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domenica 9 novembre 2014

Mia memoria, soldati Trentini nella Prima Guerra Mondiale

Mia Memoria è lo spettacolo che ha chiuso l'edizione 2014 del Festival TRA LE ROCCE E IL CIELO.
Diari e lettere dei soldati trentini - raccolti nel volume di Quinto Antonelli "I dimenticati della Grande Guerra" - La memoria dei combattenti trentini (1914-1920)" - diventano uno spettacolo scritto e interpretato da Amedeo Savoia, intende contribuire a far conoscere queste storie dimenticate, dando corpo alle voci di questa umanità singolare, con l’aiuto della musica klezmer del gruppo T.T.T. express (Musiche dal Trentino, Tirolo, Transilvania) di Renato Morelli, e con la proiezione multimediale di un vasto archivio di foto e filmati d’epoca. I Cantori da Vermei,  con i loro canti popolari della tradizione trentina hanno fatto da contrappunto alla musica multietnica dei T.T.T., accompagnando la narrazione di questi frammenti di vite dimenticate.
Ne parlano Renato Morelli, il direttore della Fondazione Museo Storico Giuseppe Ferrandi e il critico d'arte Mario Cossali che riflettono sulla Grande Guerra, cosa è stata, cosa ci ha insegnato e su Tra le Rocce e il Cielo "Festival della montagna, della musica, della poesie, della cultura, di riflessione antropologica".




lunedì 18 agosto 2014

"Mia memoria" lo spettacolo sulla Grande Guerra chiude il festival

Sarà uno spettacolo sulla Grande Guerra a chiudere la quinta edizione del Festival “Tra le rocce e il cielo”, che si svolge in Vallarsa dal 21 al 24 agosto.

Domenica 24 agosto dalle 21.30, è la giornata che il festival dedica alla storia e in particolare al primo conflitto mondiale.

Alle 17.30 al Museo della civiltà contadina di Riva  si terrà un Recital - Tavola rotonda dal titolo  DONNE NELLA TEMPESTA. Voci femminili durante le Grande Guerra. Luciana Palla, Rosanna Cavallini e Francesco De Nicola parleranno del ruolo della donna nel primo conflitto mondiale e vi saranno intermezzi recitativi e musicali di Walter e Chiara Salin, con canti al femminile e letture di scritti e diari di donne nella guerra.



Alle 20, al Teatro di S.Anna, verrà proiettato il film “CESARE BATTISTI. L’ULTIMA FOTOGRAFIA”, di Clemente Volpini, prodotto da Rai Educational – Rai Storia, in collaborazione con la Fondazione Museo Storico del Trentino.
A seguire, alle 21.30, comincerà lo spettacolo – ideato dall’etnomusicologo Renato Morelli e dall’attore Amedeo Savoia – che  porterà un po’ di luce su eventi in larga parte dimenticati e giudicati marginali per lungo tempo da parte della storiografia ufficiale. Verrà infatti trattato l’argomento dei soldati trentini impegnati sul fronte orientale, combattenti per l’Impero Austro- Ungarico.



I soldati trentini che hanno combattuto la Grande Guerra sul fronte orientale, arruolati nell’esercito austroungarico, sono stati spesso guardati con sospetto e disprezzo dai loro stessi commilitoni in quanto “Tagliani”. Sono stati anche a lungo rimossi dalla storiografia ufficiale italiana perché hanno combattuto dalla parte “sbagliata”. Hanno comunque lasciato una loro straordinaria testimonianza in diari e lettere scritte durante la prima guerra mondiale. Questi scritti, spesso terribili ma carichi di viva umanità popolare, sono stati recentemente raccolti nel volume di Quinto Antonelli "I dimenticati della Grande Guerra - La memoria dei combattenti trentini (1914-1920)".

Lo spettacolo “Mia memoria”, scritto e interpretato da Amedeo Savoia, intende contribuire a far conoscere queste storie dimenticate, dando corpo alle voci di questa umanità singolare, con l’aiuto della musica klezmer del gruppo T.T.T. express (Musiche dal Trentino, Tirolo, Transilvania) di Renato Morelli, e con la proiezione multimediale di un vasto archivio di foto e filmati d’epoca. Vi saranno anche i Cantori da Vermei, che con i loro canti popolari della tradizione trentina faranno da contrappunto alla musica multietnica dei T.T.T., accompagnando la narrazione di questi frammenti di vite dimenticate.

Con questo evento si chiuderà il programma degli eventi del Festival Culturale “Tra le rocce e il cielo” 2014.



martedì 8 ottobre 2013

"Quante generazioni ci vogliono per far diventare l'Altro parte integrante della Comunità?" intervista a Renato Morelli e Flora Arubbo

Renato Morelli e Flora Arubbo raccontano "Come un fiume, i viaggiatori dell'Impero", lo spettacolo che parla delle immigrazioni trentine di fine ottocento, analizzano come è cambiato il Trentino, come è cambiata e può cambiare l'Europa.


