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lunedì 20 agosto 2012

I VILLAGGI DAI CAMINI SPENTI. INTERVISTA A ALBERTO FOLGHERAITER



Alberto Folgheraiter, da quale idea nasce il libro “I villaggi dei camini spenti”?
Ormai era una decina di anni che avevamo in programma di fare un reportage, vedere quale fosse la situazione della periferia del Trentino, alla luce dei cambiamenti avvenuti negli ultimi vent’anni. L’ultimo lavoro di questo tipo risaliva al 1966-1967 (Aldo Gorfer, “Solo il vento bussa alla porta”, con le fotografie di Flavio Faganello). I cambiamenti nel frattempo sono stati epocali, quindi c’era l’esigenza di tornare in quei luoghi a verificare la nuova situazione. Questo libro, edito da Curcu & Genovese, ha esaurito la prima edizione di 3500 copie in sei mesi. È già uscita la seconda edizione, ed è uno dei tre finalisti del premio “LEGGIMONTAGNA 2012” di Tolmezzo, la cui premiazione avverrà il 22 settembre.
C’è da dire che questo viaggio ha riservato più di una sorpresa: ne esce un quadro che talvolta rovescia gli stereotipi, dove la montagna e le vallate sono il “centro vivo” e la città risulta essere quasi periferia, meno dinamica, una comunità meno viva e poco partecipata.
In cosa si nota questa vivacità delle valli rispetto alle città?
Innanzi tutto si nota dal numero di gruppi di volontariato, che sono numerosi e, soprattutto, vivono di autofinanziamento, senza dipendere dalle poppe di “mamma Provincia”. A volte, nelle realtà cittadine il volontariato ha perso proprio questa natura disinteressata e si è trasformato in “volontariato prezzolato”. Anche nelle piccole cose, invece, le vallate offrono immagini di un associazionismo molto più genuino.
Che tipo di taglio stilistico ed editoriale avete deciso di dare a questo libro?
E’ un’inchiesta/reportage sul Trentino fra giornalismo e storia.
La cosa interessante è che la narrazione si sdoppia in due percorsi paralleli: quello delle parole, che ho scritto io e quello delle immagini, indispensabili e fondamentali, di Gianni Zotta. La stessa impaginazione, affidata a Fabio Monauni, si fa racconto. Abbiamo deciso di fissare le immagini nel momento stesso in cui raccoglievamo testimonianze e informazioni per scrivere i vari capitoli. In questo modo abbiamo fotografato la realtà delle valli nel momento stesso in cui ci si presentava. Anche per ancorare la ricerca a una data precisa, in modo che in futuro si possa riguardare a questo materiale essendo consapevoli del momento in cui è stato raccolto e pubblicato.
Però queste sorprese che avete incontrato lungo la strada, queste vallate vivaci, cozzano con il titolo che avete dato al libro: perché i camini sono spenti se le valli sono vive?
Lo spiego nella prefazione: questo titolo è un po’ ruffiano ma i camini spenti ci sono per davvero. I villaggi hanno tanti edifici abbandonati, tante stanze vuote, ma ci sono anche talune riscoperte e nuovi insediamenti.
Ad esempio, c’è una ricomposizione di nuclei familiari di immigrati che nelle periferie cittadine sarebbero “fuori posto”. Invece nelle comunità valligiane riescono a trovare una dimensione, una forma, seppur larvata e da sviluppare, di integrazione.

