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martedì 18 agosto 2015

Alpinismo e solidarietà: il Nepal prima e dopo il terremoto

Il 25 aprile 2015 un terremoto scuoteva il Nepal, uccidendo più di 9000 persone, ferendone 23000 e producendo più di 400.000 sfollati. Patrimoni UNESCO sono stati danneggiati o distrutti, in alcuni casi in modo irreparabile. Molti raccolti andranno perduti nei prossimi mesi, e tutto questo porterà a perdite incalcolabili anche nel lungo periodo. Questi eventi spingono ad una riflessione sulla montagna non solo come via di elevazione, sfida e rispetto per la natura: la montagna e l’alpinismo devono diventare anche il luogo della solidarietà e della ricostruzione, del rispetto per le popolazioni locali e le loro sofferenze, e dell’aiuto reciproco di fronte alla forza dirompente della natura. 


All’interno del festival della montagna vissuta con consapevolezza TRA LE ROCCE E IL CIELO - che si svolge in Vallarsa dal 20 al 23 agosto - di tutto questo parleremo con tre amanti della montagna e del Nepal, quattro conoscitori della realtà locale e degli interventi di solidarietà messi in campo:

· Kurt Diemberger, alpinista e scrittore;

· Mario Corradini, alpinista, scrittore cooperatore internazionale attraverso l’associazione   CiaoNamasté;

· Omar Oprandi, guida alpina e scialpinista.

· Luciano Rocchetti, dirigente del Servizio Emigrazione e Solidarietà internazionale della Provincia Autonoma di Trento, membro del comitato tecnico di gestione del fondo a favore delle popolazioni colpite dal terremoto del Nepal.

Coordineranno il dibattito Roberto Mantovani, giornalista, alpinista e studioso, e Filippo Zolezzi, professore, critico letterario e membro accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di montagna). 

Con loro discuteremo, sabato 22 agosto alle ore 21 al Tendone di Riva di Vallarsa di come alpinismo e solidarietà possano intrecciarsi e combinarsi; di come l’alpinista sia e debba essere sensibile e partecipe delle vicende sociali, ambientali, economiche e culturali dei luoghi dove avvengono le spedizioni, specialmente in presenza di tragedie come quella nepalese; e di come la solidarietà internazionale abbia influito e stia influendo nel percorso di ritorno alla normalità per una terra dilaniata, un popolo ferito, un’economia in ginocchio.




Sabato 22 agosto - ore 21, Tendone Riva "il Nepal prima e dopo il Terremoto" 
Disponibile sul sito il programma completo di Tra le rocce e il Cielo




lunedì 17 agosto 2015

Alpinismo e solidarietà #3: intervista a Omar Oprandi.

Nato a S. Pellegrino Terme in provincia di Bergamo, Omar è cresciuto con la passione per la montagna trasmessa dalla famiglia, che lo ha portato a diciott'anni ad entrare nel Soccorso Alpino Militare, diventandone istruttore. E' alpinista con Montura, scialpinista e guida alpina. Il suo lavoro e la sua passione lo hanno portato in giro per l'Italia e il mondo, dalle Alpi Orobie al Monte Bianco, fino all'Himalaya.

Omar Oprandi (Fonte: http://www.omaroprandi.it/).
Sul tuo sito internet c’è scritto “solo se faccio imparo”: in che modo questa massima guida la tua attività?
Io mi considero una persona pratica: ho bisogno di mettere le mani in quello che faccio, applicarmi direttamente. Come i nodi: se leggo un manuale di nodi, o se guardo semplicemente qualcuno che mi spiega come farli, io dimenticherò. Solo se mi metto in prima persona, facendo e disfacendo i nodi, sbagliando e rimediando, imparerò veramente. Questo mi piace della montagna: è un incontro diretto, pratico, senza mediazioni o falsità. In montagna si salutano tutti, ma non si parla a sproposito perché bisogna risparmiare il fiato. In montagna il cielo è meraviglioso, ma si deve anche sapere che può mutare in un secondo, e con lui non si deve scherzare. In montagna si deve bastare a se stessi, ma bisogna anche essere presenti a se stessi, sempre, ed essere sempre nel momento e nel luogo in cui ti trovi, senza distrazioni.