 

mercoledì 28 agosto 2013

Come un fiume. Viaggiatori dell'Impero a "Tra le Rocce eil Cielo"


La storia dei migranti trentini di fine Ottocento, lavoratori costretti a lasciare la patria per cercar fortuna altrove, sarà protagonista a Tra le Rocce e il Cielo - il Festival della montagna vissuta con consapevolezza che si svolge in Vallarsa (TN) dal 29 agosto al 1 settembre - grazie allo spettacolo “Come un fiume. Viaggiatori dell’Impero. Ieri emigranti, oggi cittadini d’Europa”, che andrà in scena venerdì 30 agosto.
Lo spettacolo si inquadra all’interno della giornata che il festival dedica al lavoro in montagna, tema cardine dell’edizione 2013 di “Tra le rocce e il cielo”. Il seminario-workshop “Un futuro sulle Alpi. Creare occupazione per tornare alla montagna” prevede infatti al mattino un seminario che fornirà un “kit” pratico per orientarsi nel quadro normativo e nei contributi a supporto delle attività montane, indagando, con uno sguardo rivolto all'Europa, le opportunità formative e quelle di comunicazione. Al pomeriggio invece verranno proposti quattro workshop, che daranno voce ai protagonisti di vari mestieri di montagna come: gestire una malga, condurre un'azienda agricola, lavorare nell'accoglienza turistica, organizzare attività out door. Chi si iscrive ai workshop potrà dunque “mettere le mani in pasta”, esaminando con grande concretezza opportunità e ombre di ciascuna professione.
La giornata si concluderà, a partire dalle 21 al teatro comunale di S.Anna, con lo spettacolo teatrale prodotto dall’Associazione culturale ATTI di Vezzano  e dedicato alla storia dei trentini emigrati nei confini dell’Impero austro-ungarico: “Come un fiume. Viaggiatori dell’Impero. Ieri emigranti, oggi cittadini d’Europa”



Nella seconda metà dell’Ottocento le migrazioni, che per il Trentino come per larga parte dell’arco alpino erano state fino ad allora stagionali, cambiarono natura facendosi, per intere vallate e intere classi sociali, permanenti: un fiume di umanità, che cercava il suo mare.
A partire dagli anni Ottanta del secolo - oltre a una moltitudine che fu indirizzata sulle rotte transoceaniche - alcune migliaia di persone lasciarono la loro terra per destinazioni nominalmente “interne” all’Impero, ma in realtà lontane per distanza geografica, lingua, cultura materiale, religione. Queste persone migrarono verso altri territori della duplice monarchia danubiana, principalmente Austria occidentale, Bosnia ed Erzegovina, Romania, Ungheria.
Per lungo tempo questi eventi sono rimasti in parte sconosciuti e intrappolati nelle pieghe della storia europea, riemergendo solo dopo il dissolversi della cortina di ferro.
A loro e ai loro discendenti, il cui destino si identificò ben presto col destino delle piccole patrie che li avevano accolti, questo lavoro è dedicato. Non di sole traversìe  sono fatte le loro vicende, ma anche e soprattutto di energie vitali travasate altrove, dell’orgoglio di un cognome, una canzone, una preghiera, un’espressione di famiglia in una lingua soave.
La regista Flora Sarrubbo ha scelto di iniziare il racconto scenico attraverso uno scorrere d’acqua perenne che racchiude le voci delle montagne, dei paesi, della stessa valle, e i suoni dei boschi da lei nutriti. Lento, inesorabile, il fiume scorre, così come la Storia, spesso travolgendo realtà che sembravano immutabili e le vite aggrappate a quei pendii.
Il lavoro Come un fiume. Viaggiatori dell’Impero per l’Ufficio Emigrazione della Provincia Autonoma di Trento, che ha sostenuto il progetto, “vuole andare oltre al ricostruire la memoria, pur importante, di quelle vicende, vuole incontrare, e far incontrare agli spettatori, le storie di quei discendenti che, ormai cittadini del mondo, oggi vengono in Trentino per conoscerci, oltre che per lavorare, studiare, incontrare i familiari, vedere per la prima volta la neve. E per noi, anche grazie a loro, il mondo si fa più vicino, la nostra realtà si fa più vitale.”
La rappresentazione dell’ Associazione culturale Atti di Vezzano è scandita dalle musiche e dai canti del gruppo TTT Express. Musiche dal Trentino, Tirolo, Transilvania del etnomusicologo Renato Morelli che propone un itinerario ragionato di musica popolare trentina attraverso le sue relazioni con il contesto alpino e più in generale est-europeo.
Lo spettacolo, a ingresso libero, inizia alle 21.

Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

venerdì 31 agosto 2012

IL CANTO POPOLARE ALPINO FRA PASSATO E PRESENTE: INTERVISTA A RENATO MORELLI


Tu sei principalmente un musicologo e antropologo musicale: cosa può raccontarci di un popolo la sua musica?
Io mi sono occupato di antropologia visiva fin dagli anni ’70 quando con l’Università di Trento abbiamo avviato un progetto per documentare la cultura trentina, e fin da allora mi sono posto il problema, come musicologo, di contestualizzare le musiche tradizionali, cercando di riprendere in video le situazioni cerimoniali in cui la musica veniva eseguita. Quando io ho iniziato questo tipo di ricerche esisteva solo la pellicola, molto cara, e solo avviando una collaborazione con la RAI ho potuto avere fondi a sufficienza per poter procurarmi la pellicola. Attualmente i costi sono diminuiti notevolmente grazie alle nuove tecnologie e ora mi è possibile autoprodurre i documentari, come ad esempio il lavoro che presenterò a Tra le rocce e il cielo, “Tre giorni a Premana - Voci alte”.
Bisogna prima di tutto fare una premessa: quando si parla di canto popolare alpino si tende sempre a pensare ai cori sul tipo di quello della SAT, che per prima cosa sono un fenomeno relativamente recente essendo del 1926, e poi sono una modalità interpretativa dei canti popolari che hanno provocato una standardizzazione molto imponente degli stessi. In realtà il tipo di canto alpino della SAT è di origine popolare, ma i pezzi vengono musicati secondo le strutture e la formalizzazione della musica colta, spesso da autori di musica colta come Benedetti Michelangeli e altri. È stata una operazione senza dubbio meritoria, è stata chiamata il “conservatorio delle Alpi”. Il problema è che poi questo è stato universalmente considerato come il vero canto popolare alpino, e questo non è assolutamente vero. Ad esempio nella musica popolare precedente a questa standardizzazione non c’è alcuna differenziazione tra forte e piano (esiste solo il forte), e l’uso delle filarmoniche non esiste assolutamente, per cui la domanda principale che ci si deve porre è: come cantavano prima di questa standardizzazione?
Ormai sono rimaste pochissime isole dove rimangono intatte queste tradizioni antichissime. Una di queste isole è l’Altopiano di Asiago, che ho ripreso in un documentario precedente, e un’altra è proprio Premana, un paesetto in fondo alla Val Sassina dove si è conservata in modo sorprendente una tradizione di canti straordinari che non erano ancora mai stati documentati. Nel mio film ho cercato di documentare questi canti contestualizzandoli in alcune delle principali occasioni in cui vengono eseguiti. Ho scelto tre dei giorni più rappresentativi per questo tipo di canti, che sono i Tre Re, il Corpus Domini e il giorno della festa tradizionale del periodo dell’alpeggio, facendo le riprese nell’arco di un anno solare, con una troupe di fonici molto bravi, che sono riusciti a catturare perfettamente questo canto.
A Premana è sopravvissuto questo stile di canto che chiamano “tir” che è composto da una tessitura di voci alte al limite del grido, che è un canto che non si può definire polifonia, nel senso che non ci sono parti assegnate, ma è più una competizione canora. In paese sono quasi tutti artigiani del ferro e ogni famiglia rappresenta quindi una di queste botteghe di artigiani che, come sai, sono sempre in lotta fra loro e nel canto si travasa questa mentalità competitiva, pur in un contesto di grande solidarietà. Queste competizioni vengono tenute durante dei pasti collettivi rituali, tenuti negli alpeggi sopra Premana, che non sono come le nostre malghe, ma assomigliano più a paesi in miniatura (ce ne sono 12 in tutto nella zona), dove la gente inizia a cantare dopo aver mangiato, verso le due del pomeriggio, e va avanti fino alle 4 di notte. Sono canti che se li si sente si pensa “beh, adesso dureranno non più di mezz’ora poi saranno tutti senza voce” e invece più passa il tempo più le voci diventano alte e forti.
E questa tradizione risale a quando?
Questa tradizione è esistita in tutto l’arco alpino prima della standardizzazione degli anni ’20 del 900 e risale certamente al medioevo, ma non si può dire con precisione a quale secolo. È una tradizione orale, che come tale non ha un punto di inizio documentato precisamente.
Un’altra tradizione canora che ha resistito alla standardizzazione era quella di Mezzano di Primiero, dove anche in questo caso cantavano a squarciagola, forse anche più che a Premana. Si trattava di un rosario cantato in latino, anche questo organizzato in forma di competizione tra due cori di boscaioli, che si rispondevano da un versante vallivo all’altro. Quindi lascio immaginare quanto fossero forti delle voci che si dovevano sentire distintamente da un versante ad un altro di una valle. Purtroppo, essendo una tradizione legata ai boscaioli, lavoro ormai completamente scomparso in zona, è sparita con gli ultimi anziani della valle attorno agli anni ’80-’90 e che fortunatamente sono riuscito a documentare poco prima che si estinguesse.
Tra l’altro posso anticiparti che il progetto di collaborazione con i “Cantori di Vermei” che sarà presente al Festival riproporrà questo repertorio di canti tradizionali usando cantori trentini. Ho messo insieme un coro di cantori appassionati di canti antichi delle Alpi e gli ho insegnato tra le altre cose questo rosario dei boscaioli e il repertorio di Asiago.
