scolpire dentro di me la lingua materna, che è cresciuta assieme a me.
Il sardo ha un suono magico, è una lingua bellissima. Non avendo fatto le scuole ho vissuto visceralmente il mio rapporto con la lingua materna, cosa che forse non hanno potuto fare quelli che sono andati fin da bambini a scuola. Poi, quando a 21 anni ho avuto la possibilità di recuperare gli anni di scuola, mi è stato possibile riflettere sulla mia stessa lingua, osservarla da un’altra prospettiva.
La lingua materna, quando è vissuta nella carne e nello spirito, fortifica le lingue che poi si sovrappongono, come possono essere l’italiano o l’inglese. Le lingue imparate solo per poter comunicare come l’inglese, sono utili solo per poter comunicare con più persone, ma non sono lingue in cui potremo scrivere un romanzo, o narrare realmente la nostra vita. Non ci appartengono come può appartenerci solo la lingua materna. La lingua madre è la lingua dello spirito.



Che senso può avere tutelare un dialetto o una lingua “minoritaria” in un mondo in cui molte delle lingue nazionali stanno retrocedendo a favore di linguaggi di massa come l’inglese?
Prima di tutto bisogna pensare che i dialetti e le cosiddette lingue minoritarie sono stati giudicati marginali solo per le politiche nazionali. In realtà, come è ovvio, la cosiddetta lingua minoritaria è la lingua materna di una regione o di una popolazione e come tale è la lingua maggioritaria nell’area in cui è parlata e solo per via di politiche a mio parere senza capo né coda dello stato sono state marginalizzate.
Poi, come ho detto prima, solo potendo coltivare veramente la lingua materna, facendola crescere e vivendola nella propria carne ogni giorno si può, successivamente, aggiungere altri linguaggi al proprio bagaglio, ma chi non ha una lingua materna viva e vissuta non riuscirà mai ad esprimersi completamente.

La lingua materna, nel tuo caso il sardo, cosa può fare di più e meglio dell’italiano nel narrare i luoghi e le persone che lo parlano?
Dopo quarant’anni di pratica sto ancora imparando il sardo. È una lingua particolare, unica, come particolari e uniche sono molte altre lingue madri. Tutte le lingue materne, se parlate costantemente, in famiglia come nella vita di tutti i giorni, hanno una serie di costrutti, di concetti, di modi di dire che sono peculiari e difficilmente traducibili, se non impossibili da tradurre. Questi costrutti verbali sono il frutto di secoli di utilizzo di una lingua e come tali sono lo specchio dello spirito e della carne stessa di un popolo. In un certo senso la lingua è la storia culturale di un popolo.
Ad esempio Dante non scrive così bene solo perché è Dante, ma anche e soprattutto perché lui scrive in lingua materna. La lingua di Dante è carne, è sangue, è la sua placenta, se così si può dire, e questa è la sua grandezza.
Io sono quarant’anni che cerco di ricostruire le radici del sardo, e nei miei studi ho cercato di recuperare le opere quasi dimenticate di poeti che scrivevano nella lingua ancora non toscanizzata del 1000- 1100. La “toscanizzazione” ha cambiato molto il sardo, lasciando tracce indelebili, ma questo ho potuto scoprirlo solo dopo aver recuperato gli anni della mia formazione, quando ho potuto riflettere con gli strumenti della linguistica quello che avevo appreso con il corpo nei miei primi vent’anni di vita.



Dopo questa lunga opera di riscoperta cos’è per te il sardo?
Io in questi anni mi sono ricongiunto a quello che è lo spirito della Sardegna, un qualcosa che si era perso e si stava perdendo. È stato un po’ come ricongiungersi con mia madre, senza ovviamente dimenticare e ignorare che assieme a lei ci sono anche Dante, Leonardo da Vinci e tutti i grandi personaggi che hanno contribuito a creare e rafforzare l’italiano. Ma recuperare la propria lingua di origine è prima di tutto un ritorno alla famiglia, alla madre.
L’italiano nei secoli ha perso questo carattere materno, questa capacità di narrare la carne e il sangue di chi la parla. Tutte le lingue del mondo, le lingue davvero parlate, come quella di “Padre padrone” sono in grado di catturare quelli che sono i veri cambiamenti del mondo che viviamo. I dialetti sono la lingua di un popolo, sono il popolo stesso, e come tali sono l’unico modo per narrare nella sua autenticità il popolo stesso. Per me la lingua è l’anthropos  a tutto tondo, e solo i dialetti, le lingue veramente parlate, possono narrarlo e contenerlo interamente.

Potresti anticiparci qualcosa del tuo prossimo libro, che stai completando e che uscirà a breve? Sarà un saggio o un romanzo?
Sarà un poema. Il saggio è troppo facile, non che non sia uno strumento valido per carità, ma mi sono trovato molto più a mio agio a narrare le origini del sardo in forma poetica. Di più non posso dire adesso. Spero di poter portare l’anno prossimo al vostro Festival l’opera completata…

Grazie mille per il tuo tempo e spero che ci si possa vedere al Festival.
Grazie a voi e se tutto va bene ci vedremo in Vallarsa.

