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giovedì 4 luglio 2013

Sergio Berardo, "contrabbandiere" di cultura occitana a "Tra le Rocce e il Cielo"





Una cultura antica, che si estende dalle coste di Guascogna alle Alpi Piemontesi, dal centro della Francia fino al Mediterraneo. Ma senza uno Stato. Nei secoli calpestata dai Re di Francia e sempre a rischio di essere “normalizzata” e rimossa, da un lato e dall’altro delle Alpi. E’ la cultura Occitana, presente anche in Italia nelle province di Torino e Cuneo. Ne parliamo con Sergio Berardo, leader storico del gruppo folk (ma non solo) Lou Dalfin, e grande animatore delle Valli Occitane italiane, dove una cultura antica sa reinventarsi, continuare a vivere senza commiserazione e a testa alta…

La cultura occitana non è assolutamente considerata, e noi italiani spesso non sappiamo dell’esistenza di una comunità occitana sul nostro territorio. Ci vuoi parlare un po’ di questa cultura e di cos’è l’Occitania?


L’Occitania è questa strana creatura, una nazione senza Stato, che si estende dai Pirenei alle nostre vallate delle alpi occidentali, dal Massiccio Centrale al Mediterraneo, alla Guascogna e al delta del Rodano, dalla Val d’Aran in Spagna alle vallate occitane dello Stato Italiano.
Siamo un insieme di comunità che, non avendo mai avuto un’entità statale che le riunisse tutte, ha creato non una ma più culture occitane. Potremmo definirle “culture federate”, una sorta di diaspora su un vasto territorio.
L’Occitania ha radici antiche: proprio quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla battaglia di Muret del 1213, dove gli occitani sono stati definitivamente sconfitti dai francesi. Noi vogliamo quest’anno commemorare quell’evento sicuramente con delle canzoni, che probabilmente andranno a comporre un disco, e sicuramente con un concerto che faremo a Muret.
Fra l’altro le valli italiane sono quelle dove l’identità occitana è più forte, forse perché siamo un po’ i "guardiani” della porta orientale dell’Occitania, siamo popolo di frontiera che quindi sente di più l’esigenza di coltivare le tradizioni e le radici.

Sergio, sei polistrumentista e cantante, un po’ la “colonna portante” del gruppo Lou Dalfin, parlaci un po’ di come ti sei avvicinato alla musica in generale e a quella tradizionale in particolare, ai suoi strumenti e alle sue sonorità.

Per me l’avvicinamento  alla musica ha coinciso con l’avvicinamento alla musica tradizionale e popolare. Io inizio a suonare sull’onda del movimento folk e del folk revival, con l’onda lunga proveniente dall’America ma non solo, molto presente durante gli anni settanta. Figure come Giovanna Marini e Michele Straniero in Italia hanno avuto un ruolo importante a far nascere la passione per questo genere musicale. Da questo capisci bene anche che il canto popolare veniva interpretato con una forte connotazione politica.
In seguito mi sono “guardato intorno” e ho visto che vivevo in una vera e propria miniera di cultura, di tradizioni. Nelle valli occitane la gente continua a parlare la Langue d’òc, non è folklore, un orpello ostentato ma non vissuto: è cultura viva. Ecco guardando la realtà in cui ero nato e dove vivevo, ho scoperto un repertorio straordinario di musica, di strumenti, ma anche di immaginario: l’epopea dei suonatori ambulanti di ghironda è ancora viva nei ricordi della nostra gente.
Il mio avvicinamento a queste tradizioni e a questa musica avviene, quindi, in modo molto naturale, familiare. Poi la cultura della mia gente è naturalmente proiettata oltre, nei ricordi e nelle storie: va oltre le valli delle Alpi italiane, va oltre l’arco alpino. C’è nell’aria il sentimento del viaggio, del “contrabbando” di cultura, di suoni, di storie, di poesia.

Parli anche del ruolo sociale, quasi politico, del folk. In che modo vivi questa dimensione nella tua musica? Non solo cantare la montagna e le sue tradizioni, ma anche cantare per riappropriarsi della montagna e del territorio, dunque?

L’identità è strettamente legata al territorio, a elementi di base che non si possono tralasciare: la società, l’economia.
Molto banalmente c’è la rappresentanza, il desiderio di autonomia: il nostro vasto territorio è sparpagliato fra collegi elettorali, la montagna come territorio e quindi come esigenza è dispersa in un mare di altri territori e di altre esigenze. La nostra montagna quindi soccombe e non ha rappresentanza.
Solo con la lingua non si va da nessuna parte, io credo: se la montagna non viene messa nelle condizioni di decidere dei propri destini non si va da molte parti.
A me non va di suonare per le nostre montagne se vuol dire suonare per valli spopolate o asservite. Ad esempio sono a fianco delle rivendicazioni della Valle di Susa contro il TAV, questo lo considero non farsi calpestare.

