venerdì 19 luglio 2013

"Il mondo perduto" di Vittorio De Seta: intervista a Lucia Marana

Il Festival “Tra le Rocce e il Cielo” ospiterà una rassegna documentari di Vittorio De Seta, il regista scomparso nel 2011 e di cui ricorre quest’anno il novantesimo dalla nascita. Questi documentari sono raccolti da Feltrinelli sotto il titolo “Il mondo perduto”. Vuoi parlarci un po’ di De Seta, e che cos’è questo mondo perduto di cui parla?
Per parlare del mondo narrato da De Seta, bisogna prima parlare del personaggio e della sua biografia. E’ nato nel 1923 e morto nel 2011, quindi possiamo immaginarci quale spettro di vicende storiche e di mutamenti, quante realtà diverse ha potuto vedere durante questa lunga vita. Nato in Sicilia, in un contesto urbano come quello di Palermo, e di “buona famiglia”, ma la sua attività di regista è tutta mirata a “dare voce” ai pescatori siciliani, sardi e calabresi, ai minatori sardi, al mondo agro-pastorale del meridione d’Italia. Realtà marginali, e che erano già marginali quando, nel 1954, inizia a lavorare a questi documentari.
Lui per primo, in interviste che ha rilasciato durante la sua vita, ha detto che è stata la prigionia di guerra l'esperienza che più di tutte lo ha formato nella sua attività di documentarista, mettendolo in contatto con le persone che poi sarebbero diventate i protagonisti delle sue opere. Egli ha sempre sottolineato il “debito di gratitudine” che lo lega a quella gente, perché lo ha messo in contatto con una cultura così distante da quella metropolitana da cui veniva.
Questo “debito di gratitudine” si sostanzia in un metodo nuovo, anche rivoluzionario, di fare documentario: egli abolisce la voce narrante, non parla ma dà voce a chi ha una storia da raccontare. Non solo abolisce la voce narrante, ma anche la sceneggiatura: il suo lavoro è quello di mettere assieme le storie dopo averle ascoltate, non ha binari prefissati su cui far scorrere il lavoro.
I suoi documentari non sono commentati, hanno solo dei sottotitoli didascalici che fanno da cornice, ma la storia è fatta delle voci, dei canti, della musica, dei rumori. L’oggetto che viene filmato è veramente il soggetto del documentario, senza filtri.
De Seta affermava che, non sapendo nulla delle culture che andava a documentare, egli si rifiutava di andare a svolgere il suo lavoro con bagagli pregressi, non voleva avere questa supponenza, e l’unico modo per farlo era far parlare solo la cultura locale.




Quindi un cinema che “parla poco” e invece “fa parlare” molto?
Sì, lui stesso diceva che non riusciva a svolgere l’attività cinematografica in modo “classico”, con un team  di specialisti che concorrevano a realizzare un “prodotto”. Ci aveva provato, ma non era riuscito a farlo. No, lui concepiva per intero la sua opera, e la realizzava con pochissimi aiuti: non c’era uno sceneggiatore, un tecnico luci, un tecnico del suono e così via, e questo non per supponenza, ma per il tipo di opera che vuole mettere in atto.

Torniamo invece all’oggetto di questi documentari: qual è il “mondo perduto” di cui De Seta parla, quali sono le sue caratteristiche?
Questi documentari sono girati fra il 1954 e il 1959, quindi è la realtà dell’Italia del sud, prevalentemente contadina, progressivamente messa ai margini dal boom economico che di lì a poco si sarebbe sviluppato.
Il suo intento non è né agiografico né denigratorio: semplicemente racconta di un mondo con delle caratteristiche e che ha subito un’evoluzione lunghissima e lentissima nei secoli, che però viene radicalmente soppiantato nel giro di poco tempo.
La lentezza di quel mondo, della sua evoluzione faceva pensare che non sarebbe finito mai, che quelle tradizioni, quei mestieri, quelle comunità sarebbero rimasti in eterno, invece De Seta si chiede come sia stato possibile che tutto sia finito da un momento all’altro.
Quel mondo non va rimpianto, era un mondo anche di fatica e sofferenza, ma tutta quella cultura che quel mondo comportava non va buttata a mare, dimenticata, rimossa. Quel mondo comprendeva anche un modo di lavorare, di stare insieme e fare comunità che poi è andato perduto assieme alla fatica e alla sofferenza.



Il mondo di cui De Seta parla è molto distante, nel tempo e nello spazio, dal territorio dove ci troviamo. C’è un filo rosso che ci unisce, e se sì, quale?
Sì, la cifra comune può essere trovata nel lavoro: nel lavorare nella natura e con la natura, e nel modo in cui questo lavoro si svolge, o almeno si svolgeva in passato.
Oltre al lavoro stesso, c’è una modalità di svolgere il lavoro che è, o è stato, un’esperienza in comune: un  lavoro scandito da ricorrenze, feste, dai ritmi e dai cicli della natura, in primo luogo l’alternarsi delle stagioni. Questi ritmi e cicli si sostanziavano, come già detto, in una serie di ricorrenze e di ritualità che sono comuni, pur con modalità diverse, delle realtà agricole e in cui il lavoro si svolge all’interno dell’ambiente naturale.

