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giovedì 7 ottobre 2010

Presentazione della nuova edizione de "La prova del fuoco" di Carlo Pastorino

Nella seconda parte del pomeriggio di domenica 22 agosto, dopo la conferenza di presentazione dei lavori del Trincerone è stato il momento della presentazione della nuova edizione del capolavoro di Carlo Pastorino “La prova del fuoco” (Egon, 2010). La conferenza di presentazione del volume è stata tenuta da Francesco De Nicola, Paolo Ottonello, Geremia Gios, Mario Martinelli, Gregorio Pezzato e da Carlo Pastorino.

La conferenza di presentazione inizia con un po’ di ritardo dovuto agli strascichi delle discussioni estive sui lavori al Trincerone e alle dovute e necessarie spiegazioni dei lavori stessi da parte del pool di esperti che vi hanno preso parte. L’occasione è molto importante: viene ripresentato al pubblico in una nuova edizione un grande capolavoro dimenticato della letteratura sulla Prima Guerra Mondiale, “La prova del fuoco” di Carlo Pastorino. La nuova edizione è stata curata da Egon (http://www.egonedizioni.it/catalogo/egon/La%20prova%20del%20fuoco.html), con postfazione di Francesco De Nicola, che ha introdotto la conferenza. Grande esperto di letteratura sulla Prima Guerra Mondiale, De Nicola ha introdotto al pubblico questo autore, vallarsero d’adozione, che nei luoghi del festival ha lasciato un’impronta nella memoria che ora rischia di perdersi, parlando della sua formazione, delle sue origini contadine mai dimenticate, origini che gli hanno dato quella straordinaria capacità di descrivere i paesaggi con pochi ma emozionanti particolari.

Il libro è un racconto vivido e essenziale, quasi un diario dell’anno di guerra combattuto da Carlo Pastorino, ligure di Masone, sulle montagne della Vallarsa, tra il 1916 e il 1917, prima di essere catturato dagli austriaci e rinchiuso in un campo di prigionia. Come dirà poi Gregorio Pezzato, si può leggere nelle pagine del libro il legame viscerale che Pastorino instaurerà con la Vallarsa, che diventerà una sorta di nuova terra natale, dopo le terribili prove che la guerra imporrà a lui e a tutto il suo battaglione. Tutto, dai fatti minori a quelli più violenti, è descritto con pochi, ben misurati particolari, senza indulgere in facile retorica, restituendo un immagine vivida e vera dell’esperienza della vita di trincea e della guerra di montagna, come hanno saputo fare pochi altri autori, sia in Italia che nel resto dell’Europa. Anche per questo l’operazione di riedizione di Egon, sponsorizzata fortemente dall’associazione Tra le rocce e il cielo, è estremamente importante, perché permette di riproporre al pubblico un libro di eccezionale valore che rischiava di venir dimenticato, per via di logiche editoriali spesso legate solo al profitto e non al valore dei libri.

Alla conferenza hanno preso parte anche i discendenti dello scrittore, tra cui il suo omonimo Carlo Pastorino, oltre al sindaco Paolo Ottonello e all’assessore alla cultura del comune di Masone, contribuendo a descrivere le molte somiglianze tra i luoghi natii di Pastorino e la Vallarsa. Somiglianze che hanno senz’altro contribuito a creare e rinsaldare il fortissimo legame di Pastorino con queste terre, che verranno poi rivisitate con regolarità dopo il suo ritorno dalla prigionia.

sabato 14 agosto 2010

Francesco De Nicola a proposito della ripubblicazione de "La prova del fuoco" di Carlo Pastorino

Abbiamo intervistato Francesco De Nicola per raccogliere le sue impressioni a proposito della ripubblicazione del libro di Carlo Pastorino "La prova del fuoco", riedito da Francesca Zandonai Editore, Rovereto, 2010.


Dopo quasi un secolo dalla fine della Grande Guerra, che senso ha il recupero di un testo come “La prova del fuoco”?

Certamente questa ristampa de “La prova del fuoco” di Carlo Pastorino, ad opera della casa editrice Zandonai di Rovereto, è un’operazione molto importante. “La prova del fuoco” è uno dei testi chiave della letteratura italiana sulla Prima Guerra Mondiale, un libro che ha avuto l’attenzione di generazioni di scrittori e lettori. È un'opera che ha avuto una lunga gestazione e una riedizione fortemente riveduta nel 1931, rispetto alla prima edizione del ’26, una riedizione che l'ha ulteriormente modificata facendola diventare da opera quasi documentaristica a un romanzo.