Questa presenza degli immigrati è un fenomeno incisivo? C’è effettivamente un ripopolamento dei paesi di montagna da parte di persone di origine straniera che decidono di andare ad abitare in quelle zone?
Non parlerei di ripopolamento, però certamente l’afflusso di immigrati stranieri in queste zone ha fornito un argine ad uno spopolamento che senza di loro sarebbe stato ben più ingente, forse insostenibile.
L’immagine che si ha comunemente delle zone di montagna è quella di una crisi basata soprattutto su spopolamento e abbandono. Quanto è vera e quanto è falsa questa descrizione e questa prospettiva?
Il fenomeno “Vendesi” è generalizzato e certamente propone l’immagine di una crisi, non solo di tipo economico. I cartelli delle agenzie immobiliari sono il paradigma di una crisi che ha radici lontane.  Questo fenomeno ha a che vedere con una polverizzazione derivante da passaggi ereditari, per cui alla fine i titolari di piccole porzioni non riescono a ricomporre le proprietà immobili e così si rischia l’abbandono.
In secondo luogo, il pendolarismo che degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso è diventato stanziale lungo il corso dell’Adige. Non c’è stata l’auspicata inversione di rotta, non si è avuto il ritorno alla montagna. Oggi il ritorno “alla terra dei Padri”  è un percorso che viene compiuto solo da ristretti gruppi di persone, gruppi sostanzialmente elitari per cultura e reddito. Penso, ad esempio, al libero professionista che si può stanziare in Vallarsa piuttosto che nella Valle di Terragnolo e, grazie a internet essere comunque in collegamento con Milano o con le grandi aziende industriali. Questa è una realtà “privilegiata”, non siamo ancora nella situazione di tele-working diffuso o cose di questo genere, per cui non è più la vicinanza al luogo di lavoro ma la qualità della vita a influenzare tali scelte di residenza. Credo, tuttavia, che arriverà presto il tempo in cui saranno operative le “autostrade informatiche” su tutto il Trentino. Questo potrà bloccare la cosiddetta “fuga dei cervelli” o addirittura facilitarne il ritorno, e potrebbe avere anche un effetto “tampone” sul deflusso di popolazione dalle aree montane. Tuttavia, sono convinto che questo fenomeno, se non elitario, rimarrà relegato a percentuali minime, in quanto non potrà mai riguardare la maggioranza di lavoratori che svolgono mansioni manuali. Per loro l’esigenza di raggiungere quotidianamente il posto di lavoro sarà ineludibile.
Quindi a livello di grandi numeri il declino della montagna è irreversibile?
Assolutamente, anche perché i grandi numeri non ci sono più: una volta c’era la famiglia allargata, c’erano frotte di bambini. Oggi con la famiglia mononucleare anche il flusso verso la montagna porta meno gente.
Tracciando un bilancio di questo vostro reportage-inchiesta, qual è il quadro?
Diciamo che esce un Trentino migliore di come, talvolta, è dipinto; un Trentino dinamico, con una società complessa e viva, solidale. Direi che viene fuori un bel Trentino. Un Trentino dove non hanno messo radici quei disvalori che negli ultimi vent’anni sembrano aver ipnotizzato larghe fasce di popolazione nel resto d’Italia.
Quali sono, a suo modo di vedere, le zone “virtuose” e quelle in crisi? Si possono individuare delle buone pratiche e, invece, dei modelli da non imitare?
La crisi è più acuta nei luoghi di estrema periferia, ma anche zone vicine al “centro” non sono in buone condizioni, come la Valle di Terragnolo. In parte, in alcuni casi, la Provincia ha paradossalmente messo troppi soldi, anestetizzando quello che può essere lo spirito del “fai da te”. Peraltro resistono problemi strutturali. Se hai l’esigenza di recarti ogni giorno sul posto di lavoro è difficile fare la scelta di essere pendolare a una cinquantina di chilometri di distanza da dove lavori, abitando in un paese di montagna. Anche la costruzione di un proprio nucleo familiare, che permetta di mettere radici, è più difficile in montagna che altrove. Se si sceglie, ad esempio, il mestiere del pastore o dell’agricoltore è difficile persino trovare una compagna per la vita.
Quindi, pur essendo il Trentino migliore di come è immaginato o descritto da taluni, resta comunque una prospettiva pessimista sul futuro delle valli e della montagna?
Sono i numeri che parlano: i centri urbani crescono, i paesi di montagna, le periferie si stanno spopolando. Comuni che oggi sono di 100 – 150 abitanti fino a cinquant’anni fa avevano 400-500 residenti. L’esodo non si è fermato. Nelle valli la popolazione diminuisce anche perché l’invecchiamento non è sufficientemente compensato da nuove presenze.
Qualche anno fa il Consiglio Comunale di Canal San Bovo aveva deciso di offrire un “premio di nuzialità” alle coppie che decidevano di andare ad abitare in quella zona: cinquemila euro, più mille euro per ogni neonato. Certamente mille euro non risolvono i problemi e cinquemila non risolvono un matrimonio, ma era un primo passo per incentivare i ritorni o comunque i nuovi arrivi. Restava e resta il problema che, per arrivare a Canal San Bovo da Trento c’è un’ora e mezza di automobile, quindi cinquemila euro da soli non bastano a incentivare l’immigrazione o il ritorno in valle.
Il ruolo della politica, in questo contesto, è soprattutto quello di far sì che in montagna resti chi ci ha sempre vissuto, fornendo le stesse garanzie e prospettive, gli stessi diritti, lo stesso accesso ai servizi di chi vive in città.
Poi una parte di questa crisi ha anche ragioni di altro genere. Per esempio, alcuni lavori, soprattutto manuali e di fatica, sono stati abbandonati con l’aumentato livello di istruzione. Probabilmente l’attuale crisi economica potrebbe spingere i giovani a un recupero di vecchi mestieri perché in altri campi il lavoro non c’è o si trova con fatica. In questo forse i ragazzi della montagna saranno avvantaggiati perché ancora abituati alla fatica, mentre quelli di città lo sono meno o non lo sono affatto.
Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it