Il lavoro nella natura, che è un po’ anche il filo rosso più in generale di questa edizione del festival. Una modalità di lavoro con la natura ma soprattutto stando dentro alla natura, che progressivamente rischia di essere marginalizzato, sostituito da un lavoro che sta sempre meno nei ritmi e nelle “regole” dell’ambiente naturale.
Infatti dai documentari traspare chiaramente quanto sia preponderante il ruolo della natura per i "protagonisti”, si vede come la presenza della natura sia così centrale. Intendiamoci: centrale nel bene e nel male. Perché nello svolgere le proprie attività in un modo così profondamente radicato nella natura, la vita deve adattarsi ad essa, anche soccombere ad essa quando la natura mostra più fortemente il suo volto di sofferenza, di fatica e di privazioni.
In questo la vita in montagna può avere, ed ha avuto certamente, questi punti in contatto, questa comune esperienza di una natura centrale nella vita e per la vita delle persone.
Di nuovo De Seta ha capito quanto, da un lato, si debba ringraziare di essersi “salvati” da una vita così aspra, così faticosa come quella che conducevano le popolazioni che lui riprende. Dall’altro lato, non tutto è andato perduto a ragion veduta, è scomparsa una sintonia sana con i ritmi della natura, un rapporto rispettoso per l’ambiente e la vita, che oggi va decisamente riscoperto, va ripreso in mano un modo di stare nella natura che sia, sì, più vivibile e sostenibile per l’uomo, ma che sia sostenibile anche per il mondo che ci circonda.
Pensiamo, per uscire dall’argomento, a tutto quello che di quel mondo c’era a livello culturale: a livello linguistico i dialetti, che con il fascismo prima e la televisione poi sono andati persi, dimenticati.

Ora parliamo delle altre attività che hai in programma per questa edizione del Festival: partiamo con il laboratorio di fotografia che tu curi dall’anno scorso. Di cosa si tratterà quest’anno?
Il laboratorio di fotografia quest’anno cambia argomento: mentre l’anno scorso era centrato sulla fotografia naturalistica e di paesaggio, quest’anno avrà come titolo “fotografia di reportage: storie vissute e storie raccontate”.
Vogliamo mettere in luce come la figura del fotografo, del reporter, costituisca un nesso, attraverso l’immagine, con la realtà che documenta. Il modo di porsi con ciò che si intende fotografare, quindi, è essenziale per questa attività. E’ importante, tornando a De Seta, che all’oggetto sia lasciato spazio, in modo che diventi a tutti gli effetti soggetto della propria attività di reportage, il reporter non deve debordare oltre un certo confine.
Come l’anno scorso, i partecipanti dovranno realizzare un proprio progetto fotografico, che io suggerirò abbia al centro il territorio dove ci troveremo, quindi Vallarsa, e la sua gente.
La trattazione degli argomenti partirà comunque dalla natura come punto di partenza. In fondo, perché la fotografia e l’immagine sono mezzi così potenti per veicolare un messaggio e una storia? perché sono immagini che senza la realtà non esisterebbero. Sono un’impronta del reale, anche se poi possono essere interpretate, in certo modo “piegate” alle proprie esigenze espressive, ma è la naturalità, la realtà il punto di partenza obbligato per la fotografia.
Faremo poi una carrellata sulla storia della fotografia documentaria: si parlerà quindi delle tecniche e degli strumenti di cui il reporter si serve per raccontare le sue storie, e che evoluzione hanno subito.
Il laboratorio si volgerà fra sabato e domenica. La sede la stiamo ancora decidendo, anche se probabilmente sarà il Museo della Civiltà Contadina.

E’ previsto un momento a disposizione dei partecipanti per presentare il proprio lavoro?
Certamente. Una volta assegnato un progetto, ci saranno vari momenti di discussione sulle fotografie realizzate, fra un giorno e l’altro.

Anche quest’anno il festival ospiterà una mostra fotografica di tue immagini: parlaci un po’ di questa mostra.

Guarda, come al solito le idee sono tante, anche le immagini sono molto numerose, e quindi fare una scelta è sempre difficile, quindi ancora non so bene che volto prenderà la mostra, è ancora tutto work in progress. Ti posso dire che molto probabilmente la mostra avrà al suo centro la Vallarsa, intrecciando però questa realtà con altri luoghi, ma ancora una forma ben definita non c’è.

Insomma, ci lasci un po’ di suspense: allora a presto e ci vediamo al festival!
Certamente! A presto!




La rassegna cinematografica sarà proiettata giovedì 29 agosto e venerdì 30 agosto alle 19.30 a Riva di Vallarsa.  

Ludovico Rella

ludovico_rella@yahoo.it

lunedì 15 luglio 2013

Il ritorno alla lingua madre: Gavino Ledda

Cos’è per te la lingua?
La lingua materna è una cosa, il codice linguistico è un’altra. La lingua materna è la lingua di tua madre, dei tuoi avi. Il dialetto chi ce l’ha, lo parla e lo coltiva è fortunato.
In famiglia abbiamo sempre parlato in sardo, che per fortuna è ancora una lingua viva e parlata, e fino a 21 anni ho parlato sempre e solo in lingua materna. Io non sono andato a scuola e sono stato analfabeta fino a quell’età. Io ora posso dire che ho avuto la fortuna di rimanere analfabeta fino a 21 anni, può sembrare strano ma è così, perché ho potuto scolpire dentro di me la lingua materna, che è cresciuta assieme a me.
Il sardo ha un suono magico, è una lingua bellissima. Non avendo fatto le scuole ho vissuto visceralmente il mio rapporto con la lingua materna, cosa che forse non hanno potuto fare quelli che sono andati fin da bambini a scuola. Poi, quando a 21 anni ho avuto la possibilità di recuperare gli anni di scuola, mi è stato possibile riflettere sulla mia stessa lingua, osservarla da un’altra prospettiva.
La lingua materna, quando è vissuta nella carne e nello spirito, fortifica le lingue che poi si sovrappongono, come possono essere l’italiano o l’inglese. Le lingue imparate solo per poter comunicare come l’inglese, sono utili solo per poter comunicare con più persone, ma non sono lingue in cui potremo scrivere un romanzo, o narrare realmente la nostra vita. Non ci appartengono come può appartenerci solo la lingua materna. La lingua madre è la lingua dello spirito.



