Visualizzazione post con etichetta romanzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta romanzo. Mostra tutti i post

venerdì 3 agosto 2012

IL LUPO DI BOSCO STROVO



All’entrata del Bosco Strovo, così chiamato perché i suoi alberi crescevano talmente fitti da impedire che un raggio di luce vi penetrasse, era posto un cartello che metteva in guardia chi avesse avuto l’idea di entrarvi. Chi lo facesse, recitava l’avviso, l’avrebbe fatto a proprio rischio e pericolo. Era opinione comune infatti, tra i jobreri, che il Bosco Strovo fosse il rifugio di belve feroci e in particolare dei lupi; e anche se di recente non si avevano notizie di particolari incidenti era comunque fuor di dubbio che il bosco, in passato, era stato teatro di numerosi episodi inquietanti. Ora la gente della valle semplicemente evitava quel luogo sinistro, e il Bosco Strovo s’infittiva sempre più. Anche il sentiero che ne consentiva l’accesso s’era talmente inselvatichito da risultare pressoché invisibile. E il cartello ormai sembrava messo lì per beffa.

Tuttavia un giorno di mezza stagione, di quelli che non intimoriscono con il caldo e non immalinconiscono con il freddo, un vagabondo si trovò a passare da quelle parti. Notando l’avviso, che pareva contenere una velata minaccia o perlomeno una sorta di divieto, fu spinto dalla curiosità a cercare nell’intrico dei rovi il passaggio e a infilarsi senza indugio nel Bosco Strovo; dopotutto che cosa aveva da perdere uno come lui? Un vagabondo che errava per il mondo godendo delle meraviglie della natura, e che era perennemente alla ricerca di situazioni insolite da trasformare in storie che avrebbe raccontato nei filò durante l’inverno? Lo avrebbero pagato con una fetta di polenta e un pezzo di formaggio, e a lui non occorreva altro per deliziarsi della vita che si era trovato a portare avanti fino a quel tempo.

Entrò dunque nella selva senza tentennamenti. E, dopo essersi fatto strada tra rovi per niente ospitali, si trovò in un magnifico bosco di piante ad alto fusto che con la loro chioma centenaria creavano un’ombra simile alla notte. Camminò per un’ora nella direzione del sole che tramontava, finché raggiunse una radura che sembrava l’ideale per accamparvisi e trascorrervi la notte.

Il fuoco acceso riversava un bel tepore nell’oscurità che stava intorno, e non disturbava la contemplazione delle miriadi di stelle che si affacciavano sopra lo spiazzo boschivo. In quel pezzo di cielo, cinto dalla chioma degli alberi, s’intravedeva una minuscola porzione dell’universo in cui siamo immersi. Il vagabondo era sempre confortato da quella contemplazione, e gli sarebbe bastato anche un solo centimetro quadrato di quel cielo per moltiplicarlo all’infinito e sentirsi lieto.

La notte passò così, come una mano vellutata che sfiora le cose sepolte dal buio, e le accarezza come farebbe una madre con il proprio bambino, e poi si dilegua senza lasciare traccia.

L’alba lo colse quasi di sorpresa. Il sole, ancora basso sull’orizzonte, infilava piano piano i suoi sottili raggi tra le foglie immobili degli alberi che circondavano la radura. Forse, uno di quei raggi andò a posarsi su di un nido, e i due fringuelli che vi si trovavano non resistettero più, e dettero inizio a un doppio cinguettio di letizia per il nuovo giorno che si presentava sotto i migliori auspici.

Il vagabondo si scosse. Si mise seduto, spazzò via con la mano le poche gocce di rugiada che ancora si attardavano sui suoi vestiti, poi stette per un lungo istante con gli occhi chiusi, ad ascoltare i vivaci rumori del bosco risvegliato.

I canti si accendevano qua e là, in alto e in basso, tutt’intorno alla radura: a quello dei fringuelli rispondeva il gorgheggio melodioso dei cardellini, al ciangottio dello scricciolo ribattevano il trillo del codirosso e i pigolii delle cince, mentre da lontano giungeva il grido del falco.

Tutto ciò ebbe l’effetto di produrre un certo languorino nello stomaco del vagabondo, il quale si affrettò a cavar di tasca del pane e un pezzo di formaggio, rimasugli della cena consumata la sera precedente. Terminato il breve pasto, il sole aveva ormai preso possesso di quasi tutta la radura. Era ora di alzarsi e di riprendere l’esplorazione.

Tuttavia qualcosa tratteneva l’uomo in quel luogo incantato. Osservava l’erba raddrizzarsi alla luce del sole, e quei piccoli fiori bianchi simili a candide margheritine tentare, con poco successo, di farsi notare più dei vistosi fiori gialli che sembravano i veri padroni del prato. Poi, gettando indietro il capo e alzando lo sguardo, lasciava che i raggi di sole giocassero tra mille riverberi con le foglie degli alberi e con le sue palpebre.

Una morbida brezza cominciò ad accarezzare il suo viso. Un odore singolare, un profumo insolito, penetrò nelle sue narici. Che poteva essere? Un fiore inconsueto che sprigionava la sua fragranza? O si trattava forse di tutto l’insieme degli effluvi boschivi e mattutini?

A dire il vero qualcosa gli ricordò l’odore dell’ambra. Anzi, adesso che ci pensava gli sembrava proprio quel caratteristico e inconfondibile aroma. Ma che c’entrava lì, in quel momento situato al margine dello scorrere del tempo?