Riccardo Rella

riccardo_rella@yahoo.it

giovedì 4 luglio 2013

Sergio Berardo, "contrabbandiere" di cultura occitana a "Tra le Rocce e il Cielo"





Una cultura antica, che si estende dalle coste di Guascogna alle Alpi Piemontesi, dal centro della Francia fino al Mediterraneo. Ma senza uno Stato. Nei secoli calpestata dai Re di Francia e sempre a rischio di essere “normalizzata” e rimossa, da un lato e dall’altro delle Alpi. E’ la cultura Occitana, presente anche in Italia nelle province di Torino e Cuneo. Ne parliamo con Sergio Berardo, leader storico del gruppo folk (ma non solo) Lou Dalfin, e grande animatore delle Valli Occitane italiane, dove una cultura antica sa reinventarsi, continuare a vivere senza commiserazione e a testa alta…

La cultura occitana non è assolutamente considerata, e noi italiani spesso non sappiamo dell’esistenza di una comunità occitana sul nostro territorio. Ci vuoi parlare un po’ di questa cultura e di cos’è l’Occitania?


L’Occitania è questa strana creatura, una nazione senza Stato, che si estende dai Pirenei alle nostre vallate delle alpi occidentali, dal Massiccio Centrale al Mediterraneo, alla Guascogna e al delta del Rodano, dalla Val d’Aran in Spagna alle vallate occitane dello Stato Italiano.
Siamo un insieme di comunità che, non avendo mai avuto un’entità statale che le riunisse tutte, ha creato non una ma più culture occitane. Potremmo definirle “culture federate”, una sorta di diaspora su un vasto territorio.
L’Occitania ha radici antiche: proprio quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla battaglia di Muret del 1213, dove gli occitani sono stati definitivamente sconfitti dai francesi. Noi vogliamo quest’anno commemorare quell’evento sicuramente con delle canzoni, che probabilmente andranno a comporre un disco, e sicuramente con un concerto che faremo a Muret.
Fra l’altro le valli italiane sono quelle dove l’identità occitana è più forte, forse perché siamo un po’ i "guardiani” della porta orientale dell’Occitania, siamo popolo di frontiera che quindi sente di più l’esigenza di coltivare le tradizioni e le radici.

Sergio, sei polistrumentista e cantante, un po’ la “colonna portante” del gruppo Lou Dalfin, parlaci un po’ di come ti sei avvicinato alla musica in generale e a quella tradizionale in particolare, ai suoi strumenti e alle sue sonorità.

Per me l’avvicinamento  alla musica ha coinciso con l’avvicinamento alla musica tradizionale e popolare. Io inizio a suonare sull’onda del movimento folk e del folk revival, con l’onda lunga proveniente dall’America ma non solo, molto presente durante gli anni settanta. Figure come Giovanna Marini e Michele Straniero in Italia hanno avuto un ruolo importante a far nascere la passione per questo genere musicale. Da questo capisci bene anche che il canto popolare veniva interpretato con una forte connotazione politica.
In seguito mi sono “guardato intorno” e ho visto che vivevo in una vera e propria miniera di cultura, di tradizioni. Nelle valli occitane la gente continua a parlare la Langue d’òc, non è folklore, un orpello ostentato ma non vissuto: è cultura viva. Ecco guardando la realtà in cui ero nato e dove vivevo, ho scoperto un repertorio straordinario di musica, di strumenti, ma anche di immaginario: l’epopea dei suonatori ambulanti di ghironda è ancora viva nei ricordi della nostra gente.
Il mio avvicinamento a queste tradizioni e a questa musica avviene, quindi, in modo molto naturale, familiare. Poi la cultura della mia gente è naturalmente proiettata oltre, nei ricordi e nelle storie: va oltre le valli delle Alpi italiane, va oltre l’arco alpino. C’è nell’aria il sentimento del viaggio, del “contrabbando” di cultura, di suoni, di storie, di poesia.

Parli anche del ruolo sociale, quasi politico, del folk. In che modo vivi questa dimensione nella tua musica? Non solo cantare la montagna e le sue tradizioni, ma anche cantare per riappropriarsi della montagna e del territorio, dunque?

L’identità è strettamente legata al territorio, a elementi di base che non si possono tralasciare: la società, l’economia.
Molto banalmente c’è la rappresentanza, il desiderio di autonomia: il nostro vasto territorio è sparpagliato fra collegi elettorali, la montagna come territorio e quindi come esigenza è dispersa in un mare di altri territori e di altre esigenze. La nostra montagna quindi soccombe e non ha rappresentanza.
Solo con la lingua non si va da nessuna parte, io credo: se la montagna non viene messa nelle condizioni di decidere dei propri destini non si va da molte parti.
A me non va di suonare per le nostre montagne se vuol dire suonare per valli spopolate o asservite. Ad esempio sono a fianco delle rivendicazioni della Valle di Susa contro il TAV, questo lo considero non farsi calpestare.