Che senso può avere tutelare un dialetto o una lingua “minoritaria” in un mondo in cui molte delle lingue nazionali stanno retrocedendo a favore di linguaggi di massa come l’inglese?
Prima di tutto bisogna pensare che i dialetti e le cosiddette lingue minoritarie sono stati giudicati marginali solo per le politiche nazionali. In realtà, come è ovvio, la cosiddetta lingua minoritaria è la lingua materna di una regione o di una popolazione e come tale è la lingua maggioritaria nell’area in cui è parlata e solo per via di politiche a mio parere senza capo né coda dello stato sono state marginalizzate.
Poi, come ho detto prima, solo potendo coltivare veramente la lingua materna, facendola crescere e vivendola nella propria carne ogni giorno si può, successivamente, aggiungere altri linguaggi al proprio bagaglio, ma chi non ha una lingua materna viva e vissuta non riuscirà mai ad esprimersi completamente.

La lingua materna, nel tuo caso il sardo, cosa può fare di più e meglio dell’italiano nel narrare i luoghi e le persone che lo parlano?
Dopo quarant’anni di pratica sto ancora imparando il sardo. È una lingua particolare, unica, come particolari e uniche sono molte altre lingue madri. Tutte le lingue materne, se parlate costantemente, in famiglia come nella vita di tutti i giorni, hanno una serie di costrutti, di concetti, di modi di dire che sono peculiari e difficilmente traducibili, se non impossibili da tradurre. Questi costrutti verbali sono il frutto di secoli di utilizzo di una lingua e come tali sono lo specchio dello spirito e della carne stessa di un popolo. In un certo senso la lingua è la storia culturale di un popolo.
Ad esempio Dante non scrive così bene solo perché è Dante, ma anche e soprattutto perché lui scrive in lingua materna. La lingua di Dante è carne, è sangue, è la sua placenta, se così si può dire, e questa è la sua grandezza.
Io sono quarant’anni che cerco di ricostruire le radici del sardo, e nei miei studi ho cercato di recuperare le opere quasi dimenticate di poeti che scrivevano nella lingua ancora non toscanizzata del 1000- 1100. La “toscanizzazione” ha cambiato molto il sardo, lasciando tracce indelebili, ma questo ho potuto scoprirlo solo dopo aver recuperato gli anni della mia formazione, quando ho potuto riflettere con gli strumenti della linguistica quello che avevo appreso con il corpo nei miei primi vent’anni di vita.



Dopo questa lunga opera di riscoperta cos’è per te il sardo?
Io in questi anni mi sono ricongiunto a quello che è lo spirito della Sardegna, un qualcosa che si era perso e si stava perdendo. È stato un po’ come ricongiungersi con mia madre, senza ovviamente dimenticare e ignorare che assieme a lei ci sono anche Dante, Leonardo da Vinci e tutti i grandi personaggi che hanno contribuito a creare e rafforzare l’italiano. Ma recuperare la propria lingua di origine è prima di tutto un ritorno alla famiglia, alla madre.
L’italiano nei secoli ha perso questo carattere materno, questa capacità di narrare la carne e il sangue di chi la parla. Tutte le lingue del mondo, le lingue davvero parlate, come quella di “Padre padrone” sono in grado di catturare quelli che sono i veri cambiamenti del mondo che viviamo. I dialetti sono la lingua di un popolo, sono il popolo stesso, e come tali sono l’unico modo per narrare nella sua autenticità il popolo stesso. Per me la lingua è l’anthropos  a tutto tondo, e solo i dialetti, le lingue veramente parlate, possono narrarlo e contenerlo interamente.

Potresti anticiparci qualcosa del tuo prossimo libro, che stai completando e che uscirà a breve? Sarà un saggio o un romanzo?
Sarà un poema. Il saggio è troppo facile, non che non sia uno strumento valido per carità, ma mi sono trovato molto più a mio agio a narrare le origini del sardo in forma poetica. Di più non posso dire adesso. Spero di poter portare l’anno prossimo al vostro Festival l’opera completata…

Grazie mille per il tuo tempo e spero che ci si possa vedere al Festival.
Grazie a voi e se tutto va bene ci vedremo in Vallarsa.

Riccardo Rella

riccardo_rella@yahoo.it

sabato 13 luglio 2013

Pasubiana, piccola scuola di disegno a Tra le Rocce e il Cielo

Il Pasubio in punta di matita. Giovani artisti e fumettisti incontrano gruppi di disegnatori e appassionati e li accompagnano con escursioni sul Pasubio. Un modo diverso di vivere la montagna, con il taccuino e il lapis, si acquisiranno i ritmi nascosti del Pasubio, guardando la montagna da un aspetto diverso. A spiegarci di cosa si tratta, la sua ideatrice, Giulia Mirandola.