Alberto Folgheraiter presenterà il suo libro "I villaggi dai camini spenti" giovedì 30 agosto presso il Museo della Civiltà Contadina di Riva di Vallarsa, insieme a Filippo Zolezzi, Maria Antonia (Tona) Sironi, Roberto Mantovani, Spiro Dalla Porta Xydias, Italo Zandonella Callegher

sabato 11 agosto 2012

LA MONTAGNA LABORATORIO DI NUOVI MODELLI SOCIALI E ECONOMICI. INTERVISTA A GEREMIA GIOS, SINDACO DI VALLARSA



Geremia Gios, spesso si parla di una crisi dei luoghi di montagna, crisi che vuol dire soprattutto spopolamento e abbandono. In questo quadro come si pone il territorio di Vallarsa? E’ interessato o meno da questo processo?
Sicuramente in tutte le cose ci sono momenti di crescita e momenti di crisi, e sicuramente in Vallarsa ci sono stati circa cinquant’anni di diminuzione della popolazione. Ora questo fenomeno si sta esaurendo, il momento acuto della crisi è passato e quindi le prospettive future sono certamente più positive.
Quale pensa sia stata la chiave di volta che ha permesso di rompere il processo di abbandono e invertire la tendenza?
La chiave di volta fa parte di un cambiamento complessivo dei modelli e degli stili di vita, con un maggior interesse ad andare a vivere in aree particolari per clima e realtà locale come sono appunto quelle di montagna, a cui si aggiunge un aumento sensibile dei servizi anche nelle aree un tempo marginali, quindi il problema dell’isolamento di questi territori risulta, se non risolto, sicuramente attenuato.
Quest’anno Vallarsa ospiterà un festival per molti versi nuovo, ovvero “A coltivar la buona pianta”, realizzato con l’azienda Aboca, che si occupa di erboristeria. Che caratteristiche ha questa iniziativa?
Questa iniziativa nasce dalla speranza che, anche grazie alla collaborazione con Aboca, si sviluppi, in Vallarsa, una filiera produttiva relativa alla raccolta e alla trasformazione delle erbe medicinali. Questo si vuole ottenere soprattutto grazie al fatto che Vallarsa è un territorio con caratteristiche particolari, in primis il livello di agenti inquinanti, che è molto basso tutto l’anno, e un elevato tasso di “naturalità” e che quindi permette una biodiversità molto ricca delle piante medicinali.