Proprio il fatto che sia stato scritto un buon numero di anni dopo la fine del conflitto permette al libro di avere un distacco dagli eventi che altre produzioni, soprattutto in ambito italiano, non hanno. È un libro che racconta la guerra esattamente come è stata, dalla parte di chi l’ha vissuta e l’ha sofferta, in cui il conflitto è narrato in tutta la sua tragedia. Ci sono pagine intrise di dolore e sofferenza, anche macabre, in cui Pastorino usa un linguaggio asciutto ed essenziale, e ci sono pagine di denuncia verso coloro che della guerra si sono approfittati per accaparrarsi delle posizioni di prestigio, come gli episodi del funerale, in cui gli ufficiali ben vestiti fanno barriera davanti ai veri soldati, o le pagine iniziali, in cui i capi di stato brindano assieme alla vittoria, ma solo dopo un lungo e redditizio conflitto. E poi, di fianco alla “lezione di storia” che ci restituisce Pastorino, non di secondaria importanza è la “lezione di geografia” che ci fornisce l'autore, che narra la Vallarsa con accenti che solo un uomo di origini contadine può usare, dimostrando un reale e profondo amore per i posti in cui ha vissuto e combattuto per un anno intero, tra l’estate del ’16 e la fine della primavera del ’17.

È un libro scritto ormai quasi un secolo fa, ma con uno stile asciutto e modernissimo, in cui nessun lettore non può non sentirsi coinvolto direttamente. Sono sicuro che i lettori del 2010 avranno lo stesso livello di interesse che ebbero i lettori del ’26 o del ’31.

“La prova del fuoco” ebbe un grande successo appena uscito, come mai successivamente è stato ricordato meno, rispetto a altri libri dedicati al conflitto?

Se noi pensiamo ai libri scritti sulla Prima Guerra Mondiale in Italia, ci rendiamo subito conto che non sono poi moltissimi, e la maggior parte di loro sono fortemente viziati da una faziosità dovuta al fatto che furono scritti o troppo a ridosso della fine delle ostilità o in pieno fascismo e quindi strumentalizzati dal regime. Poi la fortuna o sfortuna dei libri dipende da moltissimi fattori differenti e spessissimo non prende in considerazione il reale valore dei testi in questione, ma obbedisce a logiche commerciali o di semplice “dimenticanza”. Un esempio su tutti, a parte proprio il libro di Pastorino, può essere “Il soldato Cola” di Puccini, altro libro molto importante e valido, anch’esso fra l’altro scritto nel ’27, quindi un buon numero di anni dopo la guerra, completamente dimenticato e non più in commercio e che sarebbe opportuno ripubblicare.

La prima guerra mondiale ha lasciato un segno indelebile nella storia d’Italia, ma più ancora nella storia personale di chi l’ha combattuta. Cosa può aver significato combattere in prima linea una guerra logorante come quella di trincea, magari in un ambiente ostile come le montagne della Vallarsa?

Per i nostri soldati deve essere stato per prima cosa un’esperienza di totale spaesamento: milioni di giovani provenienti da tutte le regioni italiane si sono improvvisamente trovati spalla a spalla in un luogo completamente alieno, come poteva essere il fronte alpino, in Trentino come in Veneto o in Friuli. È stata innanzitutto un’esperienza di totale alienazione, in cui ci si trovava a convivere con persone che avevano abitudini di vita completamente differenti rispetto alle proprie, che parlavano dialetti mai sentiti prima. Significò per i soldati ritrovarsi uniti per la prima volta sotto la stessa bandiera di uno stato come l’Italia, che aveva appena cinquant’anni di storia alle spalle e che ancora non era stata “fatta” come nazione. Tutto questo spaesamento si può leggere chiaramente nelle parole di Pastorino, nelle descrizioni di soldati come Fenoglio, ragazzo dei bassifondi di Torino, coperto di tatuaggi e con un passato da criminale o in tanti altri piccoli episodi del libro, rivelatori di quanto l’esperienza traumatica della Grande Guerra sia stato il battesimo dell’Italia unita. Si può vedere la Prima Guerra Mondiale come l’ultimo episodio del Risorgimento, come una sorta di dolorosa conclusione del processo di unificazione. Un dolorosissimo episodio, che tutti hanno dovuto subire, ma che non tutti hanno accettato: si possono leggere, infatti, numerosi resoconti di insubordinazione a ordini spesso insensati e crudeli, come quelli raccontati nel capolavoro di Lussu “Un anno sull’altopiano”.

