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lunedì 21 ottobre 2013

"Voglio raccontare le cose del mondo prima che scompaiano", intervista a Michele Dalla Palma

Michele Dalla Palma, fotografo, scrittore, alpinista racconta la sua esperienza: un brutto incidente, una diagnosi di invalidità permanente, e poi altri viaggi, i più belli "Voglio raccontare le cose del mondo prima che scompaiano". E Dalla palma lo fa grazie alla sua macchina fotografica e alla penna.
"La montagna, intesa come limite, è quel punto che tu senti di dover raggiungere per vedere cosa c'è dietro".


giovedì 11 luglio 2013

Evasione: l'alpinismo secondo Elio Orlandi




Io inizierei parlando di te e di quella che è la tua grande passione: l’alpinismo. Come ti sei avvicinato a questa attività?
Se dobbiamo parlare dei primordi, possiamo dire che mi sono avvicinato all’alpinismo in maniera un po’ “anomala”: venendo da una famiglia povera di montagna, la montagna l’ho imparata a vivere molto presto, e soprattutto attraverso i lavori di fatica, che poi mi hanno formato anche fisicamente, rendendomi pronto poi all’attività di scalata. La fienagione, la cura delle bestie, l’attività di sussistenza necessaria per una famiglia contadina. Si doveva vivere di montagna, tirarne fuori le risorse per vivere. Diciamo che queste sono le mie origini.
Poi è venuta l’adolescenza, la sete di conoscenza, il gruppo di amici, tutte cose che mi hanno spinto verso le pareti, l’alta montagna, l’alpinismo in senso stretto, quindi tutti quegli aspetti della montagna che vanno oltre la necessità per la sopravvivenza.
Questa sete di conoscenza col tempo mi ha portato a girare il mondo con la voglia di conoscerlo. Nella prima parte in assenza completa di soldi, addirittura le mie prime spedizioni in Patagonia le ho fatte aprendo mutui in banca, tanto forte era il desiderio di conoscere, di vedere. Poi è iniziata la mia attività imprenditoriale, che mi ha permesso di autofinanziarmi e di sostenere questa attività di alpinismo.
Ci tengo molto a dire che non ho mai accettato un contratto con uno sponsor, per me è molto importante vivere la “mia” montagna, dove “mia” è da intendersi in senso largo, senza condizionamenti di entrate economiche o di valori.



Mi interessa molto questo passaggio dalla montagna più “faticosa”, fatta di privazioni di lavoro, e questa sete di conoscenza che conduce all’alpinismo. Per te la tua attività alpinistica è una sorta di “altra faccia della medaglia” della montagna, oppure nasce da un desiderio di evasione dai lati negativi della montagna?
La parola “evasione” mi piace moltissimo, va bene. Anche oggi spesso vivo l’alpinismo come un’evasione. Evasione dalle responsabilità legate al lavoro, dalle fatiche quotidiane, dalle incombenze ed impegni burocratici.
Uno dei piaceri legati all’alpinismo è proprio che attraverso esso posso “staccare la spina”, conoscere il mondo, le tante sfaccettature della realtà della montagna, ma in più l’alpinismo fornisce anche risorse non solo fisiche, anche mentali e psicologiche, per affrontare i problemi nella vita comune.



Hai parlato anche del tuo lavoro, che ti permette di sostenere economicamente l’attività di alpinista. Che lavoro fai, e quali problemi di conciliare lavoro e alpinismo?
Io ho sempre voluto dare al mio alpinismo un’impostazione diversa, “normale”, che quindi non prevedendo sponsor, richiede anche più impegno nel coniugarla con un’attività che ti dia le risorse per vivere e per andare in montagna.
In questo ho cercato di darmi anche sotto il profilo lavorativo un collegamento con la “verticalità”, con la montagna: il mio lavoro sostanzialmente, oltre alla guida alpina, consiste nella messa in sicurezza delle pareti rocciose.
Ovviamente per il tipo di lavoro che facciamo, la parte burocratica è quella che crea più difficoltà, rende più oneroso il lavoro e, quindi, più difficile coniugarlo con l’alpinismo. La burocrazia si sta facendo asfissiante e questo non aiuta a tenere assieme lavoro e montagna.
Però la dimensione del lavoro, della responsabilità anche nei confronti della famiglia, è essenziale, permette di vivere anche le altre cose appieno: avere una propria professionalità permette di vivere la montagna senza condizionamenti né morali né materiali poi, per carità, per altri forse è giusto che accada visto che gli sponsor aiutano, ma se sei una persona sensibile alla responsabilità il condizionamento è inevitabile, e io questo non lo voglio.
Ritengo che l’alpinismo sia una delle ultime libertà che ci sono rimaste di vivere un’esperienza “in solitaria”, in maniera personale, in un’ottica, come si diceva prima, di “evasione” dal quotidiano. Per questo motivo credo che questa libertà non vada limitata, che si debba evitare ogni condizionamento. Poi per carità, si può vivere la montagna in molti modi e ognuno ha il suo.