La ghironda è una tua passione, simboleggia in qualche modo tutto quello che stai dicendo sulle tradizioni, sulla gente, sulle storie. Da un lato l’epopea dei suonatori di ghironda che tu racconti, un po’ come moderni musici erranti, che viaggiano “contrabbandando” una cultura. Dall’altro paragoni questo strumento, per forma e caratteristiche, ad una nave, con la chiglia e la polena, simbolo del viaggio e dell’andare oltre. Parlaci un po’ di questo strumento, così strano e complesso, che ad oggi è caduto un po’ nel dimenticatoio.


Ecco tu dici “è caduto”, ma io cambierei il tempo: ERA caduto nel dimenticatoio. Dalle nostre parti l’ultimo musico di ghironda è morto nel 1935, ma se tu fossi stato qui il 4 di giugno avresti visto il concerto della Grande Orchestra Occitana, avresti visto trenta ghironde suonate da persone fra i dieci e i sessantacinque anni.
E’ uno strumento che si era estinto, ma rimaneva ancorato all’immaginario attraverso storie e ricordi. Così è  stato possibile farlo rivivere, in qualche modo “reinventare” una tradizione.
Qualcuno ha detto che una tradizione è veramente morta quando la si difende invece di inventarla. Ecco, noi la tradizione l’abbiamo inventata: a noi non rimaneva nemmeno una registrazione, su nessun supporto, di come suonavano la ghironda i vecchi suonatori erranti che anche tu citi nella domanda. Ci siamo basati sui ricordi e sui racconti che ancora erano ben presenti quando abbiamo iniziato, negli anni Settanta e Ottanta, e oggi è tornato a pieno titolo nell’immaginario e nella pratica del nostro territorio. Tutto questo nonostante la ghironda sia uno strumento complesso, con cui non puoi fare tutto. Lo stesso vale ad esempio per la cornamusa: non ci puoi fare tutto, ma è importantissima nella musica e nelle tradizioni scozzesi.
Il repertorio della ghironda, però, si è anche evoluto. Noi non facciamo e non vogliamo fare musica "tradizionale”, noi vogliamo fare musica “popolare”: di norma fra gli strumentisti tradizionali avevi soprattutto persone di estrazione sociale alta, alta cultura e provenienza urbana che si mettevano a suonare questi strumenti mentre la gente delle valli ascoltava tutt’altro. Questo esercizio di stile era percepito come la ricerca del “buon selvaggio” da parte di dotti professori. Noi abbiamo cercato di fare una musica per quelli che vogliono andare alle feste, divertirsi, ballare, insomma quelli che volevano usare la musica popolare per lo scopo che più le è proprio: aggregazione e festa.
Insomma tutto si è evoluto: il modo di stare di strumenti come la ghironda assieme ad altri strumenti, sempre nel rispetto degli stilemi della musica popolare e della danza tradizionale, ma si sono rinnovati testi e armonie.

Quindi questa riscoperta e reinvenzione della tradizione vuol dire anche una “riconquista” dei giovani alla musica tradizionale e popolare?

Assolutamente! Da noi si stanno sviluppando tantissimi gruppi che, con ghironde, cornamuse, flauti, fisarmoniche, violini fanno una musica che unisce le sonorità e gli strumenti della musica contemporanea: basso, batteria, chitarra elettrica e musica elettronica. Insomma, questa commistione di stili è normale, è naturale.
Ad esempio a Parigi nell’ottocento la colonia occitana che viveva lì portò con sé le sue cornamuse, addirittura le reinventò come strumento, creando la Cabrette. Ciò è stato importantissimo per la cultura festiva parigina, c’erano centinaia di locali in tutta la città dove i parigini andavano a ballare sul suono della cornamusa. Poi a questo si sono aggiunte le fisarmoniche, strumenti quindi più moderni, creando nuovi generi musicali e nuove sonorità: il Bal Musette, ad esempio, è nato da questa esperienza.
L’importante è avere un’identità e sapere chi si è, a quel punto non si ha più paura di cambiare e di andare avanti.

Ora parlaci un po’ del tuo gruppo, i Lou Dalfin, che tanto sono attivi nelle valli occitane.