 

Che cos’è Pasubiana?
Pasubiana è un’esperienza dedicata al racconto del territorio e nello specifico del territorio del monte Pasubio. Prevede il coinvolgimento di una coppia di illustratori e una di fumettisti che per circa 10 giorni saranno in tre residenze sul monte Pasubio. Un’illustratrice si soffermerà sugli aspetti geologico naturalistici e soggiornerà al rifugio Lancia. Un altro illustratore affronterà temi legati all’architettura e ai manufatti della Grande Guerra e soggiornerà al rifugio Papa. La coppia di fumettisti analizzerà l’aspetto antropico legato al Monte Pasubio e tratterà tutti gli aspetti che riguardano il passaggio umano, da chi vi risiede in maniera permanente, ai turisti ecc… e risiederà a Malga Zocchi. Ciascuna residenza si concluderà con un workshop al quale partecipano dei personaggi esterni, non vicini al monte Pasubio ma vicini all’ambito dell’illustrazione e del fumetto. I workshop dureranno tre giorni e saranno condotti in aderenza a quanto ciascun autore avrà svolto in solitaria. Ciascun autore avrà la possibilità, durante il soggiorno, di essere accompagnato da alcuni esperti del territorio, storici o geologi, per una lettura del paesaggio attraverso chi conosce bene quelle specifiche realtà. Il festival “Tra le rocce e il cielo” diventa quindi il momento in cui culmina questa esperienza, perché le tre residenze che iniziano ad agosto terminano proprio in corrispondenza del Festival.
A chi è rivolta questa esperienza? Bisogna saper disegnare? Avere qualche particolare attitudine?
L’iniziativa aldilà degli autori che sono stati invitati in maniera specifica, è rivolta a chi abbia il piacere di osservare e provare a raccontare un territorio più o meno conosciuto, attraverso il linguaggio dell’illustrazione, del disegno, del fumetto. Al termine di questa esperienza ciascun autore sarà tenuto a realizzare un quaderno. Non bisogna essere degli addetti ai lavori per forza, bisogna solo aver voglia di stare in montagna, di camminare, di non stancarsi subito. Anche i workshop non sono laboratori da fermi, si sta fermi ma si cammina molto proprio perché il luogo lo si conosce solo se lo si attraversa camminando.
È la prima volta che viene fatta questa esperienza?
In questa forma, sul monte Pasubio, è la prima volta. L’esperienza del disegno, del workshop rivolto ad illustratori e disegnatori all’aperto, è un’esperienza che già succede. Mi è capitato di partecipare ad un progetto simile ma in città, con l’osservazione di un ambito urbano. In maniera intensiva e specifica non ci sono tante esperienze che scelgono di innestarsi per un periodo, seppur breve, in località di montagna, anche perché la montagna ti chiede di arrivarci. Non è lì già pronta. E questo è spesso un elemento demotivante per chi ha abitudini diverse o è semplicemente più pigro. Tornando al pubblico probabilmente non sarà un pubblico che non ha esperienza del territorio.

Alle residenze degli autori corrispondono tre workshop:

Alicia Baladan
Storie di piante, rocce e animali
da venerdì 23 a domenica 25 agosto

Antonio Marinoni
Storie di architetture, rifugi e guerra
da lunedì 26 a mercoledì 28 agosto

Marina Girardi e Rocco Lombardi
Storie di pastori, camminatori
e recuperanti
da venerdì 30 agosto a domenica 1 settembre

Le iscrizioni si chiuderanno il 15 luglio 2013.
Info sui costi del workshop e iscrizioni all’indirizzo giulia.mir@gmail.com.



Massimo Plazzer
mplazzer@gmail.com

giovedì 11 luglio 2013

Evasione: l'alpinismo secondo Elio Orlandi




Io inizierei parlando di te e di quella che è la tua grande passione: l’alpinismo. Come ti sei avvicinato a questa attività?
Se dobbiamo parlare dei primordi, possiamo dire che mi sono avvicinato all’alpinismo in maniera un po’ “anomala”: venendo da una famiglia povera di montagna, la montagna l’ho imparata a vivere molto presto, e soprattutto attraverso i lavori di fatica, che poi mi hanno formato anche fisicamente, rendendomi pronto poi all’attività di scalata. La fienagione, la cura delle bestie, l’attività di sussistenza necessaria per una famiglia contadina. Si doveva vivere di montagna, tirarne fuori le risorse per vivere. Diciamo che queste sono le mie origini.
Poi è venuta l’adolescenza, la sete di conoscenza, il gruppo di amici, tutte cose che mi hanno spinto verso le pareti, l’alta montagna, l’alpinismo in senso stretto, quindi tutti quegli aspetti della montagna che vanno oltre la necessità per la sopravvivenza.
Questa sete di conoscenza col tempo mi ha portato a girare il mondo con la voglia di conoscerlo. Nella prima parte in assenza completa di soldi, addirittura le mie prime spedizioni in Patagonia le ho fatte aprendo mutui in banca, tanto forte era il desiderio di conoscere, di vedere. Poi è iniziata la mia attività imprenditoriale, che mi ha permesso di autofinanziarmi e di sostenere questa attività di alpinismo.
Ci tengo molto a dire che non ho mai accettato un contratto con uno sponsor, per me è molto importante vivere la “mia” montagna, dove “mia” è da intendersi in senso largo, senza condizionamenti di entrate economiche o di valori.



Mi interessa molto questo passaggio dalla montagna più “faticosa”, fatta di privazioni di lavoro, e questa sete di conoscenza che conduce all’alpinismo. Per te la tua attività alpinistica è una sorta di “altra faccia della medaglia” della montagna, oppure nasce da un desiderio di evasione dai lati negativi della montagna?
La parola “evasione” mi piace moltissimo, va bene. Anche oggi spesso vivo l’alpinismo come un’evasione. Evasione dalle responsabilità legate al lavoro, dalle fatiche quotidiane, dalle incombenze ed impegni burocratici.
Uno dei piaceri legati all’alpinismo è proprio che attraverso esso posso “staccare la spina”, conoscere il mondo, le tante sfaccettature della realtà della montagna, ma in più l’alpinismo fornisce anche risorse non solo fisiche, anche mentali e psicologiche, per affrontare i problemi nella vita comune.