La ghironda è una tua passione, simboleggia in qualche modo tutto quello che stai dicendo sulle tradizioni, sulla gente, sulle storie. Da un lato l’epopea dei suonatori di ghironda che tu racconti, un po’ come moderni musici erranti, che viaggiano “contrabbandando” una cultura. Dall’altro paragoni questo strumento, per forma e caratteristiche, ad una nave, con la chiglia e la polena, simbolo del viaggio e dell’andare oltre. Parlaci un po’ di questo strumento, così strano e complesso, che ad oggi è caduto un po’ nel dimenticatoio.


Ecco tu dici “è caduto”, ma io cambierei il tempo: ERA caduto nel dimenticatoio. Dalle nostre parti l’ultimo musico di ghironda è morto nel 1935, ma se tu fossi stato qui il 4 di giugno avresti visto il concerto della Grande Orchestra Occitana, avresti visto trenta ghironde suonate da persone fra i dieci e i sessantacinque anni.
E’ uno strumento che si era estinto, ma rimaneva ancorato all’immaginario attraverso storie e ricordi. Così è  stato possibile farlo rivivere, in qualche modo “reinventare” una tradizione.
Qualcuno ha detto che una tradizione è veramente morta quando la si difende invece di inventarla. Ecco, noi la tradizione l’abbiamo inventata: a noi non rimaneva nemmeno una registrazione, su nessun supporto, di come suonavano la ghironda i vecchi suonatori erranti che anche tu citi nella domanda. Ci siamo basati sui ricordi e sui racconti che ancora erano ben presenti quando abbiamo iniziato, negli anni Settanta e Ottanta, e oggi è tornato a pieno titolo nell’immaginario e nella pratica del nostro territorio. Tutto questo nonostante la ghironda sia uno strumento complesso, con cui non puoi fare tutto. Lo stesso vale ad esempio per la cornamusa: non ci puoi fare tutto, ma è importantissima nella musica e nelle tradizioni scozzesi.
Il repertorio della ghironda, però, si è anche evoluto. Noi non facciamo e non vogliamo fare musica "tradizionale”, noi vogliamo fare musica “popolare”: di norma fra gli strumentisti tradizionali avevi soprattutto persone di estrazione sociale alta, alta cultura e provenienza urbana che si mettevano a suonare questi strumenti mentre la gente delle valli ascoltava tutt’altro. Questo esercizio di stile era percepito come la ricerca del “buon selvaggio” da parte di dotti professori. Noi abbiamo cercato di fare una musica per quelli che vogliono andare alle feste, divertirsi, ballare, insomma quelli che volevano usare la musica popolare per lo scopo che più le è proprio: aggregazione e festa.
Insomma tutto si è evoluto: il modo di stare di strumenti come la ghironda assieme ad altri strumenti, sempre nel rispetto degli stilemi della musica popolare e della danza tradizionale, ma si sono rinnovati testi e armonie.

Quindi questa riscoperta e reinvenzione della tradizione vuol dire anche una “riconquista” dei giovani alla musica tradizionale e popolare?

Assolutamente! Da noi si stanno sviluppando tantissimi gruppi che, con ghironde, cornamuse, flauti, fisarmoniche, violini fanno una musica che unisce le sonorità e gli strumenti della musica contemporanea: basso, batteria, chitarra elettrica e musica elettronica. Insomma, questa commistione di stili è normale, è naturale.
Ad esempio a Parigi nell’ottocento la colonia occitana che viveva lì portò con sé le sue cornamuse, addirittura le reinventò come strumento, creando la Cabrette. Ciò è stato importantissimo per la cultura festiva parigina, c’erano centinaia di locali in tutta la città dove i parigini andavano a ballare sul suono della cornamusa. Poi a questo si sono aggiunte le fisarmoniche, strumenti quindi più moderni, creando nuovi generi musicali e nuove sonorità: il Bal Musette, ad esempio, è nato da questa esperienza.
L’importante è avere un’identità e sapere chi si è, a quel punto non si ha più paura di cambiare e di andare avanti.

Ora parlaci un po’ del tuo gruppo, i Lou Dalfin, che tanto sono attivi nelle valli occitane.