Noi siamo nati nel 1982 come gruppo “standard” di folk revival. Io personalmente avevo già qualche idea su come andare oltre la semplice musica tradizionale, legare gli strumenti e l’atmosfera tradizionali a elementi più attuali. Avevamo anche provato a fare un altro gruppo ma abbiamo dovuto smettere in fretta perché rischiavamo il linciaggio, c’è una corrente “purista”, “passatista” nel folk che non accettava questo tipo di commistioni. Quel tipo di musica all’epoca era considerato come unire il diavolo con l’acqua santa.
Quell’idea, che poi è quella che sta alla base dei Lou Dalfin di oggi inizia nel 1990.
L’idea è di vivere la musica come viene, anche se è tradizionale, di divertirsi facendo musica. Ma senza un "progetto”, io detesto il termine “progetto” riguardo alla musica. Quando hanno inventato il blues mica si sono messi a tavolino a pensare di unire la musica nera con le musiche dei bianchi, loro entravano nelle case chiuse e suonavano con le loro idee e sensibilità ed è nato un genere. Noi abbiamo fatto le stesse cose: siamo andati nei bar, nelle piazze, nelle feste della birra, a suonare e a far divertire la gente. E’ nato così un genere, la Danza Canzone, cantata in occitano, con una commistione di vecchio e nuovo, nel rispetto dei canoni della danza tradizionale.

Oggi avete all’attivo anche molte collaborazioni nazionali ed internazionali con artisti affermati: da Roy Paci a Bumma degli Africa Unite, dai Subsonica, ai Massilla Sound System, alle Yavanna.

Sì certamente, noi cerchiamo le collaborazioni e le “contaminazioni” con altri paesi e con altri gruppi, penso ad esempio al vecchio lavoro con i Sustraia, un gruppo basco. Oppure i Massilla Sound System che sono i nostri omologhi marsigliesi, che portano influssi più fortemente “urbani” attraverso un genere come il Raggamuffin, mentre noi rappresentiamo una cultura più rurale.

Quello che mi dici sembra il perfetto antidoto contro i pregiudizi che vengono affibbiati a tutto il mondo tradizionale, di montagna e legato alle minoranze linguistiche: il pregiudizio di essere culture chiuse e morte, indisponibili al cambiamento.

Ecco difatti io sono sempre stato convito che se dobbiamo celebrarci e commiserarci, comunque solo ricordarci di noi stessi, lasciamo perdere. Se si deve vivere si vive con dignità, creatività e a testa alta.
Per carità, mai dimenticare il passato, anzi quello è la base. Ma non pensiamo che il passato sia stato l’età dell’oro, quell’età non è mai esistita. Una tradizione bisogna inventarla continuamente, se no è meglio lasciar perdere.

Dal 2000 siete diventati associazione. Quali progetti avete attivi, e avete qualche prospettiva futura in cantiere?


Per ora quello che facciamo è già moltissimo, fare anche solo questo ci basterebbe: organizziamo corsi nelle scuole, corsi di musica e strumenti tradizionali e di danza, abbiamo creato la Grande Orchestra Occitana che raccoglie un centinaio di musicisti, organizziamo feste e balli, abbiamo una banda di ghironde. Organizziamo seminari e abbiamo dei progetti sul mestiere del liutaio e altri seminari che hanno l’intento di creare nuove professionalità.
Il tutto fatto con pochissimi aiuti da parte del pubblico. Solo recentemente lo Stato Italiano si è interessato a noi, e lo ha fatto mandandoci un’ispezione dell’agenzia delle entrate.

Sergio Berardo con i Lou Dalfin sarà al Festival "Tra le Rocce e il Cielo", in Vallarsa, la sera di sabato 31 agosto. L’accesso al concerto è libero.


 Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it

venerdì 31 agosto 2012

IL CANTO POPOLARE ALPINO FRA PASSATO E PRESENTE: INTERVISTA A RENATO MORELLI


Tu sei principalmente un musicologo e antropologo musicale: cosa può raccontarci di un popolo la sua musica?
Io mi sono occupato di antropologia visiva fin dagli anni ’70 quando con l’Università di Trento abbiamo avviato un progetto per documentare la cultura trentina, e fin da allora mi sono posto il problema, come musicologo, di contestualizzare le musiche tradizionali, cercando di riprendere in video le situazioni cerimoniali in cui la musica veniva eseguita. Quando io ho iniziato questo tipo di ricerche esisteva solo la pellicola, molto cara, e solo avviando una collaborazione con la RAI ho potuto avere fondi a sufficienza per poter procurarmi la pellicola. Attualmente i costi sono diminuiti notevolmente grazie alle nuove tecnologie e ora mi è possibile autoprodurre i documentari, come ad esempio il lavoro che presenterò a Tra le rocce e il cielo, “Tre giorni a Premana - Voci alte”.
Bisogna prima di tutto fare una premessa: quando si parla di canto popolare alpino si tende sempre a pensare ai cori sul tipo di quello della SAT, che per prima cosa sono un fenomeno relativamente recente essendo del 1926, e poi sono una modalità interpretativa dei canti popolari che hanno provocato una standardizzazione molto imponente degli stessi. In realtà il tipo di canto alpino della SAT è di origine popolare, ma i pezzi vengono musicati secondo le strutture e la formalizzazione della musica colta, spesso da autori di musica colta come Benedetti Michelangeli e altri. È stata una operazione senza dubbio meritoria, è stata chiamata il “conservatorio delle Alpi”. Il problema è che poi questo è stato universalmente considerato come il vero canto popolare alpino, e questo non è assolutamente vero. Ad esempio nella musica popolare precedente a questa standardizzazione non c’è alcuna differenziazione tra forte e piano (esiste solo il forte), e l’uso delle filarmoniche non esiste assolutamente, per cui la domanda principale che ci si deve porre è: come cantavano prima di questa standardizzazione?
Ormai sono rimaste pochissime isole dove rimangono intatte queste tradizioni antichissime. Una di queste isole è l’Altopiano di Asiago, che ho ripreso in un documentario precedente, e un’altra è proprio Premana, un paesetto in fondo alla Val Sassina dove si è conservata in modo sorprendente una tradizione di canti straordinari che non erano ancora mai stati documentati. Nel mio film ho cercato di documentare questi canti contestualizzandoli in alcune delle principali occasioni in cui vengono eseguiti. Ho scelto tre dei giorni più rappresentativi per questo tipo di canti, che sono i Tre Re, il Corpus Domini e il giorno della festa tradizionale del periodo dell’alpeggio, facendo le riprese nell’arco di un anno solare, con una troupe di fonici molto bravi, che sono riusciti a catturare perfettamente questo canto.
A Premana è sopravvissuto questo stile di canto che chiamano “tir” che è composto da una tessitura di voci alte al limite del grido, che è un canto che non si può definire polifonia, nel senso che non ci sono parti assegnate, ma è più una competizione canora. In paese sono quasi tutti artigiani del ferro e ogni famiglia rappresenta quindi una di queste botteghe di artigiani che, come sai, sono sempre in lotta fra loro e nel canto si travasa questa mentalità competitiva, pur in un contesto di grande solidarietà. Queste competizioni vengono tenute durante dei pasti collettivi rituali, tenuti negli alpeggi sopra Premana, che non sono come le nostre malghe, ma assomigliano più a paesi in miniatura (ce ne sono 12 in tutto nella zona), dove la gente inizia a cantare dopo aver mangiato, verso le due del pomeriggio, e va avanti fino alle 4 di notte. Sono canti che se li si sente si pensa “beh, adesso dureranno non più di mezz’ora poi saranno tutti senza voce” e invece più passa il tempo più le voci diventano alte e forti.
E questa tradizione risale a quando?
Questa tradizione è esistita in tutto l’arco alpino prima della standardizzazione degli anni ’20 del 900 e risale certamente al medioevo, ma non si può dire con precisione a quale secolo. È una tradizione orale, che come tale non ha un punto di inizio documentato precisamente.
Un’altra tradizione canora che ha resistito alla standardizzazione era quella di Mezzano di Primiero, dove anche in questo caso cantavano a squarciagola, forse anche più che a Premana. Si trattava di un rosario cantato in latino, anche questo organizzato in forma di competizione tra due cori di boscaioli, che si rispondevano da un versante vallivo all’altro. Quindi lascio immaginare quanto fossero forti delle voci che si dovevano sentire distintamente da un versante ad un altro di una valle. Purtroppo, essendo una tradizione legata ai boscaioli, lavoro ormai completamente scomparso in zona, è sparita con gli ultimi anziani della valle attorno agli anni ’80-’90 e che fortunatamente sono riuscito a documentare poco prima che si estinguesse.
Tra l’altro posso anticiparti che il progetto di collaborazione con i “Cantori di Vermei” che sarà presente al Festival riproporrà questo repertorio di canti tradizionali usando cantori trentini. Ho messo insieme un coro di cantori appassionati di canti antichi delle Alpi e gli ho insegnato tra le altre cose questo rosario dei boscaioli e il repertorio di Asiago.