Pastorino è un narratore fedele e non fazioso di un questo processo, nel sottolineare tutte le difficoltà che affondarono i nostri soldati nel sentirsi fratelli in trincea, e tutti i sospetti e i pregiudizi che nacquero. E questo è senza dubbio un altro grande pregio di questo libro.

Sono molti i libri dedicati alla prima guerra mondiale: in mezzo a tutti questi, che posto occupa il libro di Carlo Pastorino? Quali sono le sue peculiarità?

Per prima cosa si deve dire che a differenza della maggior parte degli altri libri sulla Grande Guerra, caratterizzati da una prosa molto datata, “La prova del fuoco” è scritto con un linguaggio e una narrazione moderni e attuali. È una prosa molto efficace nella sua brevità: ogni capitolo è una sorta di racconto breve di un episodio saliente dell’anno di guerra vissuto da Pastorino. È uno stile estremamente essenziale e diretto, in grado di comunicare all’istante quello che l’autore voleva dire, senza inutili giri di parole o ornamenti retorici. Sono le vicende narrate che parlano da sole.

E poi, altrettanto importante, c’è una grandissima onestà di fondo dell’autore, che non fa mai celebrazioni della guerra fini a sé stesse. C’è una denuncia costante delle atrocità della guerra, una denuncia portata con un grandissimo “quoziente di realtà” da Pastorino, un ufficiale che racconta le difficoltà incontrate nel vedere morire i suoi soldati in conseguenza di ordini ricevuti e impartiti anche da lui, ordini ricevuti dall’alto, che non potevano, da buon soldato, essere discussi, ma solamente eseguiti. Nel libro vengono costantemente riproposti gli interrogativi che Pastorino si pone come uomo, interrogativi che sono i propri anche di tutti i potenziali lettori de “La prova del fuoco”.

Il libro alterna momenti di verismo simili allo stile di Lussu, dove gli appartenenti agli eserciti avversi sono visti sostanzialmente come fratelli costretti a combattere da elitè ottuse, a momenti più retorici, incentrati sull’amor di patria e la necessità del sacrificio. I due momenti convivono in Pastorino, o la parte più retorica è più di facciata?

Bisogna ricordarsi che Lussu scrive il suo libro in esilio, quindi in una situazione completamente differente rispetto a Pastorino, e che la sua esperienza di guerra era anch’essa molto differente, avendo militato in un reparto caratterizzato da un comando molto duro e in cui si verificarono moltissimi episodi di sabotaggio. Una componente retorica era un po’ nella necessità di un libro che si rivolgesse ai giovani di allora, un libro che doveva avere un richiamo costante ai sentimenti di amor di patria.

Più che una suggestione di carattere patriottico, però, nel libro si può però avvertire una forte suggestione data dal fatto che Pastorino era un uomo profondamente credente, in cui ogni situazione veniva vista come una prova a cui si era sottoposti da Dio. C’è un’accettazione di una prova che l’uomo deve sottostare e a cui non si può ribellare, su cui si salda la mentalità di un ufficiale ben consapevole che gli ordini non si discutono, ma si eseguono. Ma tutto questo non impedisce all’autore di porsi esplicitamente, a distanza di anni, dei dubbi e degli interrogativi, che al tempo della guerra aveva solamente potuto pensare.

Non mi risulta che Pastorino abbia subito suggestioni o pressioni dall’ambiente del regime (cui è stato sempre estraneo ed alla fine apertamente avverso) che ne abbiano condizionato la composizione dell’opera, composizione che va quindi inquadrata nell’epoca in cui è stata scritta e nel suo “spirito del tempo”.

Che persona doveva essere Carlo Pastorino? Cosa si può capire di lui dai suoi scritti?