Girò su se stesso, guardando, osservando, cercando di comprendere se vi fosse qualcosa da comprendere. No. Quella natura, pur con il suo tripudio di suoni, sembrava tacere. O, perlomeno, pareva che non avesse risposte da dare. Solo il cielo, a un certo punto, iniziò a comunicare con un linguaggio di nuvole bianche. Già, quel lembo di cielo che copriva la radura venne attraversato da una sequenza di nubi, messe in bella fila e dalle forme più bizzarre, le quali contenevano senz’altro un qualche tipo di messaggio, se fosse stato di conoscerne la chiave di lettura.

L’uomo si sdraiò di nuovo sull’erba asciutta. Con le mani sotto la testa, permise che il suo sguardo seguisse la carovana di nembi che si muoveva verso oriente. E su quella rotta misteriosa, in una lunga scia di silenzio, le bianche forme diventavano curiose, si facevano via via più stravaganti, si trasformavano in bislacchi profili, e infine tornavano a sagome più comprensibili o si dissolvevano nel nulla.

Immerso in tale contemplazione, il vagabondo si accorse, o per meglio dire credette, di poter modificare la struttura di quei vapori lattei, e per un momento si trastullò con l’idea di essere diventato un fabbricatore di nuvole.

D’un tratto la brezza parve aver cambiato direzione, e l’odore d’ambra si fece più forte. L’uomo ne fu distratto, i suoi occhi si chiusero per poter annusare meglio. Tuttavia gli riuscì di percepire solo un lieve respiro, come un tiepido ansimare, a cui non fece molto caso, nonostante quel sospirare gli si facesse sempre più vicino.
All’odore dell’ambra si sostituì la forte sensazione della presenza di qualcuno, o qualcosa. Allora, in modo del tutto istintivo, si trovò con gli occhi spalancati, e vide, incorniciato dalla sorpresa, il muso rovescio di un lupo.

Togliersi dall’incomoda posizione, alzarsi in piedi e compiere un balzo all’indietro di un paio di metri fu un tutt’uno. Dopodiché rimase immobile, senza essere in grado di emettere un suono, né tantomeno di formulare un pensiero, a fissare l’arcaico animale protagonista di infiniti racconti.

Da parte sua il lupo, che appariva del tutto mansueto, si accucciò sulle zampe posteriori. Dopo aver sbadigliato un paio di volte si rivolse al vagabondo e, con voce calma, gli disse: - Buongiorno!

Il pover’uomo, che non riusciva a riaversi dallo stupore e non si capacitava di trovare una spiegazione a ciò che gli stava avvenendo, cercò di rispondere con disinvoltura, ma gli uscì dalla gola soltanto un maldestro grugnito.

- Potete rimettervi seduto. – continuò il lupo – Non sono pericoloso. Non mi nutro di carne umana, la trovo talmente immonda… 

A questo punto il vagabondo non seppe se sentirsi offeso e, con la voce dell’indignato, domandò: - Che cosa intendete per… immonda?

- Intendo dire: corrotta, impura. L’uomo è l’unico essere vivente che mangia tutto, erbe, piante, animali, perfino il suo simile, perfino se stesso! Capirete che le sue carni non sono mai di un sapore uguale, la sua dieta varia troppo e spazia ovunque.

A quelle parole il vagabondo si avvicinò di qualche passo...


Anticipazione dal nuovo libro di Mario Martinelli.
Lavoro in corso.

martedì 10 agosto 2010

LA PROVA DEL FUOCO DI CARLO PASTORINO: IL RISCATTO DI UN LIBRO DIMENTICATO

In copertina: Carlo Pastorino e Salvatore Donzelli sul Monte Corno di Vallarsa, 1917.

Domenica 22 agosto 2010, alle 16,45 presso il Teatro Comunale di S. Anna di Vallarsa, nell'ambito della seconda edizione della manifestazione TRA LE ROCCE E IL CIELO, vedrà ufficialmente la luce la nuova edizione Egon di Emanuela Zandonai Editore del libro LA PROVA DEL FUOCO, dello scrittore CARLO PASTORINO, con postfazione letteraria del prof. Francesco De Nicola, e postfazione storica del dott. Gregorio Pezzato.


Figlio di contadini, nato nel 1887 a Masone, sull’Appennino ligure, Carlo Pastorino trascorse quasi un anno, dal luglio 1916 alla fine di aprile del 1917, sul Monte Trappola, alle pendici del Corno Battisti di Vallarsa. Riuscì ad attraversare le prove durissime cui lo sottopose la guerra con occhio chiaro e profondamente umano e a restituirne un racconto limpido e asciutto nella sua opera LA PROVA DEL FUOCO.

Pubblicato per la prima volta nel 1926, il romanzo ricevette un’accoglienza calorosa da parte della critica, al punto che Giovanni Titta Rosa lo definì il più bello di quanti ne avesse letti sulla guerra e Giuseppe Prezzolini lo adottò come testo di lettura per i suoi corsi universitari alla Columbia University di New York. In tempi più recenti, Mario Isnenghi presentò i testi di Pastorino come "libri del ritorno dalla guerra alla pace".


Ma il successo di pubblico fu perfino più appassionato, tanto che il libro totalizzò, nell’arco di sessant’anni, una trentina di edizioni, l’ultima delle quali risale al 1989, per i tipi delle edizioni Marietti, ben presto andata esaurita. Dopo di allora il romanzo non era stato più ristampato, finendo così in questi ultimi anni per cadere in dimenticanza.


Ora, finalmente, dopo quasi trent'anni, LA PROVA DEL FUOCO torna a vedere la luce: "vibrando con la medesima forza dei capolavori di Fenoglio e Rigoni Stern, le sue pagine ci restituiscono le cose vere e della guerra nella loro cruda, eloquentissima essenza." (Simone Rizzo)