Parliamo dell’altro progetto che presenterai al Festival, gli Ziganoff: perché hai scelto la musica klezmer?
Questo è un progetto che non centra nulla con quello di cui abbiamo parlato finora, ma è legato alla mia esperienza di musicista. Io avevo già suonato con un gruppo che faceva musica klezmer, legato però esclusivamente al Trentino e da due anni a questa parte ho fondato questo nuovo gruppo, gli Ziganoff Jazzmer Band. Cosa significa jazz-mer? È un genere a metà tra il jazz e il klezmer. Il klezmer è la musica popolare ebraica della diaspora askenazita, quindi del centro Europa, principalmente Germania e Polonia per arrivare fino in Russia, Ungheria e Romania. Si tratta di un distillato di tutte le tradizioni musicali dell’est europeo filtrato attraverso la sensibilità ebraica, ed è una musica strettamente imparentata con la musica zingara. Una delle poche professioni che potevano fare gli ebrei era quella del musicista, dove erano sempre in diretta concorrenza con gli zingari e quindi si è creata una sorta di simbiosi tra queste due correnti musicali. È una musica che è a cavallo di tre imperi, quello austro- ungarico, quello zarista e quello ottomano e che bene o male si è conservata fino ai giorni nostri, nonostante la tragedia della shoah.
Questo gruppo nato da poco prende il nome da un musicista, Mishka Ziganoff che era per me un personaggio straordinario: nato a Odessa alla fine dell’800, è stato un virtuoso di fisarmonica, secondo alcune fonti ebreo, secondo altre fonti zingaro. Sappiamo che fu di religione cristiana e di lingua Yiddish, che è la lingua degli ebrei askenaziti, che di base è tedesco, con prestiti russi, ungheresi e rumeni scritta con l’alfabeto ebraico. Questo Ziganoff è un miscuglio di etnie e culture fantastico che negli anni del primo ‘900 scappa dai pogrom zaristi e lo ritroviamo negli Stati Uniti nelle prime formazioni di jazz e nel ’19 incide un pezzo che ha lo stesso incipit di “Bella Ciao” anche se è un canto russo. Riscoprire questo personaggio mi ha dato l’opportunità di ritornare alle mie origini jazz che avevo accantonato da tempo a causa di altri impegni.
Il jazz è sempre stata considerata musica nera e poco si sa della componente e degli influssi ebraici. In realtà molti musicisti klezmer li ritroviamo nelle prime formazioni jazz, magari dopo aver cambiato cognome, e non si sa se sono ebrei o meno. Ad esempio pochi sanno che George Gershwin è in realtà un ebreo russo e che il suo vero nome era Jacob Gershowitz e come molti altri ha americanizzato il proprio nome. Il mio progetto musicale si propone di rimettere in comunicazione il klezmer e il jazz seguendo la via tzigane tracciata da Django Reinhardt, zingaro manuche che inventò uno stile di musica che, pur avendo solo due dita in una mano risulta ancora difficilmente eseguibile da un chitarrista con dieci dita. Con questo gruppo in pratica “klezmerizziamo” il jazz e “manuchizziamo” il klezmer.
I musicisti di questo gruppo sono tutti fantastici a partire dal chitarrista manuche, difficilissimo da trovare, e ancor più difficile che sappia fare klezmer, che è Manuel Randi, veramente strepitoso. Poi c’è Fiorenzo Zeni, vecchia conoscenza, sassofonista eccezionale e ci sono i giovani che sono tutti bravissimi come Christian Stanchina, Rossana Caldini violoncellista fantastica di Rovereto, poi al basso tuba Hannes Petermair anche lui molto bravo. Insomma è un gran gruppo e un progetto molto intrigante da presentare in Vallarsa.
E oltre a queste due iniziative presenterai qualcos’altro al Festival?
Sì, terrò anche un seminario di balli tradizionali trentini. Io suonerò la fisarmonica e Vincenzo Barba, il mio caro amico, insegnerà i passi. Nella mia ricerca musicologica mi sono spesso occupato anche di balli e ho accettato volentieri di organizzare questa iniziativa.
E progetti per il futuro?
Il 18 di settembre debutterò con un altro progetto, chiamato “TTT” che significa Trentino, Tirolo, Transilvania, che è un quartetto musicale composto da me e altri tre musicisti di cui se sommi la loro età ottieni la mia. Sono tutti giovanissimi, una è mia figlia, uno è un contrabbassista coetaneo di mia figlia e un flautista di Bolzano anche lui molto giovane e bravo, a cui spero di trasmettere al meglio le mie conoscenze e la mia esperienza. Debutteremo a Roncegno dove noi suoneremo e ci saranno dei ballerini non professionisti che eseguiranno balli trentini, tirolesi, ungheresi e anche klezmer, quindi non ci si annoierà di certo!
Poi a fine settembre sarò in Georgia, nel Caucaso, dove sono stato già in viaggio di nozze e dove c’è la tradizione di canto più importante al mondo, secondo me, che di recente è stata inclusa tra le tutele dell’UNESCO e dove terrò un convegno presentando il mio lavoro su Premana.
Per quanto riguarda i documentari vorrei fare un film sul circo, è un progetto che ho in testa da molto tempo e per il quale ho già fatto tutte le riprese e ho raccolto delle testimonianze straordinarie, devo solo trovare il tempo di montarlo. Mia moglie, poi, ha fatto un lavoro straordinario ricostruendo le linee genealogiche di 200 famiglie italiane che lavoravano nel circo quando ancora era alle origini. Purtroppo al momento non riesco proprio a trovare il tempo per realizzarlo!
Bene, grazie mille per il tuo tempo e ci vediamo presto in Vallarsa!
Ci vediamo in Vallarsa, a presto!