Quest’anno la rassegna “Tra le rocce e il cielo” arriva alla terza edizione, si sente di tracciare un bilancio e delle prospettive riguardo a questa iniziativa?
Quella che sta alla base di “Tra le rocce e il cielo” è un’esigenza soprattutto culturale. L’esigenza è quella di costruire una cultura dei luoghi di montagna attorno alle popolazioni che abitano questi luoghi, per creare la consapevolezza che queste popolazioni non sono sole, non sono tagliate fuori dal mondo, ma che a partire dalla montagna si possa creare un modello che possa essere all’avanguardia riguardo agli stili di vita, ai modelli economici e produttivi, ma sempre fortemente agganciato a quelle che sono le evoluzioni a livello “macro” del sistema nel suo complesso. Insomma, l’esigenza di “fare cultura” della montagna in modo che la montagna non sia più sola, ma fortemente integrata in un nuovo sistema con nuove caratteristiche.
Vallarsa ospita anche un Centro Studi Etnografico, dotato di un Museo della Civiltà Contadina, ci può dire che caratteristiche hanno questi centri culturali e quali bilanci e prospettive se ne possono trarre?
Il Museo e il Centro Studi nascono sulla base di un movimento di abitanti di questa Valle che aveva alla base l’esigenza soprattutto di tramandare alle generazioni future una memoria sulla vita nei tempi passati. Da questa idea ed esigenza è nata dapprima una raccolta di oggetti legati alla memoria, e poi anche una modalità di esposizione di questi oggetti che rendesse possibile un collegamento automatico con il loro utilizzo, con la vita dell’epoca, in modo da poter anche tracciare degli spunti per il futuro. Da questo punto di vista i risultati sono molto positivi. Il Centro Studi è un’associazione privata e, anche se riceve contributi dall’amministrazione pubblica, è capace di sorreggersi quasi totalmente sul volontariato e sulla passione di chi ne fa parte e lavora molto attivamente per veicolare memoria, cultura e valori fra gli abitanti della valle. In questo penso che il Centro Studi possa essere d’esempio per altre iniziative di questo genere.

Parlando con il Geremia Gios professore di economia agraria e forestale, in un modello economico sempre più integrato e globale, quali caratteristiche particolari ha la montagna che la differenzi dal resto del sistema e quale ruolo può giocare il territorio di montagna in un sistema economico come quello che ci circonda?
L’economia di montagna ha un grande vantaggio, che è l’essere per eccellenza il luogo “del limite”, e in un momento in cui tutto il mondo scopre il limite come fine della possibilità di incrementare all’infinito produzione e ricchezza, ciò fa essere l’economia di montagna un pezzo di un nuovo paradigma economico da costruire. La montagna ha due grandi pregi: è un luogo tendenzialmente ricco di risorse naturali e in più è sede di forme peculiari di organizzazione sociale. In più è un luogo che fa vedere molto chiaramente quali sono le conseguenze dei vari tipi di intervento, quindi nel futuro credo che la montagna possa diventare un laboratorio per nuovi modelli sociali ed economici che abbiano sempre un occhio fisso sui limiti del territorio e sulle conseguenze delle scelte, per valutare le scelte con anticipo.
Quale ruolo può avere la politica nel costruire un progetto che coinvolga i luoghi e soprattutto i luoghi di montagna?
La politica ha essenzialmente il ruolo di creare le condizioni perché le diverse popolazioni e i diversi territori possano esprimere appieno le proprie potenzialità, di concerto e in maniera coordinata con altre popolazioni e altri territori. Questo vale anche e soprattutto per i territori di montagna, in cui la grande varietà e differenziazione fra i vari territori pone l’esigenza che vi siano forme di autonomia che consentano di organizzare al meglio la vita materiale e sociale delle varie popolazioni.
Ludovico Rella
ludovico_rella@yahoo.it

giovedì 26 luglio 2012

LE ALPI MAGNIFICO LABORATORIO PER IL FUTURO. INTERVISTA AD ANNIBALE SALSA.