Pastorino cresce e si forma in un ambiente contadino dell’entroterra ligure, e alternando il lavoro nella fucina per la produzione di chiodi allo studio, riuscirà a laurearsi, costituendo uno dei rari casi di questo tipo dell’Italia di inizio ‘900. Quello che emerge di questa formazione è la sua costante attenzione per la natura, che si ripresenta costantemente nella sua opera.

Nella vita dopo la guerra fu un professore di liceo a Genova, ma conserverà sempre un’attenzione particolare per Masone, il suo paese natale, di cui sarà il primo sindaco dopo la liberazione, dopo essere stato un partigiano. C’è sempre stata una fortissima attenzione per le sue origini e per il contesto naturale e sociale che viene raccontato anche in altri libri come “La prova della fame” e “A fuoco spento”, gli altri due volumi che costituiscono una “trilogia” di Pastorino sul primo conflitto mondiale, cosa che ha fatto apprezzare la sua opera anche ad altri grandi autori come, ad esempio, Mario Rigoni Stern, maestro nella descrizione naturale.

Francesco De Nicola sarà presente al festival "Tra le rocce e il cielo" domenica 22 agosto 2010 alle ore 1645 al teatro comunale di Sant'Anna in occasione della presentazione della nuova edizione del libro di Carlo Pastorino "La prova del fuoco".

CARLO PASTORINO: UN ATTESO RITORNO




In copertina Carlo Pastorino e Salvatore Donzelli sul Corno di Vallarsa, 1917.

E' una grandissima emozione tenere fra le mani questo libro, finalmente ritrovato, dopo più di vent'anni di oblio.

Se ne sta qui, silenzioso, odoroso di carta nuova, nella sua nitida veste chiara, semplice e schietta, come la prosa dello scrittore che lo vergò, ormai quasi ottant'anni fa.

E’ “La prova del fuoco”, di Carlo Pastorino, nella sua nuova edizione Egon - Emanuela Zandonai Editore.

Perché questo libro ci stava così tanto a cuore da spingerci, Mario Martinelli ed io, a cercare per più di due anni, con insistenza e cocciutaggine, un editore disposto a ridargli nuova vita? E non un editore qualunque, di quelli che in questi anni riempiono gli scaffali di volumi stampati al laser destinati a durare due mesi o tre.

No, cercavamo un editore sensibile, colto, capace di comprendere il valore di questo testo, e di dargli la visibilità e la durata che merita.

Il fatto è che vivendo in Vallarsa si ha la sensazione di camminare in mezzo a una folla silenziosa, anche quando si è del tutto soli. Calcando i piedi su questa terra che l'estate illumina di verde e fiorisce di gigli martagoni, si sente con forza la presenza di chi qui ha passato i suoi giorni prima di noi.

E' una piccola valle questa, racchiusa fra il massiccio del Pasubio e quello del Carega, così breve che la si può abbracciare tutta con lo sguardo, da cima a fondo. Pochi abitanti, una manciata di case spruzzate sui suoi fianchi irsuti di boschi e di cuscini di erica. Pochissimo traffico. Molto silenzio.

E così, la mattina, in piedi sulla sommità della collina, sotto i pinnacoli vertiginosi delle Piccole Dolomiti che sembrano così vicini da poterli toccare con le dita, e spaziando con gli occhi per tutta questa terra verde che si distende chiara ai nostri piedi, si fa davvero fatica a credere che qui si siano combattute alcune fra le battaglie più feroci della Prima Guerra Mondiale.

Guardando il colle del Parmesan, laggiù, a poche centinaia di metri, un panettone di terra dalle forme morbide e materne, si deve fare uno sforzo per ricordarsi che lì, fra l’8 e il 12 giugno del 1916, sono morti duemila soldati. Duemila uomini, in soli quattro giorni. Invano, perché l’assalto italiano non mosse le posizioni nemiche che di pochi futili metri.

Poco lontano c’è quello che la gente del posto chiama “il prato dei bottoni”. Il corpi si sono sciolti nella terra, e di loro solo questo è rimasto. Bottoni.

E così si potrebbe proseguire all’infinito. Perché qui ogni anfratto, ogni rotondità, ogni cresta, ogni vallone raduna muto i suoi morti. Decine di migliaia. C’è chi dice centomila. Tutti racchiusi in questo piccolo catino verde.