Noi siamo nati nel 1982 come gruppo “standard” di folk revival. Io personalmente avevo già qualche idea su come andare oltre la semplice musica tradizionale, legare gli strumenti e l’atmosfera tradizionali a elementi più attuali. Avevamo anche provato a fare un altro gruppo ma abbiamo dovuto smettere in fretta perché rischiavamo il linciaggio, c’è una corrente “purista”, “passatista” nel folk che non accettava questo tipo di commistioni. Quel tipo di musica all’epoca era considerato come unire il diavolo con l’acqua santa.
Quell’idea, che poi è quella che sta alla base dei Lou Dalfin di oggi inizia nel 1990.
L’idea è di vivere la musica come viene, anche se è tradizionale, di divertirsi facendo musica. Ma senza un "progetto”, io detesto il termine “progetto” riguardo alla musica. Quando hanno inventato il blues mica si sono messi a tavolino a pensare di unire la musica nera con le musiche dei bianchi, loro entravano nelle case chiuse e suonavano con le loro idee e sensibilità ed è nato un genere. Noi abbiamo fatto le stesse cose: siamo andati nei bar, nelle piazze, nelle feste della birra, a suonare e a far divertire la gente. E’ nato così un genere, la Danza Canzone, cantata in occitano, con una commistione di vecchio e nuovo, nel rispetto dei canoni della danza tradizionale.

Oggi avete all’attivo anche molte collaborazioni nazionali ed internazionali con artisti affermati: da Roy Paci a Bumma degli Africa Unite, dai Subsonica, ai Massilla Sound System, alle Yavanna.

Sì certamente, noi cerchiamo le collaborazioni e le “contaminazioni” con altri paesi e con altri gruppi, penso ad esempio al vecchio lavoro con i Sustraia, un gruppo basco. Oppure i Massilla Sound System che sono i nostri omologhi marsigliesi, che portano influssi più fortemente “urbani” attraverso un genere come il Raggamuffin, mentre noi rappresentiamo una cultura più rurale.

Quello che mi dici sembra il perfetto antidoto contro i pregiudizi che vengono affibbiati a tutto il mondo tradizionale, di montagna e legato alle minoranze linguistiche: il pregiudizio di essere culture chiuse e morte, indisponibili al cambiamento.

Ecco difatti io sono sempre stato convito che se dobbiamo celebrarci e commiserarci, comunque solo ricordarci di noi stessi, lasciamo perdere. Se si deve vivere si vive con dignità, creatività e a testa alta.
Per carità, mai dimenticare il passato, anzi quello è la base. Ma non pensiamo che il passato sia stato l’età dell’oro, quell’età non è mai esistita. Una tradizione bisogna inventarla continuamente, se no è meglio lasciar perdere.

Dal 2000 siete diventati associazione. Quali progetti avete attivi, e avete qualche prospettiva futura in cantiere?


Per ora quello che facciamo è già moltissimo, fare anche solo questo ci basterebbe: organizziamo corsi nelle scuole, corsi di musica e strumenti tradizionali e di danza, abbiamo creato la Grande Orchestra Occitana che raccoglie un centinaio di musicisti, organizziamo feste e balli, abbiamo una banda di ghironde. Organizziamo seminari e abbiamo dei progetti sul mestiere del liutaio e altri seminari che hanno l’intento di creare nuove professionalità.
Il tutto fatto con pochissimi aiuti da parte del pubblico. Solo recentemente lo Stato Italiano si è interessato a noi, e lo ha fatto mandandoci un’ispezione dell’agenzia delle entrate.

Sergio Berardo con i Lou Dalfin sarà al Festival "Tra le Rocce e il Cielo", in Vallarsa, la sera di sabato 31 agosto. L’accesso al concerto è libero.


 Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it

domenica 23 settembre 2012

GRANDE SUCCESSO “TRA LE ROCCE E IL CIELO” 2012


L’edizione 2012 del festival della montagna “TRA LE ROCCE EIL CIELO” è stata davvero spumeggiante. Nonostante la pioggia non abbia risparmiato i quattro giorni della manifestazione sono state numerosissime le persone che hanno partecipato al Festival all’ombra delle Piccole Dolomiti, che si è svolto in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre 2012.

Grandissimo successo hanno avuto tutte le serate in programma nelle quattro giornate - dedicate all’arte della montagna, alle minoranze linguistiche, alla storia e alla vita di montagna - a partire da quella sulla “Gioia dell’andar lenti” che ha visto confrontarsi davanti a un pubblico di oltre quattrocento persone un gruppo di pazienti viaggiatori: Davide Sapienza, Alessandro De Bertolini, Valentina Musmeci, Gigi Zoppello e Margherita Hack (intervenuta in video conferenza). Il pubblico ha potuto porre domande alla Hack, che ha spaziato nei suoi interventi dal racconto dei suoi viaggi in bicicletta al commento sull’utilità dell’alata velocità.

Numeroso e appassionato anche il pubblico per i due concerti serali, quello jazzmer degli Ziganoff di Renato Morelli e quello dell’Orchestra popolare delle Dolomiti, che ha riportato alla vita antichi balli ormai perduti. Un’ottima partecipazione anche per lo spettacolo dedicato alla costruzione della diga di Speccheri, “La diga è una cosa meravigliosa”, scritto da Zoppello e diretto da Mariano De Tassis, che ha messo in scena il dialogo fra i figli di coloro che negli anni ’50 costruirono la grande opera ingegneristica; un emozionante tuffo nel passato, grazie alla presenza scenica degli attori, alle musiche degli anni ’50 suonate dal vivo, e agli spettacolari effetti luminosi di De Tassis.