Parliamo dell’altro progetto che presenterai al Festival, gli Ziganoff: perché hai scelto la musica klezmer?
Questo è un progetto che non centra nulla con quello di cui abbiamo parlato finora, ma è legato alla mia esperienza di musicista. Io avevo già suonato con un gruppo che faceva musica klezmer, legato però esclusivamente al Trentino e da due anni a questa parte ho fondato questo nuovo gruppo, gli Ziganoff Jazzmer Band. Cosa significa jazz-mer? È un genere a metà tra il jazz e il klezmer. Il klezmer è la musica popolare ebraica della diaspora askenazita, quindi del centro Europa, principalmente Germania e Polonia per arrivare fino in Russia, Ungheria e Romania. Si tratta di un distillato di tutte le tradizioni musicali dell’est europeo filtrato attraverso la sensibilità ebraica, ed è una musica strettamente imparentata con la musica zingara. Una delle poche professioni che potevano fare gli ebrei era quella del musicista, dove erano sempre in diretta concorrenza con gli zingari e quindi si è creata una sorta di simbiosi tra queste due correnti musicali. È una musica che è a cavallo di tre imperi, quello austro- ungarico, quello zarista e quello ottomano e che bene o male si è conservata fino ai giorni nostri, nonostante la tragedia della shoah.
Questo gruppo nato da poco prende il nome da un musicista, Mishka Ziganoff che era per me un personaggio straordinario: nato a Odessa alla fine dell’800, è stato un virtuoso di fisarmonica, secondo alcune fonti ebreo, secondo altre fonti zingaro. Sappiamo che fu di religione cristiana e di lingua Yiddish, che è la lingua degli ebrei askenaziti, che di base è tedesco, con prestiti russi, ungheresi e rumeni scritta con l’alfabeto ebraico. Questo Ziganoff è un miscuglio di etnie e culture fantastico che negli anni del primo ‘900 scappa dai pogrom zaristi e lo ritroviamo negli Stati Uniti nelle prime formazioni di jazz e nel ’19 incide un pezzo che ha lo stesso incipit di “Bella Ciao” anche se è un canto russo. Riscoprire questo personaggio mi ha dato l’opportunità di ritornare alle mie origini jazz che avevo accantonato da tempo a causa di altri impegni.
Il jazz è sempre stata considerata musica nera e poco si sa della componente e degli influssi ebraici. In realtà molti musicisti klezmer li ritroviamo nelle prime formazioni jazz, magari dopo aver cambiato cognome, e non si sa se sono ebrei o meno. Ad esempio pochi sanno che George Gershwin è in realtà un ebreo russo e che il suo vero nome era Jacob Gershowitz e come molti altri ha americanizzato il proprio nome. Il mio progetto musicale si propone di rimettere in comunicazione il klezmer e il jazz seguendo la via tzigane tracciata da Django Reinhardt, zingaro manuche che inventò uno stile di musica che, pur avendo solo due dita in una mano risulta ancora difficilmente eseguibile da un chitarrista con dieci dita. Con questo gruppo in pratica “klezmerizziamo” il jazz e “manuchizziamo” il klezmer.
I musicisti di questo gruppo sono tutti fantastici a partire dal chitarrista manuche, difficilissimo da trovare, e ancor più difficile che sappia fare klezmer, che è Manuel Randi, veramente strepitoso. Poi c’è Fiorenzo Zeni, vecchia conoscenza, sassofonista eccezionale e ci sono i giovani che sono tutti bravissimi come Christian Stanchina, Rossana Caldini violoncellista fantastica di Rovereto, poi al basso tuba Hannes Petermair anche lui molto bravo. Insomma è un gran gruppo e un progetto molto intrigante da presentare in Vallarsa.
E oltre a queste due iniziative presenterai qualcos’altro al Festival?
Sì, terrò anche un seminario di balli tradizionali trentini. Io suonerò la fisarmonica e Vincenzo Barba, il mio caro amico, insegnerà i passi. Nella mia ricerca musicologica mi sono spesso occupato anche di balli e ho accettato volentieri di organizzare questa iniziativa.
E progetti per il futuro?
Il 18 di settembre debutterò con un altro progetto, chiamato “TTT” che significa Trentino, Tirolo, Transilvania, che è un quartetto musicale composto da me e altri tre musicisti di cui se sommi la loro età ottieni la mia. Sono tutti giovanissimi, una è mia figlia, uno è un contrabbassista coetaneo di mia figlia e un flautista di Bolzano anche lui molto giovane e bravo, a cui spero di trasmettere al meglio le mie conoscenze e la mia esperienza. Debutteremo a Roncegno dove noi suoneremo e ci saranno dei ballerini non professionisti che eseguiranno balli trentini, tirolesi, ungheresi e anche klezmer, quindi non ci si annoierà di certo!
Poi a fine settembre sarò in Georgia, nel Caucaso, dove sono stato già in viaggio di nozze e dove c’è la tradizione di canto più importante al mondo, secondo me, che di recente è stata inclusa tra le tutele dell’UNESCO e dove terrò un convegno presentando il mio lavoro su Premana.
Per quanto riguarda i documentari vorrei fare un film sul circo, è un progetto che ho in testa da molto tempo e per il quale ho già fatto tutte le riprese e ho raccolto delle testimonianze straordinarie, devo solo trovare il tempo di montarlo. Mia moglie, poi, ha fatto un lavoro straordinario ricostruendo le linee genealogiche di 200 famiglie italiane che lavoravano nel circo quando ancora era alle origini. Purtroppo al momento non riesco proprio a trovare il tempo per realizzarlo!
Bene, grazie mille per il tuo tempo e ci vediamo presto in Vallarsa!
Ci vediamo in Vallarsa, a presto!