Riccardo Rella
riccardo_rella@yahoo.it

mercoledì 29 agosto 2012

L'ANTICO MANOSCRITTO DEL CADORE: INTERVISTA A MAURO ODORIZZI, ORCHESTRA POPOLARE DELLE DOLOMITI


Mauro Odorizzi, Orchestra Popolare delle Dolomiti: da dove nasce questo progetto e di cosa si tratta?
L’Orchestra Popolare delle Dolomiti nasce nel dicembre 2011, ma l’esordio sul palcoscenico - dopo alcuni mesi di lavoro  - è avvenuto a Trento  il 9 luglio scorso nell’ambito di Itinerari folk. L’ensemble riunisce associazioni  e musicisti già attivi nell’area dolomitica nell’ambito della musica tradizionale:  veneti, trentini e sud-tirolesi che hanno condiviso l’idea di far rivivere queste musiche “dormienti”, antichi ballabili per violino e mandolino che per quasi un secolo sono rimasti custoditi dentro alcuni quaderni manoscritti  fortunosamente ritrovati  in Cadore.  Dal ritrovamento di questo tesoro culturale l’associazione Calicanto ha preso le mosse dapprima sul versante etnomusicologico lavorando ad una pubblicazione che documentasse questo materiale, in un secondo momento per rielaborare queste musiche e poterle reinterpretare in forma orchestrale .
La presentazione del volume con CD allegato  “Ballabili antichi per mandolino o violino, un repertorio dalle Dolomiti del primo 900”, curata dall’editore friulano Nota, specializzato nella pubblicazione di documenti sonori della tradizione e in ricerche storico-musicali, è avvenuta a fine giugno . Gli autori, Roberto Tombesi, Francesco Ganassin e Tommaso Luison offrono una lettura testuale, storica e musicologica dei manoscritti. Nel libro c’è la trascrizione integrale di uno di questi quaderni, contenente 115 melodie, e nel CD allegato sono riprodotte 39 di queste melodie. Molto diffuso è il valzer, ma si trovano numerose forme di danza e titolazioni veramente inconsuete: monferrina, varsovien, galop, gavotte, berlingozza, mazurca, etc..
La formazione dell’orchestra è avvenuta mettendo in rete gruppi che sul territorio lavorano da anni nel recupero e nella riproposizione della memoria musicale: I trentini Abies alba, Compagnia del Fil de Fer e Quartetto Neuma, i sudtirolesi Pasui, i vicentini BandaBrian, i bellunesi Altei, oltre naturalmente ai padovani  Calicanto, A. Tombesi ensemble e Mideando String Quintet.  A Francesco Ganassin, componente di Calicanto, è stato affidato il compito di scegliere i brani, realizzare gli arrangiamenti e dirigere l’ensemble.
L’anteprima dello spettacolo,  andata in scena a Trento, è stata accolta con inaspettato entusiasmo dal pubblico e ha convinto tutti della possibilità di far consolidare il progetto e far diventare l’orchestra una realtà stabile. L’idea di ridar voce a questi brani anonimi, ma che ci raccontano la storia delle orchestrine che suonavano nell’area delle Dolomiti circa ottant’anni fa, presenta un suo fascino anche estetico ed emotivo che merita di essere promosso. Il repertorio del concerto presenta poi anche dei brani cantati sempre legati alle tradizioni musicali delle Dolomiti.
Il fatto che abitiamo in zone anche piuttosto distanti una dall’altra rende certamente complessa l’organizzazione dell’orchestra. Finora le prove si sono svolte  in Trentino, prima a Spera e poi a Borgo Valsugana dove abbiamo ricevuto una splendida ospitalità dalla famiglia Galvan, titolare della fabbrica di armonium e organetti fondata nel 1901. Un luogo storico per la musica tradizionale.
Il lavoro che avete compiuto sui manoscritti che immagine ha restituito della cultura musicale alpina?
Il manoscritto è un autentico tesoro dal punto di vista musicale ed etnomusicologico, purtroppo nell’arco alpino c’è poco materiale di questa importanza, non solo quantitativa ma  qualitativa: i manoscritti ritrovati testimoniano  gli usi musicali delle valli del Cadore, in gran parte similari ad altre tradizioni delle aree alpine e prealpine centro-orientali, formando quasi una koinè culturale comune. Questo ci permette di valutare i legami con altre aree dolomitiche, com’è certamente quella sud-tirolese che presenta altre pecurialità. Per questo motivo stiamo cercando di avere stabilmente all’interno dell’orchestra la presenza di musicisti sud-tirolesi per poter integrare questo percorso, arricchendo il repertorio e l’analisi sugli stili e i linguaggi.