Ecco perché ci dà grande emozione tenere fra le mani questa nuova edizione del libro di Pastorino. Lui c’era, qui, allora. Ha visto. Ha vissuto. E’ rimasto per mesi tenacemente aggrappato a queste rocce “come le rondini ai cornicioni di una casa”, per usare parole sue. E nonostante quello che ha attraversato sia esperienza da togliere il sonno e la ragione, è riuscito a restituircene un racconto limpido e asciutto. Commosso, spesso. Ma anche estremamente lucido, e capace, nel resoconto nudo dei fatti di guerra, di raggiungere una cruda e essenziale concretezza che ci mette l’orrore ben chiaro davanti agli occhi. “Scagnetti portò una gravina. Presi io la gravina e scavai nello spiazzo sul quale era la tenda. La punta acuminata penetrò in qualche cosa di molle, e un non so che di liquido schizzò su. E col liquido ci investì un orribile fetore. Scagnetti si allontanò, inorridito. – E’ un morto! – gridò, poi, a distanza. Era un nemico. Povero nemico! E io avevo dormito, la notte, sopra di lui. Ora lo ricoprimmo ben bene, con molta terra, e la tenda fu trasportata più in là.”

Così è Pastorino. Senza veli. Senza artifici retorici. Rivelatore, in questo, della sua matrice contadina, non guastata nella sua concretezza dagli studi letterari terminati poco prima che la storia lo precipitasse qui, sugli orli scoscesi di queste rocce. Verso la retorica continuerà a nutrire, del resto, una desolata avversione. Troppo atroce l’evidenza di quel che gli sta sotto gli occhi, per poter sopportare le parole di chi la vela e la imbelletta. “Vieni, leggi qui – mi disse un altro mattino Donzelli. Era una rivista con poesie di guerra: e portavano una firma famosa. Io lessi; egli mi ascoltava tacendo. Tutt’a un tratto scattai e buttai via la rivista. C’era tanta vuotezza in quelle poesie, che noi ci sentimmo colpiti come da un’offesa fatta a noi stessi. (…) C’era in noi l’impressione che il poeta non capisse nulla della guerra, che nulla sentisse; che per lui la guerra altro non fosse che un campo d’immagini nuove, di coreografie impensate, di spettacoli grandiosi: questo, e nulla più. E, chissà mai perché, si correva col pensiero a Nerone e all’incendio di Roma.”


Figlio di contadini, nato a Masone, in Liguria, nel 1887, riesce, nonostante le condizioni umili della famiglia, a compiere con merito gli studi letterari. Porta, nella durissima esperienza degli anni di guerra, questo bagaglio di sensibilità e cultura, che gli darà occhi acuti e commossi nel vedere la miseria della condizione che condivide con i suoi uomini, e con quegli uomini, pochi metri più in là, a cui vien dato il nome di nemici. “La guida si ferma e si batte la fronte. E’ disorientata: non ci capisce più nulla, e non è sicura se camminando così si arriverà mai. Riprendiamo tuttavia a muoverci: con cautela e tastando anche con le mani. Lo star fermi sotto la pioggia è impossibile. La nostra condizione è estremamente pietosa: il freddo va al cuore. Si battono i denti: si è pulcini, miserelli: ogni residuo di forza scompare.” E ancora: “Dalle vette più alte e dalle feritoie delle gallerie vedo anche alcuni versanti dei monti tenuti dal nemico. Osservo i sentieri aperti fra la neve, dove lunghe teorie di puntini neri si muovono. Sono uomini: i nemici. Rimango lì a lungo col binocolo agli occhi; e penso: poveri nemici: essi, là, soffrono come noi, qui. Anch’essi camminano nella neve e anch’essi versano lacrime furtive: e le lacrime si raggelano all’orlo degli occhi. Salgono, lentamente, affaticati: portano pesi sulle spalle: munizioni e viveri. Salgono alla loro linea la quale, a guardare di qui, è visibilissima: è anch’essa simile a una serpeggiante viottola di talpa, a pochi metri dall’altra, la nemica, che è la nostra. Perché noi, per essi, siamo i nemici.”