Riccardo Rella
riccardo_rella@yahoo.it

giovedì 30 agosto 2012

IDENTITA' E CONVIVENZA, UN DIALOGO CON FREDO VALLA, AUTORE DI "IL VENTO FA IL SUO GIRO"





Lei è nato in una zona abitata dalla minoranza etnica di lingua occitana. Cosa significa fare parte di una comunità linguistica così piccola?
La comunità occitana a livello europeo non è piccola, anzi è la comunità etnico- linguistica minoritaria più grande di tutte, con 10 milioni di parlanti. È piccola nella realtà italiana, in cui vi sono solo 180000 parlanti. Al momento della riscoperta della langue d’oc durante gli anni ’50 e ’60 del ‘900, per noi giovani di queste valli ha significato aprirsi al mondo, uscire dal locale per guardare il generale. Ha voluto dire appropriarsi di strumenti per comprendere meglio le dinamiche del mondo, i rapporti fra popoli, che al momento erano rapporti coloniali. Al tempo si discuteva molto di politica, quindi queste cose erano all’ordine del giorno. Oggi se ne parla molto meno e quando si parla di minoranze etnico- linguistiche si tende a parlare solo di tradizioni, di pastori e di greggi e pecore, che sono molto rispettabili ma non danno il polso della situazione.
Io penso che i popoli, le lingue abbiano un percorso, muoiono o rinascono come ad esempio l’ebraico in tempi recenti. Più spesso scompaiono: oggi non c’è più nessuno che parla la lingua dei sumeri o degli ittiti. Non è detto che le lingue debbano sopravvivere se i parlanti non vi si riconoscono, se non riescono ad esprimervi tutti i loro pensieri. Per quanto mi riguarda io farò di tutto perché l’occitano non scompaia, ma non so come andrà a finire. La sopravvivenza di una lingua non dipende dallo stato italiano o dalla politica mondiale, quanto dalla volontà dei parlanti di tale lingua avranno voglia e desiderio di conservare e promuovere la propria lingua. Non si dovrà trattare di una difesa fine a sé stessa, altrimenti non sarà altro che passatismo.
Una lingua deve servire a esprimere tutto l’arco di concetti possibili che la vita richiede: se l’occitano dovesse servire solo a parlare di pascoli e pecore, in quel momento sarà già una lingua morta, mentre se dovesse servire a scrivere una lettera d’amore, per parlare di filosofia, di fisica quantistica o di nuove tecnologie allora in quel momento si saprà che sopravvivrà di certo. Se una lingua dovesse diventare un modo per veicolare una difesa del passato, seppur rispettabile, a me farebbe pena. Io credo che una lingua serva o non serva. Certo, non intendo dire che possa servire come l’inglese o una lingua di interscambio mondiale, ma che possa esprimere tutti i concetti possibili, riuscendo a descrivere in un modo peculiare il mondo in cui viviamo.
Spesso il mondo delle minoranze è un mondo asfittico. Non sto parlando delle minoranze forti come possono essere i sud- tirolesi, ma di quei gruppi che si dedicano a catalogare i nomi tradizionali di tutti gli strumenti utilizzati nel passato nei vari mestieri e poi magari non sanno parlare la loro stessa lingua quando devono affrontare discussioni politiche o altro. Spesso si assiste anche a situazioni in cui sedicenti militanti e promotori del particolarismo linguistico si trovano a parlare la lingua dominante ai loro stessi figli. A quel punto la tutela della lingua diventa una battaglia persa in partenza.

Il suo film “Il vento fa il suo giro” affronta queste tematiche. Com’è nata l’idea di realizzare questo film?
“Il vento fa il suo giro” nasce da una storia vera, realmente accaduta qui a Ostana, e nasce dalla mia frequenza alla scuola di cinema di Ermanno Olmi “Ipotesi cinema” con sede a Bassano del Grappa. In questa scuola ho incontrato una serie di persone, tra cui Giorgio Diritti che mi propose di trarre un film da questa vicenda. Io avevo scritto un soggetto che poi è stato discusso in gruppo alla scuola e da cui è stato poi prodotto il film dopo una serie infinita di traversie, sia all’interno della scuola che nella ricerca di una produzione. Il copione è stato respinto molte volte perché i potenziali produttori si chiedevano chi potesse essere interessato ad un film dove si parlava dialetto e dove si parlava di capre e solo la grande determinazione del regista Giorgio Diritti ha permesso che il film alla fine sia stato prodotto.

Ne valeva la pena, visto che è un ottimo film, che non fa sconti a quelle che sono le problematiche della convivenza in un ambiente “chiuso” come la piccola comunità mostrata…
Il fatto che il film non faccia sconti è stato un altro dei problemi della produzione. Quando cercavamo piccoli fondi dalle comunità ci sentivamo rispondere “avete fatto un film che mette in cattiva luce la montagna”. Noi non volevamo fare un’agiografia della montagna, volevamo raccontare una storia. È stato come quando ho realizzato il mio film sulla Grande Guerra, per cui ho ricevuto una serie di critiche perché non avevo messo nella giusta luce le virtù eroiche dell’esercito italiano.
Noi eravamo interessanti unicamente al raccontare una storia che avesse una valenza paradigmatica e il fatto che il film sia stato fatto in occitano è stata una conseguenza diretta delle difficoltà di produzione incontrate: visto che nessuno lo voleva abbiamo deciso di farlo come volevamo noi.
Nel film nessun in realtà è buono così come nessuno in realtà è cattivo. Credo che il risultato sia una sorta di fotografia di come funzionano i rapporti sociali sia in una comunità piccola come quella di Ostana, sia in una realtà più grande come ad esempio il quartiere San Salvario a Torino, un quartiere con molti immigrati, in cui si formano dinamiche simili. È una visione che sovverte la concezione arcadica della montagna, popolata solo da uomini di buoni sentimenti. La montagna non è un luogo popolato da “buoni” perché il cielo è azzurro, l’aria buona e le montagne sono innevate, ma è un luogo come un altro, popolato da uomini e donne con tutti i loro problemi e le dinamiche sociali che ne conseguono. Forse il successo del film è dipeso anche dal fatto che abbiamo mostrato una problematica diffusa inserendola in una micro- comunità.
Forse il risultato è andato oltre le nostre intenzioni originali e anche personaggi che in fase di stesura della sceneggiatura erano più “cattivi”, come Emma ad esempio, la donna che si spacca le dita per accusare di violenza il francese, che una volta messi sullo schermo si sono molto “smussati” e umanizzati. In realtà anche Emma diventa un personaggio con una sua grandezza, disposta a soffrire sul proprio corpo per difendere un suo terreno. Di contro anche personaggi a prima vista postivi come il francese non escono completamente indenni. Certo, lui in fondo cerca la propria felicità, ma esclusivamente la propria, non coinvolgendo realmente la comunità del villaggio.