Hai parlato anche del tuo lavoro, che ti permette di sostenere economicamente l’attività di alpinista. Che lavoro fai, e quali problemi di conciliare lavoro e alpinismo?
Io ho sempre voluto dare al mio alpinismo un’impostazione diversa, “normale”, che quindi non prevedendo sponsor, richiede anche più impegno nel coniugarla con un’attività che ti dia le risorse per vivere e per andare in montagna.
In questo ho cercato di darmi anche sotto il profilo lavorativo un collegamento con la “verticalità”, con la montagna: il mio lavoro sostanzialmente, oltre alla guida alpina, consiste nella messa in sicurezza delle pareti rocciose.
Ovviamente per il tipo di lavoro che facciamo, la parte burocratica è quella che crea più difficoltà, rende più oneroso il lavoro e, quindi, più difficile coniugarlo con l’alpinismo. La burocrazia si sta facendo asfissiante e questo non aiuta a tenere assieme lavoro e montagna.
Però la dimensione del lavoro, della responsabilità anche nei confronti della famiglia, è essenziale, permette di vivere anche le altre cose appieno: avere una propria professionalità permette di vivere la montagna senza condizionamenti né morali né materiali poi, per carità, per altri forse è giusto che accada visto che gli sponsor aiutano, ma se sei una persona sensibile alla responsabilità il condizionamento è inevitabile, e io questo non lo voglio.
Ritengo che l’alpinismo sia una delle ultime libertà che ci sono rimaste di vivere un’esperienza “in solitaria”, in maniera personale, in un’ottica, come si diceva prima, di “evasione” dal quotidiano. Per questo motivo credo che questa libertà non vada limitata, che si debba evitare ogni condizionamento. Poi per carità, si può vivere la montagna in molti modi e ognuno ha il suo.


Relativamente presto rispetto all’inizio della tua attività, ti sei avvicinato a destinazioni un po’ più insolite, come le Ande, aprendo fra l’altro molte vie nuove, sperimentando nuovi percorsi. Definiresti “pionieristico” il tuo alpinismo? La scoperta e la novità, l’imprevisto, sono ancora vivi nell’alpinismo, o si ha l’impressione che si sia “scoperto tutto”?
No, non si è scoperto tutto, non si finisce mai con la scoperta. Io vivo proprio l’alpinismo come fonte inesauribile di novità, di ricerca. Questo desiderio dell’ignoto credo che sia insito in ogni individuo, ogni persona che si mette in cerca.
Anche io sono passato e spesso ripasso dalle ripetizioni di percorsi miei, da scalate sulle orme di chi è venuto prima di me, soprattutto con grande rispetto perché le vie che conosciamo sono state aperte da chi ci ha fatto avvicinare all’alpinismo, dai nostri “maestri”. Sono loro che ci hanno insegnato ad entrare per gradi nella montagna e nell’alpinismo.
Io credo che non si debba mai dare confini o limiti a fantasia e immaginazione.



A questa edizione del Festival “Tra le rocce e il cielo” tu presenti la tua ultima “fatica” letteraria: “Il richiamo dei sogni. La montagna in punta di piedi”. Ecco, quando ho letto il titolo mi ha colpito soprattutto la seconda frase, perché sembra quasi un “programma” di un’altra idea di alpinismo. E’ così? Ci vuoi parlare della tua idea di alpinismo?
Guarda, in questo primo periodo dalla pubblicazione sono meravigliato da quante telefonate mi arrivano, ogni giorno, di persone che sono d’accordo su come scrivo di montagna e di alpinismo.
Io nel libro ho cercato di raccogliere vicende e racconti, ma non ho inteso fare un libro solo sulla vita di montagna o sull’esperienza della scalata. La più grande fatica e il mio obiettivo in questo libro era provare a portare a galla la mia interiorità. Le mie emozioni, i miei sentimenti, cercare di descriverli e di parlare di quelle piccole cose che fanno grande l’esperienza di montagna.
Intendiamoci, piccole cose che fanno grandi non solo le grandi scalate, i grandi viaggi, ma anche le esperienze più minute: l’ombra, le nebbie, le origini, una passeggiata nel bosco, cose umili ma importanti.
Credo e spero di aver creato qualcosa di diverso, di un po’ “fuori dalla norma”. Difatti sono felice quando questo libro viene definito un “quaderno o diario dell’anima”, come qualcuno ha fatto. Questo conferma l’idea che animava il libro quando ho pensato di scriverlo, e che è passata a chi lo ha letto.



Infine parliamo di un’altra tua attività e passione, che è collegata al tuo libro: quella del documentarista. Da quanto fai questa attività, come ti ci sei avvicinato e che cosa vuoi trasmettere con i tuoi documentari?
Diciamo che cerco di evitare di parlare solo dell’atto della scalata: non voglio descrivere il mio andare in vetta, la grande impresa, i grandi rischi. Sono cose che, anche nel nostro mondo, ormai sono scontate.
Ci sono anche dei canali televisivi che a volte trattano di alpinismo e non, ma alla fine non fanno altro che “gossip” o enfatizzazione sull’alpinismo e la sua storia.
Cerco soprattutto, come ho cercato anche nel libro, di far emergere le sensazioni, le emozioni, non tanto il grado di difficoltà o la bravura degli alpinisti.