Frequentatissimo da un pubblico composto anche da molti giovani l’incontro dedicato alla prima scalata italiana all’Eiger, che ha visto gli alpinisti – Gildo Airoldi, Armando Aste, Andrea Mellano e Franco Solina - confrontarsi insieme ad Alessandro Gogna sull’impresa  a cinquant’anni dalla storica conquista della vetta. Si è trattato di un incontro vivace, ricco di memoria viva, capace di consegnare ai giovani il testimone di un alpinismo appassionato, lontano dai tecnicismi e dalla smania di record.

Seguitissime anche  le riflessioni sulle possibilità di convivenza tra i grandi carnivori  e l’uomo sulle Alpi, che hanno indagato sul cauto ma diffuso procedere del neoruralismo sui nostri monti, ed hanno cercato soluzioni concrete che permettano ai nuovi pastori di convivere col ritorno di orsi e lupi; così come molto partecipata è stata la presentazione di uno dei nuovi sentieri dedicati alla Grande Guerra dell’associazione Pasubio 100 anni.

Molte emozioni ha regalato il suono dolce e penetrante del corno delle Alpi, che ha accompagnato dai prati di Bruni i canti dei Cantori di Vermei, gruppo corale che con la potenza delle otto voci in campo ha fatto risuonare la Vallarsa di sonorità arcaiche ormai dimenticate; e hanno emozionato anche i racconti degli scrittori, tra cui il premio Campiello 2012, Carmine Abate. Anche la rassegna di film ha radunato un nutrito pubblico, che ha coinvolto gli autori in dibattiti intensi e prolungati a conclusione della visione delle opere proposte.
Le numerose mostre, pittoriche, fotografiche, quella sulla guerra raccontata ai ragazzi nelle pagine del Corriere dei piccoli o su come si faceva il formaggio una volta, la mostra documentaria sulla storia della diga di Speccheri curata dalla Fondazione Museo storico di Trento e quella sulle mutazioni del paesaggio nel tempo realizzata con la collaborazione del Museo delle scienze di Trento sono state molto visitate, e i commenti lasciati sul libro dei visitatori hanno evidenziato un elevato gradimento da parte del pubblico. Le mostre sul paesaggio, sul Corriere dei Piccoli e sulla diga di Speccheri proseguiranno il proprio viaggio, girando per il Trentino e nelle regioni vicine nell’arco dei prossimi mesi.

Un gruppo di appassionati si è cimentato nel laboratorio di antiche danze popolari, e un gruppo di temerari non ha rinunciato, nonostante il maltempo, alle escursioni in programma: molto seguita quella alla diga di Speccheri, come pure l’uscita sulla prima linea di Foppiano.
Elevata e attenta è stata la partecipazione anche per gli eventi dedicati a un pubblico che si potrebbe definire di nicchia. Molto positivi sono stati i commenti dei partecipanti al convegno dedicato al paesaggio e alle sue trasformazioni nel rapporto con l’uomo, e a quello sulle minoranze linguistiche “Piccole scuole, piccole lingue”.

La novità degli argomenti trattati, la grande varietà e la qualità degli eventi proposti; è riuscita a portare in Vallarsa un pubblico proveniente da tutta l’alta Italia, ma anche dal centro e dalle zone Alpine della Francia e della Svizzera.
Una schiera di interessati che ha scelto di passare in Trentino qualche giorno per approfondire argomenti di estrema attualità.
Un segno tangibile che il festival, giunto quest’anno alla sua terza edizione, si sta muovendo sulla strada giusta.

Con la preziosa collaborazione di un gran numero di enti e associazioni di Vallarsa e dell’intero territorio provinciale, “Tra le Rocce e il Cielo” è diventata una realtà profondamente radicata in Trentino,  e grazie anche al lavoro di uno staff giovane, attivo e propositivo sia nell’organizzazione che nella gestione degli eventi, che ha affiancato gli instancabili direttori artistici Fiorenza Aste e Mario Martinelli, sta diventando sempre più grande.

E mentre ancora si lavora alla manifestazione appena conclusa l’organizzazione pensa già alla prossima edizione in cui si cercherà di proseguire nella riflessione, attenta e fuori dalle tendenze di moda, sui grandi temi che riguardano la montagna: sulle sue trasformazioni ambientali, climatiche, sociali, economiche, ecologiche.

«“Tra le Rocce e il cielo” vuole essere un festival della vita in montagna, attento a osservare con concretezza la realtà, e a renderla visibile e leggibile per tutti, cercando di coinvolgere la gente nell’elaborazione di strategie e prospettive per progettare un futuro migliore – spiega Fiorenza Aste -. Una grande festa della montagna, fatta di natura, ambiente, bellezza, passeggiate, laboratori, arte, tradizioni e novità, dove chiunque ami la montagna nei suoi molteplici aspetti può trovare qualcosa che gli assomiglia».
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

mercoledì 12 settembre 2012

I VIDEO VINCITORI DEL CONCORSO “RACCONTA LA TUA MONTAGNA – DENTRO IL PAESAGGIO”


Il paesaggio, il modo di viverlo, la sua cura, la sua valorizzazione. E’ il tema trattato dai video ce hanno partecipato alla prima edizione del concorso di video “Racconta la tua montagna – Dentro il paesaggio” organizzato dall’Associazione culturale “Tra le Rocce e il cielo”.