Annibale Salsa, partiamo da quelle che saranno le tematiche del convegno “Uomo e montagna, paesaggi intrasformazione”, che si svolgerà a TRA LE ROCCE E IL CIELO venerdì 31 agosto 2012: il popolamento della montagna è stato stabile nel tempo o ha visto periodicamente flussi e riflussi?
Il popolamento della montagna non ha avuto una sua costanza stabile, ma ha visto periodi di incremento alternati a periodi di decremento dovuti a circostanze differenti, di natura economica, politica e climatica. Ci sono due estremi: la fase medievale che si può definire l’epoca d’oro del popolamento della montagna alpina e l’epoca moderna- contemporanea che marca il punto di minimo popolamento da molti secoli.
Durante il medioevo la popolazione venne incentivata a popolare zone di montagna con tutta una serie di facilitazioni economiche e grazie ad uno status giuridico particolare, che garantiva contratti d’affitto ereditari per i terreni e lo status di “uomo libero”. Queste pratiche fanno parte di quelle che io ho definito le buone pratiche medievali, che hanno permesso il dissodamento di una enorme quantità di terre, sia nella media montagna alpina, sia in aree al di sotto del livello del mare come nei Paesi Bassi. Questa è la fase virtuosa dell’incremento demografico delle popolazioni alpine.
Vi è poi una fase non virtuosa di questo incremento demografico, quella fase che crea lo squilibrio tra popolazione e risorse legata all’impennata demografica del XIX secolo, il vero e proprio canto del cigno del popolamento delle montagne alpine. Questo processo poi ha innescato un progressivo spopolamento della montagna, non più a carattere stagionale, ma definitivo, a favore delle zone urbane più vicine e più in generale alle zone di pianura.
Dato il trend negativo che ha caratterizzato le popolazioni montane che si sono trasferite in città per avere migliori condizioni di vita e più opportunità di lavoro negli ultimi decenni, come è possibile riportare attività produttive in quota in grado di garantire un ripopolamento?
Va detto con tutta onestà che negli ultimi anni ci sono stati già dei segnali di ripresa e di ritorno alla montagna. Oggi ci sono condizioni di interesse per la vita in montagna che solo 20- 30 anni fa non c’erano, visto che i modelli economici fordisti che si erano affermati durante tutti gli anni ’60 e ’70 del ‘900 avevano costretto i montanari a muoversi verso le città e la pianura per cercare lavoro in quello che è stato giustamente definito un esodo biblico. Negli ultimi 10 anni le condizioni generali si sono invertite, nel senso che oggi ci sono molte più opportunità per chi vive in montagna rispetto a chi vive in città, perché le nuove tecnologie rendono possibile praticare nelle “terre alte” delle attività che nella società industriale non erano possibili.
La società fordista era basata sui poli industriali e sul pendolarismo che hanno drenato risorse e popolazioni dalle zone alpine portandole nelle periferie urbane. Oggi potenzialmente ci sono condizioni nuovamente favorevoli al popolamento della montagna, ma il fatto che questo ancora non avvenga in misura sensibile e costante è dovuto al fatto che mentre durante il medioevo i decisori politici del tempo avevano assecondato il movimento di popolazioni verso la montagna grazie ad incentivi, come ho detto prima, oggi questo non accade perché la politica attuale ancora non coglie l’importanza che riveste il popolamento della montagna e delle Alpi nella fattispecie.
Oggi c’è un bisogno di ritornare ad avere, oltre al discorso sulla qualità della vita superiore che si può trovare in montagna, tutta una serie di prodotti di qualità, siano essi alimentari o di artigianato che solo il popolamento montano può garantire. La montagna, quindi, potrebbe ritornare ad essere popolata, a condizione che i decisori politici di oggi si rendessero conto dell’importanza e del valore che potrebbe avere una montagna popolata e vissuta e adottassero misure conseguenti, cosa che al momento non sta avvendendo.