Vuoi ripercorrere un po’ la tua attività attraverso qualche titolo che, a tuo parere, esprime meglio quello che cerchi di fare?
Nei miei documentari voglio ogni volta rappresentare una faccia diversa della montagna, esplorare tutte le sfaccettature di questo mondo.
Fra i primi potrei citare “Cuore di Ghiaccio” che cerca di trasmettere l’umanità, la crescita, la costruzione di valori che possono derivare anche da un’esperienza negativa, quando non tutto va per il verso giusto.
Poi c’è il documentario che ho fatto in ricordo di Cesarino Fava, in cui trasmetto la voglia di vivere e di conoscere di una persona che aveva già passato la soglia degli ottant’anni e che comunque era in grado di trascinare con sé altre persone.
Uno degli ultimi lavori che è “Bambini di Hushe”, invece è un’esortazione alla solidarietà, al fatto che essa può ancora essere un valore, attraverso questi villaggi del Karakorum che hanno un’incredibile necessità di aiuto, di sostegno.
Poi ho realizzato anche filmati che si concentrano sulla salita in vetta vera e propria, ma anche in questi casi dietro la salita c’è il racconto del rapporto umano e dei veri valori che la montagna è in grado di trasmettere.

Perfetto, io ti ringrazio per il tuo tempo, e ci vediamo al Festival!
Certamente, a presto!

 Ludovico Rella

ludovico_rella@yahoo.it

martedì 9 luglio 2013

Per camminatori, disegnatori, nomadi, fumettisti, ...


Da Topipittori

Per camminatori, disegnatori, nomadi, fumettisti, narratori...


Vista dal Pasubio.

Pasubiana porta con sé il nome di un gruppo di montagne, il Gruppo del Pasubio, situato tra il Trentino e il Veneto, a un'altitudine che a seconda della posizione, varia tra i 1900 e i 2200 m s.l.m. circa.  In questi luoghi, attraversandoli in tutte le stagioni dell'anno, osservando i cambiamenti vistosi di cui la natura qui è capace, venendo a conoscenza, nel corso di ripetute escursioni a piedi, delle infinite storie di cui il monte è custode, mi sono trovata a immaginare che luogo ideale  fosse questo per una serie di residenze per illustratori e fumettisti e di workshop dedicati al disegno dal vero e alla narrazione per immagini.

lunedì 8 luglio 2013

In ginocchio sui ceci si trova lo sponsor

«Ci siamo messi in ginocchio sui ceci per trovare un finanziatore per un progetto che abbiamo nel cassetto. E’ passato qualche tempo e uno sponsor è arrivato».
Il 7 giugno in piazza Pasi, a Trento, gli organizzatori del Festival "Tra le rocce e il cielo", che si terrà a Vallarsa, dal 29 agosto al 1 settembre prossimi, si sono materialmente inginocchiati sui ceci crudi, per lanciare un appello un po’ eccentrico: «Cerchiamo uno sponsor per organizzare una serata inaugurale davvero speciale».

Il sogno – nato da un’idea del giornalista e membro del direttivo dell’associazione culturale “Tra le Rocce e il Cielo” Gigi Zoppello - era quello di realizzare un progetto incentrato sulla leggenda del "Wildermann", ovvero l'Om Selvadèg della tradizione alpina. Una giornata a tema con un  laboratorio aperto ai bambini, una conferenza sulla figura del Selvatico nelle Alpi, ed infine un grande concerto dal vivo con Teho Teardo (uno dei più famosi compositori di musica per film).
L’appello è andato a buon fine, e uno sponsor, colpito dal progetto, si è fatto avanti. Il progetto, grazie a questa collaborazione, potrà prendere vita, ma non lo farà all’interno del festival di questa estate.
L’associazione infatti visti i tempi ristretti, in accordo con il nuovo sponsor, ha deciso di rimandare al prossimo anno l’intera iniziativa: «Quello che prepariamo è un progetto complesso ed elaborato che merita di poter essere preparato nelle migliori condizioni possibili, per questo abbiamo preferito attendere e lo presenteremo nell’edizione 2014 del Festival».

Nell’attesa non c’è da di che annoiarsi. L’edizione 2013 del Festival della montagna all’ombre delle Piccole Dolomiti offre un programma – che tra pochi giorni sarà visitabile sul sito  www.tralerocceeilcielo.it -  per tutti i gusti.  Mostre, film, incontri, uscite sul territorio, convegni, laboratori, concerti, spettacoli, presentazioni di libri arricchiranno i quattro giorni della manifestazione dedicati all'arte e alla vita in montagna, alle minoranze linguistiche e alla storia,  che quest’anno si concentrano soprattutto sul lavoro dell'uomo in montagna, la scrittura in lingua madre, la Grande Guerra e i giochi di montagna.



Stefania Costa
costastefania@yahoo.it

giovedì 4 luglio 2013

Sergio Berardo, "contrabbandiere" di cultura occitana a "Tra le Rocce e il Cielo"





Una cultura antica, che si estende dalle coste di Guascogna alle Alpi Piemontesi, dal centro della Francia fino al Mediterraneo. Ma senza uno Stato. Nei secoli calpestata dai Re di Francia e sempre a rischio di essere “normalizzata” e rimossa, da un lato e dall’altro delle Alpi. E’ la cultura Occitana, presente anche in Italia nelle province di Torino e Cuneo. Ne parliamo con Sergio Berardo, leader storico del gruppo folk (ma non solo) Lou Dalfin, e grande animatore delle Valli Occitane italiane, dove una cultura antica sa reinventarsi, continuare a vivere senza commiserazione e a testa alta…

La cultura occitana non è assolutamente considerata, e noi italiani spesso non sappiamo dell’esistenza di una comunità occitana sul nostro territorio. Ci vuoi parlare un po’ di questa cultura e di cos’è l’Occitania?