Tra i videoclip che hanno tutti come soggetto il paesaggio di montagna, preso in esame da uno qualsiasi dei molteplici punti di vista possibili: paesaggio fruito dal punto di vista estetico, percorso attraverso passeggiate naturalistiche, raccontato nella sua profondità temporale attraverso il rapporto con la storia, documentato attraverso la testimonianza della cura, della manutenzione e del recupero, vissuto attraverso memorie e ricordi, mediato attraverso il filtro della letteratura e della poesia si è aggiudicato il primo premio “Lessinia un mondo suggestivo” di Giorgio Pirana: “Film narrativamente ben strutturato, che racconta la storia di un luogo di montagna, la Lessinia, senza cedere a sentimentalismi e luoghi comuni pittoreschi.  La voce fuori campo accompagna le immagini realizzate con tecnica sapiente e conduce lo spettatore in un viaggio spazio-temporale nel paesaggio  vissuto e modificato dall’ abitare dell’uomo” lo ha definito la giuria del concorso composta da Renato Pezzato, Danilo Pezzato, Walter Lorenzi e Lucia Marana.
Il secondo premio è andato ex aequo a “Il monte analogo” di Ivan Ianniello e Marco Pandini e a “Nuova Zelanda” di Nancy Paoletto. Il primo “una riflessione sul tema della Grande Guerra, colpisce per il procedere narrativo scandito dalla sovrapposizione di immagini attuali realizzate nei luoghi che portano le tracce della guerra con immagini d’epoca. Le scelte tecniche e linguistiche appaiono appropriate e funzionali al racconto”; il secondo è stato premiato perché “curato negli aspetti tecnici di ripresa e montaggio che sottolineano la spettacolarità del paesaggio neozelandese, combinata con il racconto dell’impresa alpinistica”.
Il terzo premio se l’è aggiudicato “Bisect 2012” di Matteo Vinti poiché “si distingue  per l’originalità e l’efficacia dell’installazione artistica che documenta, centrata sul tema dell’acqua”.

Ma non è tutto, oltre ai premiati la giuria ha dedicato una segnalazione speciale a un altro dei video in gara. Si tratta di “Aere et Nubilo.” di Ivo Pecile che ha proposto uno spettacolare video sulle nubi: “Composizione di immagini di nuvole in movimento molto suggestiva, realizzata con sapienza tecnica”.

Una segnalazione è andata anche al video di Silvia Mattedi, unica opera in concorso nella categoria dedicata agli studenti, “segnalato per aver raccontato, attraverso immagini, musica e parole il proprio modo di vivere la montagna con sguardo disincantato”.

Presto i video saranno pubblicati sul sito internet del festival www.tralerocceeilcielo.it.
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

lunedì 3 settembre 2012

MARGHERITA HACK, LA TAV e IL PAESAGGIO A TRA LE ROCCE E IL CIELO



«L’alta velocità non serve a nulla, basterebbe far funzionare le linee ferroviarie che già ci sono, a partire dalle tratte brevi, quelle che i lavoratori percorrono tutti i giorni». E’ stata questa la risposta di Margherita Hack, intervenuta ieri in videoconferenza al festival Tra le Rocce e il Cielo, a una domanda del pubblico.
Si è conclusa con l’incontro “La gioia dell’andar lenti” la seconda giornata del Festival della montagna, che si conclude domani in Vallarsa. Un dialogo che ha visto confrontarsi diversi viaggiatori lenti. Sul palco, coordinati da Carlo Martinelli c’erano i giornalisti Gigi Zoppello e Davide Sapienza, il primo ha raccontato del suo viaggio a piedi per il Trentino, tra le gente e le tradizioni,  il secondo dei suoi viaggi a piedi per il mondo. Valentina Musmeci ha parlato di come si può camminare con gli asini. Come Alessandro De Bertolini, che il Trentino (e non solo) lo ha girato in bicicletta, sono le due ruote il mezzo di trasporto preferito da Margherita Hack. «La bicicletta permette di percorrere lunghe distanze in un giorno, ma anche di apprezzare ciò che scorre sotto le ruote» ha detto l’astrofisica. Non ha avuto un attimo di esitazione quando, dal numerosissimo pubblico che ha affollato il tendone di Riva di Vallarsa nonostante la pioggia di ieri sera, le è stato chiesto cosa ne pensa della Tav e dell’impatto di questa ha sul territorio. «E’ inutile, non serve a nulla, basterebbe che funzionassero le linee ferroviarie che già ci sono».
Proprio il paesaggio, la sua salvaguardia, la natura alpina e il suo cambiamento in rapporto con l’uomo sono stati al centro di tutta la giornata dedicata ieri alla vita in montagna che ha visto esperti di economia alpina e di vita in montagna, ricercatori e studiosi del paesaggio confrontarsi su questi temi nel convegno “Uomo e montagna: paesaggi in trasformazione”.
Oggi la giornata è tutta dedicata alle minoranze linguistiche. Nel convegno “Piccole scuole, piccole lingue”  studiosi, insegnanti e esperti si stanno confrontando su progetti e sperimentazioni in atto nelle classi delle scuole di montagna, cercando di delineare lo stato dei fatti, per prospettare possibili soluzioni ed elaborare proposte per il futuro.
Nel frattempo un gruppo di ballerini in erba imparano i passi delle antiche danze popolari grazie a Vincenzo Barba e Renato Morelli.
Proprio Morelli sarà impegnato stasera, alle 21, al teatro comunale di S.Anna, con la Ziganoff jazzmer band in un concerto che porta all’incontro tra mondi musicali diversi che riescono a fondersi in un’unica proposta attraverso la mediazione della tradizione musicale zingara manouche.
Domani, 2 settembre, giornata della storia, il festival si conclude con la giornata della storia. Ecco il programma. Rispetto a quanto annunciato la mattinata di incontri si terrà al Museo della civiltà contadina di Riva di Vallarsa (e non a Cumerlotti) e durante la giornata si esibirà Pietro Germano, suonatore di corno delle Alpi.