Il film si apre e si chiude con la frase del titolo “Il vento fa il suo giro”: qual è il significato di questa frase?
Il titolo è venuto da una serie di colloqui con un monaco per un intervista. Questa frase “Il vento fa il suo giro e tutte le cose prima o poi ritornano” è una frase si speranza, sulla ciclicità di tutte le cose. Come diceva mio nonno, i luoghi dove aveva abitato lui erano state “sette volte campo e sette volte prato”, per sottolineare come la gente fosse affluita e defluita dal paese. Certo, non tutte le cose seguono una ciclicità e una lingua che scompare è difficile che possa rinascere, salvo casi eccezionali come per la lingua ebraica.

Il titolo esprime anche una speranza per il ripopolamento delle terre occitane?
Certo! Se non avessimo speranze cosa faremmo? Non varrebbe nemmeno la pena di fare film… La speranza del cambiamento c’è, di invertire una rotta. Le zone occitane hanno visto un esodo che le alpi orientali, più ricche, non hanno mai conosciuto. Le alpi occidentali hanno visto uno spopolamento che è paragonabile, se non superiore alle partenze dal sud Italia negli anni del grande esodo. Nel mio paese c’erano 1200 abitanti iscritti all’anagrafe nel 1921, oggi ne ha circa 30 e durante tutti gli anni ’90 erano solo 10.
Per quanto riguarda il ripopolamento non potrà avere le forme di un tempo perché si viveva in condizioni di sovrappopolamento, con un sovraccarico sul territorio che non poteva garantirne il sostentamento. C’è stato un momento in cui pensavamo in un ritorno dei figli degli emigrati e qualche episodio c’è stato, però sembra che la tendenza del piccolo ripopolamento che stiamo vivendo sia legato alle esperienze di vita di persone che si muovono dalla città verso la montagna per dare un senso differente alla loro vita in un luogo dove la natura sia ancora natura. Questo tipo di popolamento della montagna è molto precario, perché bastano alcune difficoltà in più del preventivato, un lutto in famiglia o altro, per far cambiare idea a questi nuovi abitanti. A volte sono scelte un po’ velleitarie, fatte da gente che pensa di potersi inventare contadino dall’oggi al domani quasi come se il contadino fosse un non mestiere…
Ci sono però alcuni esempi positivi, ad esempio ad Ostana ora alla mia famiglia, che era l’unica del paese con bambini piccoli, se ne sono aggiunte altre due provenienti dalla città nel giugno dell’anno scorso. Questo è molto importante perché sono i bambini piccoli che possono dare un futuro al popolamento di una zona.
Se poi si volesse riportare qualche attività produttiva in quota, prima si dovrebbe attenuare il diritto di proprietà e fare una ricomposizione fondiaria. Qui sarebbe ampiamente possibile e doveroso riavviare un’attività agricola, perché fino a quando la montagna sarà popolata solo da intellettuali come posso essere io o da albergatori non si va da nessuna parte. Servono delle attività produttive per riportare gente in montagna, attività “normali”, un artigiano, un meccanico, ma per fare questo, come ho detto, bisognerebbe andare ad una ricomposizione fondiaria. Si dovrebbe stabilire che se non si utilizza un campo lo si perde, almeno dopo un po’ di tempo, 20- 30 anni, perché altrimenti si finisce a riproporre in eterno le situazioni mostrate nel film. Se si volesse portare del bestiame in quota non lo si potrebbe far pascolare nei campi di proprietà di famiglie che ne conservano gelosamente la proprietà, anche se magari non lo falciano da 30 anni. Bisognerebbe rimescolare le carte della proprietà fondiaria, però non c’è la volontà politica.
Questo è uno dei grossi paradossi dell’Italia, dove la montagna sembra non interessare a nessuno pur occupando un’estensione territoriale uguale se non superiore alle zone di mare, se si pensa che gli Appennini scendono fino in Calabria e ampie zone della Sicilia sono montagnose. Forse è anche perché la gente di montagna non è in grado di fare lobby, massa critica, almeno in queste zone, a differenza magari dell’Alto Adige o del Trentino. Il movimento occitano ha avuto una sua fase politica forte, inizialmente, con alcuni eletti in provincia e anche un rappresentante a Strasburgo, ma l’arrivo della Lega Nord con i suoi proclami “di pancia” ha distrutto tutto. Noi non abbiamo niente a che vedere con la Lega e non condividiamo assolutamente i suoi progetti politici.

Per concludere, quali sono i progetti a cui sta lavorando attualmente?
Attualmente sto finendo un altro film con Giorgio Diritti, ambientato in Amazzonia e per una parte in Trentino a San Romedio, che tratta di una donna alla ricerca di sé, anche se al momento non posso dirle niente di più. Sto lavorando anche ad un altro progetto, sempre con Giorgio Diritti che è un grande amico oltre che un collega, in cui collaboro nel ruolo di soggettista e sceneggiatore, su cui non posso anticipare nulla.
Come regista documentarista invece sto filmando una “favola documentario” sul primo trasvolatore delle Alpi del 1910, Jorge Chaves, peruviano naturalizzato francese. Poi ho un progetto con Reinhold Messner che vedrò proprio in questi giorni a Brunico e poi una serie di regie per produzioni di Pupi Avati.
E poi ho anche una famiglia, due figli da mantenere, un prato da falciare…

Grazie mille per l’intervista e arrivederci al festival!
Grazie a voi e a presto.