Relativamente presto rispetto all’inizio della tua attività, ti sei avvicinato a destinazioni un po’ più insolite, come le Ande, aprendo fra l’altro molte vie nuove, sperimentando nuovi percorsi. Definiresti “pionieristico” il tuo alpinismo? La scoperta e la novità, l’imprevisto, sono ancora vivi nell’alpinismo, o si ha l’impressione che si sia “scoperto tutto”?
No, non si è scoperto tutto, non si finisce mai con la scoperta. Io vivo proprio l’alpinismo come fonte inesauribile di novità, di ricerca. Questo desiderio dell’ignoto credo che sia insito in ogni individuo, ogni persona che si mette in cerca.
Anche io sono passato e spesso ripasso dalle ripetizioni di percorsi miei, da scalate sulle orme di chi è venuto prima di me, soprattutto con grande rispetto perché le vie che conosciamo sono state aperte da chi ci ha fatto avvicinare all’alpinismo, dai nostri “maestri”. Sono loro che ci hanno insegnato ad entrare per gradi nella montagna e nell’alpinismo.
Io credo che non si debba mai dare confini o limiti a fantasia e immaginazione.



A questa edizione del Festival “Tra le rocce e il cielo” tu presenti la tua ultima “fatica” letteraria: “Il richiamo dei sogni. La montagna in punta di piedi”. Ecco, quando ho letto il titolo mi ha colpito soprattutto la seconda frase, perché sembra quasi un “programma” di un’altra idea di alpinismo. E’ così? Ci vuoi parlare della tua idea di alpinismo?
Guarda, in questo primo periodo dalla pubblicazione sono meravigliato da quante telefonate mi arrivano, ogni giorno, di persone che sono d’accordo su come scrivo di montagna e di alpinismo.
Io nel libro ho cercato di raccogliere vicende e racconti, ma non ho inteso fare un libro solo sulla vita di montagna o sull’esperienza della scalata. La più grande fatica e il mio obiettivo in questo libro era provare a portare a galla la mia interiorità. Le mie emozioni, i miei sentimenti, cercare di descriverli e di parlare di quelle piccole cose che fanno grande l’esperienza di montagna.
Intendiamoci, piccole cose che fanno grandi non solo le grandi scalate, i grandi viaggi, ma anche le esperienze più minute: l’ombra, le nebbie, le origini, una passeggiata nel bosco, cose umili ma importanti.
Credo e spero di aver creato qualcosa di diverso, di un po’ “fuori dalla norma”. Difatti sono felice quando questo libro viene definito un “quaderno o diario dell’anima”, come qualcuno ha fatto. Questo conferma l’idea che animava il libro quando ho pensato di scriverlo, e che è passata a chi lo ha letto.



Infine parliamo di un’altra tua attività e passione, che è collegata al tuo libro: quella del documentarista. Da quanto fai questa attività, come ti ci sei avvicinato e che cosa vuoi trasmettere con i tuoi documentari?
Diciamo che cerco di evitare di parlare solo dell’atto della scalata: non voglio descrivere il mio andare in vetta, la grande impresa, i grandi rischi. Sono cose che, anche nel nostro mondo, ormai sono scontate.
Ci sono anche dei canali televisivi che a volte trattano di alpinismo e non, ma alla fine non fanno altro che “gossip” o enfatizzazione sull’alpinismo e la sua storia.
Cerco soprattutto, come ho cercato anche nel libro, di far emergere le sensazioni, le emozioni, non tanto il grado di difficoltà o la bravura degli alpinisti.

Vuoi ripercorrere un po’ la tua attività attraverso qualche titolo che, a tuo parere, esprime meglio quello che cerchi di fare?
Nei miei documentari voglio ogni volta rappresentare una faccia diversa della montagna, esplorare tutte le sfaccettature di questo mondo.
Fra i primi potrei citare “Cuore di Ghiaccio” che cerca di trasmettere l’umanità, la crescita, la costruzione di valori che possono derivare anche da un’esperienza negativa, quando non tutto va per il verso giusto.
Poi c’è il documentario che ho fatto in ricordo di Cesarino Fava, in cui trasmetto la voglia di vivere e di conoscere di una persona che aveva già passato la soglia degli ottant’anni e che comunque era in grado di trascinare con sé altre persone.
Uno degli ultimi lavori che è “Bambini di Hushe”, invece è un’esortazione alla solidarietà, al fatto che essa può ancora essere un valore, attraverso questi villaggi del Karakorum che hanno un’incredibile necessità di aiuto, di sostegno.
Poi ho realizzato anche filmati che si concentrano sulla salita in vetta vera e propria, ma anche in questi casi dietro la salita c’è il racconto del rapporto umano e dei veri valori che la montagna è in grado di trasmettere.