Come hai iniziato ad andare in montagna? Com’è nata la passione per la montagna?
è una passione iniziata in famiglia: è stato mio padre il primo a portarmi regolarmente in montagna. Io sono bergamasco di origine quindi le mie montagne sono all’inizio state le Alpi Orobie, al confine con la Valtellina. Seguendo i passi di mio padre mi è venuta la passione e la curiosità della vetta, la voglia di scoprire com’è il mondo da lassù, cosa c’è dall’altro lato. Come molti nel mio caso, ho deciso anche di intraprendere il percorso “accademico” dell’alpinismo, fino a diventare guida alpina. Questo per me è stata una delle massime aspirazioni, essere riconosciuto nel tuo ruolo e nel tuo aiuto di insegnante nei confronti di altri alpinisti, essere la persona che spiega i pericoli e le gioie della spedizione. Da allora quella passione non mi ha più lasciato, anzi: da allora mi sono spinto a cercare montagne sempre più alte, in Italia come il Monte Bianco, fino ad arrivare in Himalaya.

Parlami di come hai scoperto l’Himalaya e di cosa ti lega a quei luoghi.
La mia passione di andare sempre più in alto mi ha spinto quasi naturalmente, a un certo punto, verso l’Himalaya, per visitare quelle montagne imponenti e quelle cime così famose, leggendarie. La mia prima spedizione è stata l’Ama Dablam, una montagna di 6812 nella valle del Khumbu, in Nepal. Non volevo iniziare con un ottomila, e l’Ama Dablam è una montagna che, pur essendo più bassa, è tecnicamente molto difficile, quindi ha rappresentato per me una bella sfida. Più ancora della vetta, però, mi sono rimasti dentro il “prima” e il “dopo” della spedizione: la gente, le persone, la loro cultura.

Ama Dablam (6812 metri).
Cosa ti è rimasto particolarmente impresso?
Prima di tutto un forte senso di spiritualità. Lì ogni persona ha una forte fede, un profondo misticismo riguardo al modo che le circonda, anche se questa fede viene declinata in molti modi diversi: il Nepal, come si sa, è fatto da molte etnie, molte religioni e culture. Poi un grande senso di semplicità e di gioia dalle piccole cose belle e importanti della vita. Cose che da noi si danno ormai per scontate, o a cui non si pensa nemmeno, lì sono ragioni di gioia, festa e condivisione. Per me andare lì è stato come andare indietro nel tempo, in un passato in cui la natura e i suoi movimenti erano parte della nostra vita, parte integrante del nostro quotidiano. Questo mi ha spinto poi a tornare lì tre anni dopo, con la “scusa” di una spedizione sul Cho Oyu. In quel caso mi è andata male: mi è venuto un edema in alta quota e ce l’ho fatta con un po’ di fortuna, diciamo.

Cho Oyu (8201 metri).

Come hai reagito al terremoto del Nepal?
Il terremoto mi ha scosso: mi sono tornate subito in mente le memorie delle spedizioni che ho fatto, le persone che ho incontrato, e le sensazioni che ho raccolto quando sono stato lì, anche se distanti nel tempo. In più, mi hanno colpito le morti di amici che conoscevo ed erano lì: penso a Oskar Piazza, alpinista con Montura come me, con cui abbiamo fatto i corsi guida assieme, con cui eravamo “compagni di banco”, che in Nepal ha anche dato una mano alle popolazioni locali con progetti di solidarietà.

Oskar Piazza (1960-2015) (fonte: http://www.montura.it/it/persone/discipline/alpinismo/oskar-piazza.php).
Che consiglio daresti a chi volesse contribuire alla popolazione del Nepal?
Come ho detto prima, sono una persona pratica, che vuole sporcarsi le mani: potessi, andrei lì a dare una mano in prima persona, andando sul campo, purtroppo il mio lavoro non lo permette. Il consiglio che posso dare è di contribuire sicuramente, con delle donazioni o in altro modo, ma scegliendo realtà che siano già sul campo, che conoscano la situazione locale. Troppo spesso in questi casi le emozioni hanno la meglio e si raccolgono soldi che però non vengono usati efficacemente perché chi li usa non conosce il territorio a sufficienza.

Qual è per te il rapporto fra alpinismo e solidarietà?