domenica 2 settembre 2012

LA GIORNATA DELLA VITA IN MONTAGNA A TRA LE ROCCE E IL CIELO

Margherita Hack in collegamento video a TRA LE ROCCE E IL CIELO

Dopo la GIORNATA DELL’ARTE DELLA MONTAGNA l’edizione 2012 del Festival della Montagana TRA LE ROCCE E IL CIELO, che si svolge in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre propone la GIORNATA DELLA VITA DELLA MONTAGNA. Venerdì 31 agosto il tema predominante è la trasformazione del paesaggio nel suo rapporto con l’uomo. Verrà presentata la guida per ragazzi di Accademia della Montagna del Trentino sui percorsi storici della Vallarsa e i protagonisti della prima salita italiana all’Eiger racconteranno, a distanza di 50 anni, la loro impresa. E dopo l’incontro performance di Davide Sapienza toccherà a LA GIOIA DELL’ANDAR LENTI, incontro con Margherita Hack (che per questioni di salute sarà presente in videoconferenza) e altri pazienti viaggiatori.

La mattinata si aprirà con il convegno, ore 9 – 13 e poi 14 -17, al Teatro Comunale di S. Anna, UOMO E MONTAGNA: PAESAGGI IN TRASFORMAZIONE.
Esperti di economia alpina e di vita in montagna, ricercatori e studiosi del paesaggio, al mattino dalle 9, indagheranno quali sono le vie per salvaguardare la montagna.
Al pomeriggio verrà affrontato il problema dello spopolamento della montagna e dei modi per invertire questo processo. Con l’aiuto di testimonianze di chi ha scelto di vivere in montagna, dell’esperienza di docenti e amministratori di piccole realtà alpine e del resoconto di progetti in corso, si cercherà di capire quali sono le opportunità, soprattutto in questo periodo di crisi, e i rischi del ritorno consapevole alla montagna.
Ecco il  programma del convegno http://www.tralerocceeilcielo.it/?page_id=1730.

Alle 14, all’Hotel Genzianella di Bruni comincerà la PASSEGGIATA DI COLLEGAMENTO TRA LE MOSTRE, con presentazione e inaugurazione delle mostre di storia, costume, scultura, pittura, fotografia. Ecco le mostre che si potranno visitare.

Dalle 14 e per tutto il pomeriggio S. Anna: DEGUSTAZIONE FORMAGGI TIPICI DELLA VALLARSA, E PREPARAZIONE DEL FORMAGGIO SECONDO LE ANTICHE MANIERE. In collegamento con la mostra “Quando se nea col late, Storia e memoria del caseificio di S. Anna”, a cura dell’associazione La Primula.

Alle  15  a  Bruni ci sarà Pietro Germano, SUONATORE DI CORNO DELLE ALPI e per i bambini: GLI ASINI DI BASTO BIO, fattoria didattica Le Driadi di Maso Spiazi.

Alle 16 all’Hotel Genzianella, Bruni verrà illustrato il progetto di Accademia della Montagna del Trentino LA MONTAGNA DEI RAGAZZI, realizzato in collaborazione con Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto. Sarà presentata “Lungo i sentieri della Grande Guerra in Vallarsa”, primo volume della collana di guide storico-escursionistiche per famiglie e ragazzi. Seguirà una visita guidata al CAMPOTRINCERATO DI MATASSONE.