Perfetto, io ti ringrazio per il tuo tempo, e ci vediamo al Festival!
Certamente, a presto!

 Ludovico Rella

ludovico_rella@yahoo.it

venerdì 3 agosto 2012

IL LUPO DI BOSCO STROVO



All’entrata del Bosco Strovo, così chiamato perché i suoi alberi crescevano talmente fitti da impedire che un raggio di luce vi penetrasse, era posto un cartello che metteva in guardia chi avesse avuto l’idea di entrarvi. Chi lo facesse, recitava l’avviso, l’avrebbe fatto a proprio rischio e pericolo. Era opinione comune infatti, tra i jobreri, che il Bosco Strovo fosse il rifugio di belve feroci e in particolare dei lupi; e anche se di recente non si avevano notizie di particolari incidenti era comunque fuor di dubbio che il bosco, in passato, era stato teatro di numerosi episodi inquietanti. Ora la gente della valle semplicemente evitava quel luogo sinistro, e il Bosco Strovo s’infittiva sempre più. Anche il sentiero che ne consentiva l’accesso s’era talmente inselvatichito da risultare pressoché invisibile. E il cartello ormai sembrava messo lì per beffa.

Tuttavia un giorno di mezza stagione, di quelli che non intimoriscono con il caldo e non immalinconiscono con il freddo, un vagabondo si trovò a passare da quelle parti. Notando l’avviso, che pareva contenere una velata minaccia o perlomeno una sorta di divieto, fu spinto dalla curiosità a cercare nell’intrico dei rovi il passaggio e a infilarsi senza indugio nel Bosco Strovo; dopotutto che cosa aveva da perdere uno come lui? Un vagabondo che errava per il mondo godendo delle meraviglie della natura, e che era perennemente alla ricerca di situazioni insolite da trasformare in storie che avrebbe raccontato nei filò durante l’inverno? Lo avrebbero pagato con una fetta di polenta e un pezzo di formaggio, e a lui non occorreva altro per deliziarsi della vita che si era trovato a portare avanti fino a quel tempo.

Entrò dunque nella selva senza tentennamenti. E, dopo essersi fatto strada tra rovi per niente ospitali, si trovò in un magnifico bosco di piante ad alto fusto che con la loro chioma centenaria creavano un’ombra simile alla notte. Camminò per un’ora nella direzione del sole che tramontava, finché raggiunse una radura che sembrava l’ideale per accamparvisi e trascorrervi la notte.

Il fuoco acceso riversava un bel tepore nell’oscurità che stava intorno, e non disturbava la contemplazione delle miriadi di stelle che si affacciavano sopra lo spiazzo boschivo. In quel pezzo di cielo, cinto dalla chioma degli alberi, s’intravedeva una minuscola porzione dell’universo in cui siamo immersi. Il vagabondo era sempre confortato da quella contemplazione, e gli sarebbe bastato anche un solo centimetro quadrato di quel cielo per moltiplicarlo all’infinito e sentirsi lieto.

La notte passò così, come una mano vellutata che sfiora le cose sepolte dal buio, e le accarezza come farebbe una madre con il proprio bambino, e poi si dilegua senza lasciare traccia.

L’alba lo colse quasi di sorpresa. Il sole, ancora basso sull’orizzonte, infilava piano piano i suoi sottili raggi tra le foglie immobili degli alberi che circondavano la radura. Forse, uno di quei raggi andò a posarsi su di un nido, e i due fringuelli che vi si trovavano non resistettero più, e dettero inizio a un doppio cinguettio di letizia per il nuovo giorno che si presentava sotto i migliori auspici.

Il vagabondo si scosse. Si mise seduto, spazzò via con la mano le poche gocce di rugiada che ancora si attardavano sui suoi vestiti, poi stette per un lungo istante con gli occhi chiusi, ad ascoltare i vivaci rumori del bosco risvegliato.

I canti si accendevano qua e là, in alto e in basso, tutt’intorno alla radura: a quello dei fringuelli rispondeva il gorgheggio melodioso dei cardellini, al ciangottio dello scricciolo ribattevano il trillo del codirosso e i pigolii delle cince, mentre da lontano giungeva il grido del falco.