È possibile mettere in relazione, pur con tutte le debite differenze, la fuga dai grandi centri urbani, iniziata nel tardo impero romano e nei primi secoli del medioevo e poi consolidatasi grazie agli incentivi dopo il 1100, con l’attuale movimento di fuga dalla città sovrappopolata e percepita come più rischiosa e violenta? La montagna può rappresentare di nuovo un rifugio per una parte considerevole delle popolazioni del primo mondo in un futuro non troppo remoto?
È chiaro che sono condizioni completamente diverse, ma legate sempre ad un disagio di vivere in territori che non sono più in grado di soddisfare le necessità pratiche. Al tempo della caduta dell’Impero Romano si trattava di una crisi epocale dovuta a fenomeni migratori massicci, oggi invece si tratta più di una crisi dell’uomo moderno che, anche alla luce della recente crisi economica, ha bisogno di fare i conti con l’economia reale e non più con un’economia fittizia basata sulla finanza e quindi molto più virtuale.
Le basi strutturali dei due fenomeni sono completamente differenti, ma oggi c’è la stessa esigenza di scappare dalla città. Se però questa esigenza non viene sostenuta politicamente rischia di diventare solo una fuga romantica. Quindi bisogna dare a tutta la montagna, soprattutto alle Alpi, degli strumenti di autogoverno che siano slegati da dinamiche elettoralistiche che tendono a chiudere una popolazione su se stessa, facendo in modo che siano le esigenze del territorio con le sue peculiarità il centro focale dell’agire politico. Misure come l’abolizione dei piccoli comuni montani sono guidate da logiche demenziali, che portano all’abbandono e all’inselvatichimento delle terre alte, che è causa di smottamenti, frane e dissesti idro-geologici, come abbiamo visto altre volte in Italia. La salvaguardia della montagna è una questione anche di salvaguardia del territorio e non un fatto prettamente economicistico.
Com’è possibile, nel contesto di scarsità di risorse economiche statali in cui ci troviamo, a tutelare efficacemente le piccole comunità linguistiche montane?
Il discorso della salvaguardia delle lingue va di pari passo con la salvaguardia delle comunità alpine. Il discorso generale riguarda la scuola: se si tolgono dei presidi scolastici nei paesi di montagna ne consegue giocoforza che si favorisce la fuga dalla montagna. Non è solo un problema di tutela di una lingua minoritaria, ma più di tutela di un insediamento minoritario. Queste riforme porterebbero i bambini in scuole più grandi, generalmente in fondovalle, generando forti spaesamenti e innescando di nuovo una urbanizzazione della montagna, che diverrebbe il terreno di gioco e di evasione per i fine settimana e non più uno spazio di vita.
Innanzitutto il presidio territoriale deve essere rappresentato dalle scuole, è fondamentale. Il cittadino di montagna ha necessità di essere riconosciuto come tale, non attraverso la ripetizione vuota di modelli culturali lontani nel tempo, ma attraverso il contatto con un patrimonio culturale rivisitato e attualizzato. Non un passatismo, quindi, ma insegnamenti che attraverso la lingua faccia comprendere meglio il territorio. Lo scopo primario è quello di cercare di mantenere attivi e vissuti i presidi di montagna, di cui la lingua è un aspetto complementare e dipendente.
Se vediamo quali sono le voci risparmio reali derivanti dall’eliminazione dei presidi scolastici e sanitari di montagna si scopre che in realtà sono cifre irrisorie nel breve periodo, ma che rischiano di dare il colpo di grazia alle comunità di montagna, con un ritorno economico negativo in termini di mancanza di prodotti di qualità che supererebbe di gran lunga i vantaggi per i costi correnti dello stato. Per non parlare dei costi morali…
Nell’ottica della salvaguardia delle lingue un ruolo importante lo può giocare la toponomastica. Come e quanto la salvaguardia della nomenclatura dei luoghi può aiutare una cultura minoritaria a sopravvivere?
Anche in questo caso spesso il problema viene travisato, per ignoranza o per malafede, in termini di sciovinismo linguistico o di etnicismo, mentre invece il problema reale è quello della toponomastica storica. Attraverso la sedimentazione dei nomi dei luoghi attraverso i molti secoli di storia, questi stessi luoghi hanno ottenuto una loro particolarità e specificità, una loro anima. I nomi dei luoghi narrano la loro destinazione funzionale e se si sovrappongono a questi dei nomi inventati, come è successo in Alto Adige, i luoghi non comunicano più niente.