Al Teatro Comunale di S. Anna, alle 17, verrà proiettacoto PICCOLA TERRA. Al film seguirà l’incontro con gli autori Michele Trentini e Marco Romano. Presenta Annibale Salsa.

Alle 17 all’Hotel Genzianella di Bruni: L’EIGER 50 ANNI DOPO. I protagonisti della prima salita italiana all’Eiger raccontano l’impresa. Con Armando Aste, Gildo Airoldi, Andrea Mellano, Romano Perego,Franco Solina, Spiro Dalla Porta Xydias. Coordina Alessandro Gogna con Filippo Zolezzi.

Alle 19.45 nello stesso luogo ci sarà LA MUSICA DELLA NEVE.EXPERIENCE. Incontro performance con Giuseppe Olivini &Davide Sapienza. Da: La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca di Davide Sapienza. Come trasporre la Neve in Musica? Giuseppe Olivini e Davide Sapienza tentano l’esperienza attraverso l’uso di antichi strumenti etnici che accompagnano la lettura del testo. E trovano la via per mostrare i colori della neve e svelarne i misteriosi discorsi.

Gran finale di giornata alle ore 21, al  Tendone di Riva di Vallarsa, con LA GIOIA DELL’ANDAR LENTI. Incontro con Margherita Hack, Alessandro De Bertolini, Valentina Musmeci, Davide Sapienza, Gigi Zoppello. Coordina Carlo Martinelli. Il paziente camminare di chi ha per meta il viaggio e non l’arrivare. Margherita Hack per motivi di salute interverrà in video conferenza alla serata.

sabato 1 settembre 2012

LA GIORNATA DELL’ARTE DELLA MONTAGNA APRE TRA LE ROCCE E IL CIELO


Carmine Abate e Pino Loperfido a TRA LE ROCCE E IL CIELO

Si apre con la GIORNATA DELL’ARTE DELLA MONTAGNA l’edizione 2012 del Festival della Montagana TRA LE ROCCE E IL CIELO, che si svolge in Vallarsa dal 30 agosto al 2 settembre. Una giornata che offre incontri ravvicinati con gli scrittori - da Carmine Abate a Spiro dalla Porta Xydias, passando per Antonia (tona) Sironi e Alberto Folgheraiter – e uno show, in prima visione assoluta, dal titolo “La diga è una cosa meravigliosa”.

La manifestazione, organizzata dall’associazione culturale Tra le Rocce e il Cielo in partnership con l’Accademia della Montagna del Trentino, comincerà il 30 agosto. Alle 16 al Tendone di Riva di Vallarsa ci sarà l’INAUGURAZIONE con Lorenzo Dellai, Tiziano Mellarini, Franco Panizza, Claudio Bassetti, Geremia Gios, Ornella Martini, Stefano Bisoffi, Marta Baldessarini, Bruno Spagnolli, Luciano Pezzato, Iva Berasi e Egidio Bonapace.

Alle 14, all’Hotel Genzianella di Bruni comincerà la PASSEGGIATA DI COLLEGAMENTO TRA LE MOSTRE, con presentazione e inaugurazione delle mostre di storia, costume, scultura, pittura, fotografia. Ecco le mostre che si potranno visitare.
Contrariamente da quanto annunciato la mostra LA GRANDE GUERRA DEL CORRIERE DEI PICCOLI. 1914-1919 si potrà visitare al museo della civiltà contadina, Fotografie di Lucia marana all’Hotel Genzianella.

Dalle 17 alle 20.15 Museo della Civiltà Contadina di Riva: GLI SCRITTORI SI PRESENTANO. Antonia (Tona) Sironi,  Alberto Folgheraiter con Filippo Zolezzi e Spiro Dalla Porta Xydias con Roberto Mantovani presenteranno i loro lavori letterari. Non potrà invece essere presente Italo Zandonella Callagher.

Sempre alle 17 all’Hotel Genzianella sarà proiettato il film TRE GIORNI A PREMANA a cui seguirà l’incontro con l’autore Renato Morelli.
Alle 18.30 all’Hotel Genzianella di Bruni si terrà GJUHA E ZEMËRES, LA LINGUA DEL CUORE. Lo scrittore finalista Premio Campiello 2012 Carmine Abate dialoga con Pino Loperfido.

Infine la sera alle 20.45 al Teatro comunale di S.Anna ( e non al Tendone di Riva come annunciato) andrà in scena LA DIGA E’ UNA COSA MERAVIGLIOSA, spettacolo teatrale ideato e scritto da Gigi Zoppello. Regia, video, luci e scenografie di Mariano De Tassis, musiche originali di Carlo Casillo. La storia della costruzione della diga di Speccheri nella memoria collettiva e nel dialogo fra generazioni: l’epopea dell’Italia del boom e la scoperta del “petrolio del Trentino”, l’energia idroelettrica. In collegamento con la mostra documentaria “All’ombra della diga”, a cura della Fondazione Museo Storico Del Trentino, sulla realizzazione dell'impianto idroelettrico sul torrente Leno di Speccheri-Maso Corona.