Eppure, nonostante l’acuta consapevolezza della morte e della distruzione che lo circondano, Pastorino riesce ad attraversare questa disarticolante esperienza senza mai perdere la propria dignità umana. Capace persino, in mezzo a una realtà in cui “tutto mi appare informe, caotico, senza alcuna stabilità”, di vedere la bellezza del mondo che lo circonda, giungendo ad amare profondamente i posti impervi in cui la sorte lo ha costretto a vivere. Così, ad esempio, di ritorno da una licenza a casa: “Al passo delle Dolomiti la neve era altissima. Il camion entrò in una magnifica galleria, aperta in essa; e quando ne uscì, s’era nella Vallarsa. Io la salutai con gioia, la Vallarsa, e mi pareva d’esser tornato a casa mia. Rivedevo tutti i miei monti: erano candidi, e brillavano al sole. Non mi erano mai apparsi così belli.”


E così, mentre con gli occhi seguiamo gli spostamenti di Pastorino lungo i fianchi della montagna

(ecco lì il Trappola, la sua prima tappa all’arrivo; e là sopra il Corno Battisti, dove ha passato mesi arroccato coi suoi uomini, mesi interminabili di durissima prima linea. E là sotto il cimitero militare di Anghebeni, che ha dato origine a pagine intensissime sulla sorte dei poveri, destinati a esser carne da cannone, mentre chi può vive, bene, imboscato nelle retrovie), il cuore ci si stringe per l'emozione, perché sappiamo che ora questo libro è tornato al suo giusto posto. Sugli scaffali delle librerie, nelle scuole, e fra le mani dei lettori. A ricordare, assieme alle opere di Remarque, di Junger, di Lussu, che cosa sia stata veramente la Grande Guerra.


Fiorenza Aste


Foto dall'archivio di Vallechiara di Masone, per gentile concessione della Famiglia Pastorino. Tutti i diritti riservati.

martedì 10 agosto 2010

LA PROVA DEL FUOCO DI CARLO PASTORINO: IL RISCATTO DI UN LIBRO DIMENTICATO

In copertina: Carlo Pastorino e Salvatore Donzelli sul Monte Corno di Vallarsa, 1917.

Domenica 22 agosto 2010, alle 16,45 presso il Teatro Comunale di S. Anna di Vallarsa, nell'ambito della seconda edizione della manifestazione TRA LE ROCCE E IL CIELO, vedrà ufficialmente la luce la nuova edizione Egon di Emanuela Zandonai Editore del libro LA PROVA DEL FUOCO, dello scrittore CARLO PASTORINO, con postfazione letteraria del prof. Francesco De Nicola, e postfazione storica del dott. Gregorio Pezzato.


Figlio di contadini, nato nel 1887 a Masone, sull’Appennino ligure, Carlo Pastorino trascorse quasi un anno, dal luglio 1916 alla fine di aprile del 1917, sul Monte Trappola, alle pendici del Corno Battisti di Vallarsa. Riuscì ad attraversare le prove durissime cui lo sottopose la guerra con occhio chiaro e profondamente umano e a restituirne un racconto limpido e asciutto nella sua opera LA PROVA DEL FUOCO.

Pubblicato per la prima volta nel 1926, il romanzo ricevette un’accoglienza calorosa da parte della critica, al punto che Giovanni Titta Rosa lo definì il più bello di quanti ne avesse letti sulla guerra e Giuseppe Prezzolini lo adottò come testo di lettura per i suoi corsi universitari alla Columbia University di New York. In tempi più recenti, Mario Isnenghi presentò i testi di Pastorino come "libri del ritorno dalla guerra alla pace".


Ma il successo di pubblico fu perfino più appassionato, tanto che il libro totalizzò, nell’arco di sessant’anni, una trentina di edizioni, l’ultima delle quali risale al 1989, per i tipi delle edizioni Marietti, ben presto andata esaurita. Dopo di allora il romanzo non era stato più ristampato, finendo così in questi ultimi anni per cadere in dimenticanza.


Ora, finalmente, dopo quasi trent'anni, LA PROVA DEL FUOCO torna a vedere la luce: "vibrando con la medesima forza dei capolavori di Fenoglio e Rigoni Stern, le sue pagine ci restituiscono le cose vere e della guerra nella loro cruda, eloquentissima essenza." (Simone Rizzo)