L’Occitania è questa strana creatura, una nazione senza Stato, che si estende dai Pirenei alle nostre vallate delle alpi occidentali, dal Massiccio Centrale al Mediterraneo, alla Guascogna e al delta del Rodano, dalla Val d’Aran in Spagna alle vallate occitane dello Stato Italiano.
Siamo un insieme di comunità che, non avendo mai avuto un’entità statale che le riunisse tutte, ha creato non una ma più culture occitane. Potremmo definirle “culture federate”, una sorta di diaspora su un vasto territorio.
L’Occitania ha radici antiche: proprio quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla battaglia di Muret del 1213, dove gli occitani sono stati definitivamente sconfitti dai francesi. Noi vogliamo quest’anno commemorare quell’evento sicuramente con delle canzoni, che probabilmente andranno a comporre un disco, e sicuramente con un concerto che faremo a Muret.
Fra l’altro le valli italiane sono quelle dove l’identità occitana è più forte, forse perché siamo un po’ i "guardiani” della porta orientale dell’Occitania, siamo popolo di frontiera che quindi sente di più l’esigenza di coltivare le tradizioni e le radici.

Sergio, sei polistrumentista e cantante, un po’ la “colonna portante” del gruppo Lou Dalfin, parlaci un po’ di come ti sei avvicinato alla musica in generale e a quella tradizionale in particolare, ai suoi strumenti e alle sue sonorità.

Per me l’avvicinamento  alla musica ha coinciso con l’avvicinamento alla musica tradizionale e popolare. Io inizio a suonare sull’onda del movimento folk e del folk revival, con l’onda lunga proveniente dall’America ma non solo, molto presente durante gli anni settanta. Figure come Giovanna Marini e Michele Straniero in Italia hanno avuto un ruolo importante a far nascere la passione per questo genere musicale. Da questo capisci bene anche che il canto popolare veniva interpretato con una forte connotazione politica.
In seguito mi sono “guardato intorno” e ho visto che vivevo in una vera e propria miniera di cultura, di tradizioni. Nelle valli occitane la gente continua a parlare la Langue d’òc, non è folklore, un orpello ostentato ma non vissuto: è cultura viva. Ecco guardando la realtà in cui ero nato e dove vivevo, ho scoperto un repertorio straordinario di musica, di strumenti, ma anche di immaginario: l’epopea dei suonatori ambulanti di ghironda è ancora viva nei ricordi della nostra gente.
Il mio avvicinamento a queste tradizioni e a questa musica avviene, quindi, in modo molto naturale, familiare. Poi la cultura della mia gente è naturalmente proiettata oltre, nei ricordi e nelle storie: va oltre le valli delle Alpi italiane, va oltre l’arco alpino. C’è nell’aria il sentimento del viaggio, del “contrabbando” di cultura, di suoni, di storie, di poesia.

Parli anche del ruolo sociale, quasi politico, del folk. In che modo vivi questa dimensione nella tua musica? Non solo cantare la montagna e le sue tradizioni, ma anche cantare per riappropriarsi della montagna e del territorio, dunque?

L’identità è strettamente legata al territorio, a elementi di base che non si possono tralasciare: la società, l’economia.
Molto banalmente c’è la rappresentanza, il desiderio di autonomia: il nostro vasto territorio è sparpagliato fra collegi elettorali, la montagna come territorio e quindi come esigenza è dispersa in un mare di altri territori e di altre esigenze. La nostra montagna quindi soccombe e non ha rappresentanza.
Solo con la lingua non si va da nessuna parte, io credo: se la montagna non viene messa nelle condizioni di decidere dei propri destini non si va da molte parti.
A me non va di suonare per le nostre montagne se vuol dire suonare per valli spopolate o asservite. Ad esempio sono a fianco delle rivendicazioni della Valle di Susa contro il TAV, questo lo considero non farsi calpestare.

La ghironda è una tua passione, simboleggia in qualche modo tutto quello che stai dicendo sulle tradizioni, sulla gente, sulle storie. Da un lato l’epopea dei suonatori di ghironda che tu racconti, un po’ come moderni musici erranti, che viaggiano “contrabbandando” una cultura. Dall’altro paragoni questo strumento, per forma e caratteristiche, ad una nave, con la chiglia e la polena, simbolo del viaggio e dell’andare oltre. Parlaci un po’ di questo strumento, così strano e complesso, che ad oggi è caduto un po’ nel dimenticatoio.


Ecco tu dici “è caduto”, ma io cambierei il tempo: ERA caduto nel dimenticatoio. Dalle nostre parti l’ultimo musico di ghironda è morto nel 1935, ma se tu fossi stato qui il 4 di giugno avresti visto il concerto della Grande Orchestra Occitana, avresti visto trenta ghironde suonate da persone fra i dieci e i sessantacinque anni.
E’ uno strumento che si era estinto, ma rimaneva ancorato all’immaginario attraverso storie e ricordi. Così è  stato possibile farlo rivivere, in qualche modo “reinventare” una tradizione.
Qualcuno ha detto che una tradizione è veramente morta quando la si difende invece di inventarla. Ecco, noi la tradizione l’abbiamo inventata: a noi non rimaneva nemmeno una registrazione, su nessun supporto, di come suonavano la ghironda i vecchi suonatori erranti che anche tu citi nella domanda. Ci siamo basati sui ricordi e sui racconti che ancora erano ben presenti quando abbiamo iniziato, negli anni Settanta e Ottanta, e oggi è tornato a pieno titolo nell’immaginario e nella pratica del nostro territorio. Tutto questo nonostante la ghironda sia uno strumento complesso, con cui non puoi fare tutto. Lo stesso vale ad esempio per la cornamusa: non ci puoi fare tutto, ma è importantissima nella musica e nelle tradizioni scozzesi.
Il repertorio della ghironda, però, si è anche evoluto. Noi non facciamo e non vogliamo fare musica "tradizionale”, noi vogliamo fare musica “popolare”: di norma fra gli strumentisti tradizionali avevi soprattutto persone di estrazione sociale alta, alta cultura e provenienza urbana che si mettevano a suonare questi strumenti mentre la gente delle valli ascoltava tutt’altro. Questo esercizio di stile era percepito come la ricerca del “buon selvaggio” da parte di dotti professori. Noi abbiamo cercato di fare una musica per quelli che vogliono andare alle feste, divertirsi, ballare, insomma quelli che volevano usare la musica popolare per lo scopo che più le è proprio: aggregazione e festa.
Insomma tutto si è evoluto: il modo di stare di strumenti come la ghironda assieme ad altri strumenti, sempre nel rispetto degli stilemi della musica popolare e della danza tradizionale, ma si sono rinnovati testi e armonie.