Riccardo Rella

riccardo_rella@yahoo.it

FREDO VALLA PRESENTERA' IL SUO FILM "IL VENTO FA IL SUO GIRO" ALLE 17, INTRODOTTO DA RENATO MORELLI, ALL'HOTEL "GENZIANELLA" DI BRUNI DI VALLARSA. INGRESSO LIBERO.

giovedì 19 luglio 2012

I MODI DI VIVERE LA MONTAGNA NELLA RASSEGNA DI FILM A “TRA LE ROCCE E IL CIELO”


 dal film "Piccola Terra" di Michele Trentini
Tra incontri, convegni, spettacoli, mostre escursioni e laboratori non poteva mancare all’interno della manifestazione Tra Rocce eil Cielo, il Festival della montagna che si  svolge in Vallarsa (Tn) dal 30 agosto al 2 settembre 2012, una rassegna cinematografica.

Verranno proiettati cinque FILM che indagano la montagna nei suoi diversi aspetti e «che seguono il tema delle quattro giornate del festival, - spiega Lucia Marana, curatrice della rassegna per l’associazione culturale “Tra le Rocce e il cielo” che organizza la manifestazione -  per cui ogni giorno ci sarà un filmato che parla del tema sviluppato negli incontri della giornata». E verranno premiati i vincitori del concorso “Racconta la tua montagna”.

“TRE GIORNI A PREMANA”, film dell'etnomusicologo Renato Morelli, parla di Tìir, uno stile di canto urlato, potente, lento e sostenuto, al limite del grido, peculiarità di Premana, il più alto paese della Valsassina (Lecco). Il lungometraggio documenta i tre giorni più significativi per la tradizione del canto premanese: Past (8 augusto), Corpus Domini (6 giugno), Tre Re (5 gennaio).
La proiezione, giovedì 30 agosto, giornata dell’arte della montagna, alle 17 all’Hotel Genzianella di Bruni sarà seguita dall’incontro con il regista.

Il film di Michele Trentini e Marco Romano “PICCOLA TERRA” sarà proiettato nella seconda giornata del Festival dedicata alla vita in montagna, il 31 agosto alle ore 17 al Teatro Comunale di S. Anna. Il film è ambientato  in Valstagna, Canale di Brenta, Vicenza: su piccoli “fazzoletti di terra” un tempo coltivati a tabacco si gioca il destino in controtendenza di personaggi assai diversi, impegnati a dare nuova vita ad un paesaggio terrazzato in stato di abbandono. C’è chi rimane aggrappato con ostinazione e orgoglio all’antico podere di famiglia, chi lascia il posto di operaio in cava per ritrovare se stesso, chi venendo dal mondo urbano decide di prendersi cura di campi e muri a secco grazie ad un innovativo progetto di adozione, e chi originario del Marocco coltiva il sogno dell’integrazione per sé e per i propri figli. “Piccola terra” è un racconto sul valore universale del legame con la terra, che prescinde da interessi economici, impedimenti politici, steccati culturali. Trentini e Romano commenteranno il loro film.

Nella giornata dedicata alle minoranze linguistiche, 1 settembre, alle ore 17 all’Hotel Genzianella a Bruni sarà proiettato “IL VENTO FA IL SUO GIRO”. Realizzato dal regista, allievo di Olmi, GiorgioDiritti su soggetto di Fredo Valla (che poi commenterà la proiezione), il film ha un titolo in occitano "E l'aura fai son vir". Il vento diviene metafora di tutte le cose, movimento circolare in cui tutto torna. La storia di un pastore francese che, con la famiglia, si ritira in montagna per vivere secondo natura.  Lo fa a Chersogno, un piccolo villaggio sulle Alpi occitane, la cui sopravvivenza è legata ad alcune persone anziane ed a un fugace turismo estivo. Il suo arrivo diventa la dimostrazione di una possibile rinascita del paese. L'integrazione è difficile e il rapporto con la “diversità” diventa il cardine della narrazione.

Sempre all’Hotel Genzianella, il giorno seguente 2 settembre, giornata della storia, alle ore 17 sarà proiettato “FINO A QUANDO…” di Vittorio Curzel. Comincia da una foto, scattata nel 1916 a due giovani fratelli in divisa dell’impero asburgico, il viaggio nella memoria di una famiglia trentina durante la prima guerra mondiale, con un itinerario che dapprima segue il nonno soldato in Galizia, per poi allargare lo sguardo verso gli altri fronti e le vicende drammatiche di una generazione di giovani europei in trincea. Il racconto attraversa i campi di battaglia della Marna e dell’Isonzo, per concludersi fra le rocce del Pasubio, dove Kaiserjäger trentini si trovano a combattere contro altri trentini volontari nell’esercito italiano. Fino a quando i sopravvissuti tornano nella loro valle e trovano un paese trasformato e senza vita.  Al film seguirà l’incontro con il regista.

Nella giornata di chiusura, il 2 settembre, all’Hotel Genzianella a Bruni alle 14 si potrà assistere al film, prodotto da Accademia della montagna del Trentino, “LA MONTAGNA DI DON GUETTI” di Jorge Lazzeri Del Sordo, che indaga il profilo umano Don Guetti, apostolo della cooperazione: non solo il suo credo politico e autonomistico, ma anche il suo grande amore per le montagne delle sue valli.