Il toponimo storico dice sempre qualcosa, comunica un significato. Oggi la gente vive in una sorta di alienazione nella propria terra, nomina dei luoghi con denominazioni di cui non conosce il significato. Bisogna uscire dal dualismo etnicismo- sciovinismo linguistico e adottare un criterio, come ho detto, di toponomastica storica. La toponomastica non è legata ad un bilinguismo, ma è legata ad un significato che si è depositato in un luogo attraverso secoli di storia.
Dare un nome alle cose è il primo atto con cui l’umanità si identifica e si insedia in un luogo. Il toponimo storico ha un valore che va al di là dell’aspetto etnico- linguistico: è un qualcosa che riflette la storia di un insediamento. L’identità di un luogo è costruita dalla storia, non da una etnia o dalla lingua, frutto quindi di trasformazioni, mutazioni e negoziazioni continue fra popolazioni e territorio.
Che prospettive vedi per la conservazione della cultura di montagna, intesa nel senso più ampio possibile, oggi come oggi?
Per prima cosa io distinguo sempre tra le Alpi e le altre montagne perché le Alpi occupano una posizione strategica all’interno dell’Europa. Oggi, di fronte all’ondata euroscettica che si sta vivendo, in cui non si trovano più elementi che accomunino, e in cui si cercano ostinatamente solo quelli che dividono la storia delle Alpi può rappresentare un modello per il futuro. Le Alpi oggi possono tornare ad essere quello che molti studiosi hanno definito “magnifico laboratorio” per la convivenza pacifica di popoli e culture differenti. Possono diventare il laboratorio per una nuova Europa basata sul paradigma dell’unità nella diversità.
La crisi dell’Europa e dell’Euro dipende dal fatto che noi abbiamo una moneta unica, ma non abbiamo una politica monetaria unica, c’è solo una mera unione economica, ma a livello politico siamo ancora divisi dai nazionalismi. Le Alpi hanno sempre rappresentato uno spazio in cui differenti popolazioni hanno dialogato e collaborato tra loro senza che vi fossero confini fra di loro. Bisogna andare oltre il concetto di nazione, ormai vecchio e inutile.
Parlando altre volte hai citato più volte il modello della Confederazione Elvetica come l’equilibrio ideale tra diversità culturali: è un modello esportabile?
È chiaro che il modello elvetico non può essere esportato sic et simpliciter. Niente di così complesso può essere esportato. Sono fortemente contrario a coloro che affermavano che la democrazia potesse essere esportata. Ogni struttura sociale è figlia della cultura del tempo, quindi non si può semplicemente prendere il modello svizzero e copiarlo in un altro luogo tale e quale.
Il modello della Confederazione Elvetica è frutto di una storia lunga 700 anni di convivenza tra diversi che però avevano ben chiara l’esigenza di stabilire dei principi unitari di base, come quello della politica monetaria comune. I Cantoni svizzeri, pur avendo un'ampia capacita' di autogoverno in qualita' di Stati federati, delegano materie fondamentali come la moneta, le dogane, le poste alla Confederazione. In tal senso riescono a conciliare l'autonomia e gli interessi particolari dei territori con l'interesse generale della Comunita' allargata: un buon esempio di unita' nella diversità.

Il convegno UOMO E MONTAGNA, PAESAGGI IN TRASFORMAZIONE vedrà studiosi del calibro di Annibale Salsa, Roberto Mantovani, Ugo Morelli, Marco Avanzini, Geremia Gios, Giorgio Conti e molti altri, insieme ad amministratori e a persone che hanno deciso di fare ritorno alle attività produttive in montagna, confrontarsi sul tema dello spopolamento progressivo delle nostre valli. Il dibattito esaminerà le profonde trasformazioni che i cambiamenti in atto stanno producendo sulle nostre montagne; e tenterà di delineare possibili vie per invertire la tendenza in atto.
Il programma completo sul sito di TRA LE ROCCE E IL CIELO.


Riccardo Rella
riccardo_rella@yahoo.it