Quindi questa riscoperta e reinvenzione della tradizione vuol dire anche una “riconquista” dei giovani alla musica tradizionale e popolare?

Assolutamente! Da noi si stanno sviluppando tantissimi gruppi che, con ghironde, cornamuse, flauti, fisarmoniche, violini fanno una musica che unisce le sonorità e gli strumenti della musica contemporanea: basso, batteria, chitarra elettrica e musica elettronica. Insomma, questa commistione di stili è normale, è naturale.
Ad esempio a Parigi nell’ottocento la colonia occitana che viveva lì portò con sé le sue cornamuse, addirittura le reinventò come strumento, creando la Cabrette. Ciò è stato importantissimo per la cultura festiva parigina, c’erano centinaia di locali in tutta la città dove i parigini andavano a ballare sul suono della cornamusa. Poi a questo si sono aggiunte le fisarmoniche, strumenti quindi più moderni, creando nuovi generi musicali e nuove sonorità: il Bal Musette, ad esempio, è nato da questa esperienza.
L’importante è avere un’identità e sapere chi si è, a quel punto non si ha più paura di cambiare e di andare avanti.

Ora parlaci un po’ del tuo gruppo, i Lou Dalfin, che tanto sono attivi nelle valli occitane.

Noi siamo nati nel 1982 come gruppo “standard” di folk revival. Io personalmente avevo già qualche idea su come andare oltre la semplice musica tradizionale, legare gli strumenti e l’atmosfera tradizionali a elementi più attuali. Avevamo anche provato a fare un altro gruppo ma abbiamo dovuto smettere in fretta perché rischiavamo il linciaggio, c’è una corrente “purista”, “passatista” nel folk che non accettava questo tipo di commistioni. Quel tipo di musica all’epoca era considerato come unire il diavolo con l’acqua santa.
Quell’idea, che poi è quella che sta alla base dei Lou Dalfin di oggi inizia nel 1990.
L’idea è di vivere la musica come viene, anche se è tradizionale, di divertirsi facendo musica. Ma senza un "progetto”, io detesto il termine “progetto” riguardo alla musica. Quando hanno inventato il blues mica si sono messi a tavolino a pensare di unire la musica nera con le musiche dei bianchi, loro entravano nelle case chiuse e suonavano con le loro idee e sensibilità ed è nato un genere. Noi abbiamo fatto le stesse cose: siamo andati nei bar, nelle piazze, nelle feste della birra, a suonare e a far divertire la gente. E’ nato così un genere, la Danza Canzone, cantata in occitano, con una commistione di vecchio e nuovo, nel rispetto dei canoni della danza tradizionale.

Oggi avete all’attivo anche molte collaborazioni nazionali ed internazionali con artisti affermati: da Roy Paci a Bumma degli Africa Unite, dai Subsonica, ai Massilla Sound System, alle Yavanna.

Sì certamente, noi cerchiamo le collaborazioni e le “contaminazioni” con altri paesi e con altri gruppi, penso ad esempio al vecchio lavoro con i Sustraia, un gruppo basco. Oppure i Massilla Sound System che sono i nostri omologhi marsigliesi, che portano influssi più fortemente “urbani” attraverso un genere come il Raggamuffin, mentre noi rappresentiamo una cultura più rurale.

Quello che mi dici sembra il perfetto antidoto contro i pregiudizi che vengono affibbiati a tutto il mondo tradizionale, di montagna e legato alle minoranze linguistiche: il pregiudizio di essere culture chiuse e morte, indisponibili al cambiamento.

Ecco difatti io sono sempre stato convito che se dobbiamo celebrarci e commiserarci, comunque solo ricordarci di noi stessi, lasciamo perdere. Se si deve vivere si vive con dignità, creatività e a testa alta.
Per carità, mai dimenticare il passato, anzi quello è la base. Ma non pensiamo che il passato sia stato l’età dell’oro, quell’età non è mai esistita. Una tradizione bisogna inventarla continuamente, se no è meglio lasciar perdere.

Dal 2000 siete diventati associazione. Quali progetti avete attivi, e avete qualche prospettiva futura in cantiere?


Per ora quello che facciamo è già moltissimo, fare anche solo questo ci basterebbe: organizziamo corsi nelle scuole, corsi di musica e strumenti tradizionali e di danza, abbiamo creato la Grande Orchestra Occitana che raccoglie un centinaio di musicisti, organizziamo feste e balli, abbiamo una banda di ghironde. Organizziamo seminari e abbiamo dei progetti sul mestiere del liutaio e altri seminari che hanno l’intento di creare nuove professionalità.
Il tutto fatto con pochissimi aiuti da parte del pubblico. Solo recentemente lo Stato Italiano si è interessato a noi, e lo ha fatto mandandoci un’ispezione dell’agenzia delle entrate.

Sergio Berardo con i Lou Dalfin sarà al Festival "Tra le Rocce e il Cielo", in Vallarsa, la sera di sabato 31 agosto. L’accesso al concerto è libero.


 Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it