Tutto ciò ebbe l’effetto di produrre un certo languorino nello stomaco del vagabondo, il quale si affrettò a cavar di tasca del pane e un pezzo di formaggio, rimasugli della cena consumata la sera precedente. Terminato il breve pasto, il sole aveva ormai preso possesso di quasi tutta la radura. Era ora di alzarsi e di riprendere l’esplorazione.

Tuttavia qualcosa tratteneva l’uomo in quel luogo incantato. Osservava l’erba raddrizzarsi alla luce del sole, e quei piccoli fiori bianchi simili a candide margheritine tentare, con poco successo, di farsi notare più dei vistosi fiori gialli che sembravano i veri padroni del prato. Poi, gettando indietro il capo e alzando lo sguardo, lasciava che i raggi di sole giocassero tra mille riverberi con le foglie degli alberi e con le sue palpebre.

Una morbida brezza cominciò ad accarezzare il suo viso. Un odore singolare, un profumo insolito, penetrò nelle sue narici. Che poteva essere? Un fiore inconsueto che sprigionava la sua fragranza? O si trattava forse di tutto l’insieme degli effluvi boschivi e mattutini?

A dire il vero qualcosa gli ricordò l’odore dell’ambra. Anzi, adesso che ci pensava gli sembrava proprio quel caratteristico e inconfondibile aroma. Ma che c’entrava lì, in quel momento situato al margine dello scorrere del tempo?

Girò su se stesso, guardando, osservando, cercando di comprendere se vi fosse qualcosa da comprendere. No. Quella natura, pur con il suo tripudio di suoni, sembrava tacere. O, perlomeno, pareva che non avesse risposte da dare. Solo il cielo, a un certo punto, iniziò a comunicare con un linguaggio di nuvole bianche. Già, quel lembo di cielo che copriva la radura venne attraversato da una sequenza di nubi, messe in bella fila e dalle forme più bizzarre, le quali contenevano senz’altro un qualche tipo di messaggio, se fosse stato di conoscerne la chiave di lettura.

L’uomo si sdraiò di nuovo sull’erba asciutta. Con le mani sotto la testa, permise che il suo sguardo seguisse la carovana di nembi che si muoveva verso oriente. E su quella rotta misteriosa, in una lunga scia di silenzio, le bianche forme diventavano curiose, si facevano via via più stravaganti, si trasformavano in bislacchi profili, e infine tornavano a sagome più comprensibili o si dissolvevano nel nulla.

Immerso in tale contemplazione, il vagabondo si accorse, o per meglio dire credette, di poter modificare la struttura di quei vapori lattei, e per un momento si trastullò con l’idea di essere diventato un fabbricatore di nuvole.

D’un tratto la brezza parve aver cambiato direzione, e l’odore d’ambra si fece più forte. L’uomo ne fu distratto, i suoi occhi si chiusero per poter annusare meglio. Tuttavia gli riuscì di percepire solo un lieve respiro, come un tiepido ansimare, a cui non fece molto caso, nonostante quel sospirare gli si facesse sempre più vicino.
All’odore dell’ambra si sostituì la forte sensazione della presenza di qualcuno, o qualcosa. Allora, in modo del tutto istintivo, si trovò con gli occhi spalancati, e vide, incorniciato dalla sorpresa, il muso rovescio di un lupo.

Togliersi dall’incomoda posizione, alzarsi in piedi e compiere un balzo all’indietro di un paio di metri fu un tutt’uno. Dopodiché rimase immobile, senza essere in grado di emettere un suono, né tantomeno di formulare un pensiero, a fissare l’arcaico animale protagonista di infiniti racconti.

Da parte sua il lupo, che appariva del tutto mansueto, si accucciò sulle zampe posteriori. Dopo aver sbadigliato un paio di volte si rivolse al vagabondo e, con voce calma, gli disse: - Buongiorno!

Il pover’uomo, che non riusciva a riaversi dallo stupore e non si capacitava di trovare una spiegazione a ciò che gli stava avvenendo, cercò di rispondere con disinvoltura, ma gli uscì dalla gola soltanto un maldestro grugnito.

- Potete rimettervi seduto. – continuò il lupo – Non sono pericoloso. Non mi nutro di carne umana, la trovo talmente immonda… 

A questo punto il vagabondo non seppe se sentirsi offeso e, con la voce dell’indignato, domandò: - Che cosa intendete per… immonda?

- Intendo dire: corrotta, impura. L’uomo è l’unico essere vivente che mangia tutto, erbe, piante, animali, perfino il suo simile, perfino se stesso! Capirete che le sue carni non sono mai di un sapore uguale, la sua dieta varia troppo e spazia ovunque.

A quelle parole il vagabondo si avvicinò di qualche passo...


Anticipazione dal nuovo libro di Mario Martinelli.
Lavoro in corso.