Quali esigenze ci sono perché un lavoro come il vostro di riscoperta delle tradizioni abbia “successo”?
La nostra decisione di concentrarci sulle Dolomiti, nata dall’esigenza di Calicanto di approfondire la ricerca dei repertori alpini, speriamo possa essere aiutata dal fatto che recentemente l’Unesco ha proclamato questo territorio di montagna patrimonio dell’Umanità. Confidiamo che si possa ragionare non solo di bellezza del paesaggio, ma anche di cultura e di storia sociale di questo territorio. In questo quadro il progetto dell’Orchestra Popolare delle Dolomiti è una risorsa importante che vorremmo mettere a disposizione delle istituzioni, se queste sapranno coglierne la rilevanza. L’auspicio è che questo articolato progetto che mette in rete realtà diverse e conoscenze (ricercatori, liutai, storici, musicisti, didatti, etc.) in una accattivante forma di spettacolo, possa trovare una adeguata valorizzazione e supporto a vari livelli.  Il Centro S. Chiara a Trento ha dato un grande contributo ospitando l’esordio dell’orchestra  in occasione della 25 edizione di Itinerari folk. Ma ora dovremo battere ad altre porte per diffondere e far conoscere il nostro lavoro. Questo per noi sarebbe il “successo”: trovare soggetti pubblici e privati che sappiano apprezzare questa idea e abbiano il coraggio di promuoverla.
Qual è il vostro organico?
Siamo organizzati in due sezioni di strumenti a corda, una di plettri con quattro mandolini, due chitarre e una mandola, e una di archi con quattro violini, un violoncello e un contrabbasso, poi abbiamo un’arpa, un organetto diatonico, una sezione di fiati con traverso, ottavino, flauti diritti in legno, schwegelpfeife, cornamuse, clarinetto e tromba,  percussioni popolari, armonica a bocca, cetra e un armonio a pedale, prodotto dalla ditta Galvan, il piccolo modello “scuola”, un tempo presente in molte aule scolastiche. Le parti vocali principali sono affidate a Claudia Ferronato, ma ci sono anche momenti corali.
Quanta parte delle musiche tradizionali che avete ritrovato sopravvive ancora oggi e quanta è andata perduta?
Sostanzialmente quest’opera è stata di recupero di  musiche quasi completamente dimenticate.  L’epoca delle orchestrine paesane è finita da un pezzo e così pure quella dei complessi mandolinistici. Il mutamento del contesto economico sociale ha prodotto una notevole perdita di memoria. Molti strumenti sono stati soppiantati da altri più versatili, basta pensare all’avvento della fisarmonica cromatica che ha soppiantato il vecchio organetto diatonico, la cosiddetta “reta”. Alcuni hanno perso completamente la loro attrattiva popolare come ad esempio il mandolino che un tempo era molto diffuso o la cetra. Altri ancora appartengono ad un passato ancora più lontano e penso alla cornamusa, anche se all’inizio degli anni sessanta è stato documentato l’uso di questo strumento nelle valli bergamasche.
Quindi quella koinè di cui parli riguardo al triveneto è un momento storico che ora non si riscontra più?
Le analogie nei repertori tradizionali del nord Italia sono molte, se pensiamo alla tipologia di ballabili, alla strumentazione utilizzata e allo stile esecutivo. Allo stesso tempo se viaggiamo attraverso le Alpi troviamo tantissime peculiarità locali, enclave musicali specialissime che hanno conservato repertori veramente arcaici: la musica violinistica della Val Resia, il carnevale di Bagolino e Ponte Caffaro, i balli da piffero delle quattro Province, i repertori da ballo delle valli Occitane o dello Zillerthal. La diffusione della musica scritta a cavallo tra ottocento e novecento, attraverso pubblicazioni come “Il Mandolino”, è poi responsabile della nascita di un repertorio comune di composizioni di intrattenimento (polche, mazurche, valzer, tanghi, etc.) che avvicinava gli appassionati di musica attraverso la distribuzione capillare di questo quindicinale