Seguirà la PREMIAZIONE DEL CONCORSO “RACCONTA LA TUA MONTAGNA: DENTRO IL PAESAGGIO” che vede in gara video che trattano il paesaggio preso in esame da uno qualsiasi dei molteplici punti di vista possibili: paesaggio fruito dal punto di vista estetico, percorso attraverso passeggiate naturalistiche, raccontato nella sua profondità temporale attraverso il rapporto con la storia, documentato attraverso la testimonianza della cura, della manutenzione e del recupero, vissuto attraverso memorie e ricordi, mediato attraverso il filtro della letteratura e della poesia, …


L’intero programma del Festival “Tra le rocce e il Cielo” su PROGRAMMA
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it

mercoledì 11 luglio 2012

RENATO MORELLI e LA ZIGANOFF JAZZMER BAND MUSICA e DANZE A “TRA LE ROCCE E IL CIELO”



Dal Klezmer al jazz lungo la route tzigane, in uno spumeggiante intreccio tra dixie jazz e  swing zingaro manouche. Sono i legami perduti tra queste melodie ad essere proposte dalla Ziganoff Jazzmer Band. Il gruppo di Renato Morelli si esibirà nella terza giornata del Festival della montagna “Tra Rocce e il Cielo”, che si  svolge in Vallarsa (Tn) dal 30 agosto al 2 settembre 2012.
Sabato 1 settembre, la giornata dedicata alle minoranze linguistiche si concluderà con il CONCERTODELLA ZIGANOFF JAZZMER BAND, alle ore 21 nel Teatro comunale di S. Anna. L’ingresso è libero e si potrà ballare sui passi imparati durante il laboratorio di danze popolari trentine del pomeriggio.
Porre l'accento sui mescolamenti culturali e sugli intrecci musicali che corrono tra il jazz, la tradizione klezmer e la musica manouche, scaturiti dalle migrazioni negli Stati Uniti di inizio Novecento. Questa è l’idea di fondo, alla base della jazzmer band Ziganoff. Per il progetto Renato Morelli ha riunito attorno alla propria fisarmonica alcuni tra i solisti più attivi e apprezzati della regione: il chitarrista Manuel Randi, il trombettista Christian Stanchina, il sassofonista Fiorenzo Zeni, il tubista Hannes Petermair e la violinista Rossana Caldini. La band prende il nome da una figura poco conosciuta, ma emblematica: Mishka Ziganoff, fisarmonicista zingaro di lingua yiddish, nato ad Odessa, emigrato a New York, dove lavorò con formazioni klezmer e jazz, e dove incise nel 1919 il brano “koilen”, considerato un prototipo melodico di “Bella ciao”.            

Il Klezmer - musica popolare degli ebrei ashkenaziti dell’Europa centro orientale - ha tramandato fino ad oggi una singolare contaminazione di repertori tradizionali romeni-polacchi-russi-ungheresi-balcanici, nonostante le vicissitudini sofferte da questa minoranza per l’ostilità di imperatori, papi e zar.    
I Klezmorim hanno attraversato più volte i confini di tre imperi (austro-ungarico, zarista, ottomano), condividendo spesso il destino degli zingari, compresa la tragedia della Shoah; non a caso sono due comunità che nel tempo hanno saputo creare un sodalizio umano-musicale fra i più tenaci e prolifici dell’Europa sud-orientale. Per fuggire da pogrom e persecuzioni, alcuni musicisti klezmer e zingari sono emigrati in America all’inizio del ‘900, proprio nel periodo che ha visto la nascita del primo jazz: una nuova contaminazione musicale sviluppatasi nell’ambito della comunità afromericana ma anche – come è ormai riconosciuto – con il contributo determinante di emigranti europei, compresi ebrei e zingari. 
Un’originale contaminazione fra standard jazzistici del primo dixieland e gli stilemi dei Klezmorin. Un incontro singolare fra due mondi musicali diversi che riescono a fondersi in un’unica proposta attraverso la mediazione della tradizione musicale zingara manouche sarà l’anima del concerto acustico del 1 settembre al Festival all’ombra delle Piccole Dolomiti.
Renato Morelli etnomusicologo, regista, scrittore e musicista apprezzato per la sua vasta opera legata alla conoscenza e valorizzazione della musica popolare sarà protagonista a “Tra le Rocce e il Cielo” anche con un laboratorio di danze popolari.  Il pomeriggio del concerto, dalle ore 14 alle 16.30, al Tendone di Riva di Vallarsa Morelli alla fisarmonica e Vincenzo Barba, docente di ballo dell’Associazione Danzare la Pace di Rovereto, terranno un LABORATORIO DI ANTICHE DANZE POPOLARI DEL TRENTINO. Adulti e bambini potranno imparare i passi degli antichi balli trentini. La sera stessa di potrà ballare anche durante il concerto della Ziganoff  Jazzmer Band. La partecipazione  è libera.
Nella prima giornata del Festival, giovedì 30 agosto, Morelli sarà presente anche in veste di regista con “TRE GIORNI A PREMANA”. Il film sarà proiettato alle 17 all’Hotel Genzianella di Bruni. Si parla di Tìir, uno stile di canto urlato, potente, lento e sostenuto, al limite del grido, peculiarità di Premana, il più alto paese della Valsassina (Lecco). Il lungometraggio documenta i tre giorni più significativi per la tradizione del canto premanese: Past (8 augusto), Corpus Domini (6 giugno), Tre Re (5 gennaio). La proiezione sarà seguita dall’incontro con il regista.
Stefania Costa
costa_stefania@yahoo.it


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