In quali eventi avete avuto modo di suonare?
L’anteprima come ho detto è stata il 9 luglio 2012 nella rassegna “Itinerari Folk” a Trento. Poi c’è stata la bella serata alla fabbrica Galvan di Borgo Valsugana il 30 luglio. E il 5 agosto abbiamo suonato a Baone, sui Colli Euganei, in provincia di Padova ad un neonato festival di musica popolare. Il prossimo appuntamento è il 2 settembre in Vallarsa, all’interno della manifestazione  “Tra le rocce e il cielo” e poi saremo a Rovigo l’8 settembre al festival “Ande Bali e Cante”.
Quale è stata la risposta del pubblico al vostro concerto?
Molto buona, direi galvanizzante per noi, e per certi versi inaspettata. Sia a Trento che a Borgo che a Baone abbiamo visto moltissima gente entusiasta e questo conferma che attraverso lo spettacolo passano anche delle emozioni.  Se questo voglia dire che c’è anche un maggiore  interesse, rispetto al passato, nella riscoperta delle proprie radici culturali questo non posso dirlo.  Per noi è importante che lo spettacolo funzioni bene,  trasmetta e comunichi qualcosa al pubblico. Speriamo che anche i giovani trovino interessante questo progetto e abbiamo la curiosità di vederlo. Nel resto d’Europa i giovani vanno a vedere molto numerosi i concerti di musica tradizionale, ricominciano a suonare strumenti particolari, frequentano i festival. In Italia questi fenomeni ci sono, basta pensare alla taranta salentina con le sue luci e le sue ombre,  ma non sono presenti dappertutto.
Quindi il problema è sia di costruzione di una cultura musicale che poi di una costruzione di una cultura e di una memoria?
Sicuramente i problemi rimandano a entrambe queste dimensioni.
Un esempio sul Trentino, che è la realtà che conosco meglio: c’è una rete formidabile di scuole musicali, e nessuna che proponga un corso di mandolino, di organetto diatonico e di altri strumenti, è possibile?  L’organetto in particolare che ha avuto un significato storico particolare, perché costruito in Trentino da vari laboratori come Galvan (Borgo), Giuliani (Mori), Branz Dallapè (Trento), Socin (Val di Non e Bolzano), etc. e addirittura esportato in giro per il mondo. 
Il ritrovamento del manoscritto Cadorino è avvenuto grazie a Manuela De Luca Valente, una studentessa dei corsi di etnomusicologia del Conservatorio di Padova, corsi che oggi sono stati cancellati a causa dei tagli all’istruzione.
In Piemonte nelle valli occitane il forte senso d’identità ha ad esempio portato al recupero di una prassi, diffusa anche tra i giovani, di suonare la ghironda e l’organetto. Così in Tirolo e Sudtirolo le scuole musicali hanno corsi di arpa tirolese, zither, organetto, hackbrett, etc.
Quali progetti avete per il futuro?
Lo spettacolo ovviamente è ancora in fase di rodaggio, ma ci stiamo preparando perché il 2013 possa regalarci qualche soddisfazione.  Speriamo che lo spettacolo possa girare il più possibile, compatibilmente col fatto che veniamo da zone diverse e distanti, e non siamo professionisti. Ci stiamo attrezzando con gli strumenti informativi che sono ormai indispensabili: una pagina facebook che già potete consultare, un website in costruzione, una documentazione audiovisiva che riguarda lo spettacolo che abbiamo fatto a Trento. Sul sito di Calicanto, inoltre, potete trovare le modalità per acquistare il libro a 15 euro.
Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it

ORCHESTRA POPOLARE DELLE DOLOMITI SI ESIBIRA' IN VALLARSA A TRA LE ROCCE E IL CIELO DOMENICA 2 GIUGNO ALLE 21 AL TEATRO COMUNALE DI S. ANNA. INGRESSO LIBERO.