Io sento forte la presenza di una “solidarietà di montagna”: è quasi magico come, più si sale in alto, più ci si avvicina alla vetta, e più diventiamo uguali, sullo stesso piano. Dai gesti più semplici, come il saluto, che in alta quota si dà a tutti a prescindere dal fatto che ci si conosca o meno, a gesti più impegnativi come il soccorso. In montagna, specialmente in spedizione, si è sempre “in cordata”, anche con chi non è nella nostra spedizione: se qualcuno cade, se ha difficoltà, se è in pericolo si interviene, non si sta in disparte e non si mettono i propri obiettivi prima della vita e di qualcun altro. Essere in cordata vuol dire riconoscere questo, diventare un tutt’uno, basato sulla fiducia reciproca. Poi, certo, ci sono persone che pagano un sacco di soldi, salgono per fama o tornaconto, e può succedere che tirino dritto e non si curino nemmeno dei loro compagni di spedizione, ma per me quello non è alpinismo. Alpinisti per me sono, ad esempio, Simone Moro o Silvio “Gnaro” Mondinelli, che hanno abbandonato le loro spedizioni senza esitare, quando dei loro compagni erano in difficoltà. Quest’idea della solidarietà di montagna è quella che mi ha portato ad entrare nel soccorso alpino, di cui sono membro da quando avevo diciott’anni.

Con Omar Oprandi, Kurt Diemberger, Mario Corradini e Luciano Rocchetti parleremo del terremoto del Nepal, di alpinismo e solidarietà, la sera di sabato 22 agosto, alle ore 21:00, al tendone di Riva di Vallarsa. Coordineranno la serata Roberto Mantovani e Filippo Zolezzi. Arrivederci in Vallarsa.


Pubblicato da Ludovico Rella ludovico_rella@yahoo.it

martedì 11 agosto 2015

Alpinismo e solidarietà #2: intervista a Mario Corradini.

Mario Corradini è, prima che un alpinista, un viaggiatore: uno scopritore di luoghi, persone e culture. Affezionato alle montagne del Trentino, ha però girato tutto il mondo nelle sue spedizioni: dagli Alti Tatra fra Polonia a Slovacchia, agli austriaci Alti Tauri, dalla Sierra Nevada in Spagna, Teide a Tenerife, Fogo a Cabo Verde, Pico nelle Azzorre, al monte Olimpo in Grecia, sul Kilimanjaro in Tanzania e sul Carihuayrazo e sull’Illiniza in Ecuador. Nell’autunno del 1992 partecipò alla Spedizione Internazionale Himalayana al Manaslu (8163 metri). E' inoltre stimato per le sue conferenze, i suoi documentari e i libri su alpinismo e viaggi. È socio accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna). Per molti anni è stato membro della Commissione Centrale per le pubblicazioni del CAI. È componente del comitato di redazione del Bollettino SAT. Particolarmente legato al Nepal, nel 2011 ha costituito l'Associazione CIAO-NAMASTÈ, attiva nel villaggio di Randepu (circa 200 km a nord-ovest da Kathmandu) per aiutare comunità e persone bisognose.

Mario Corradini (fonte: http://www.cliv.it/Mcorr.htm).

Mario, dalla tua vita e dalle tue esperienze si può dire che sei un viaggiatore…

Mai abbastanza: sono stato fortunato e ho avuto la possibilità di viaggiare un po’ nella mia vita, ma non si finisce mai di viaggiare e scoprire. Che siano vicini o lontani, o in Europa o in giro per il mondo. Possiamo viaggiare per visitare le montagne, o anche solo per visitare la gente del luogo. Ecco, quest’ultima ragione è quella che recentemente mi sta spingendo: scoprire le persone, le popolazioni, le minoranze etniche, soprattutto quelle che abitano territori di montagna.


Puoi parlarci delle esperienze più significative, e perché sono state significative?

Le montagne sono sempre belle, sono quelle che mi hanno inizialmente spinto a viaggiare. In particolare, le montagne dell’est Europa come gli Alti Tatra (fra Slovacchia e Polonia), che sono state le prime che ho scoperto quando ho iniziato a uscire di casa. Lì ho conosciuto e sono diventato amico dei grandi alpinisti dell’Est, come Reiter, Wielicki, Kukuczka, Rutkiewicz e tanti altri che hanno fatto la storia dell’alpinismo. Poi da allora mi sono spostato verso ovest e sud, in America Latina e Africa, per poi arrivare all’Himalaya.
Mario Corradini, Sir Edmund Hillary e Krzysztof Wielicki, al filmfestival internazionale di montagna di Poprad (Slovakia), 1994 (fonte: http://www.cliv.it/Mcorr.htm)

Come hai scoperto il Nepal?

Ci andai per la prima volta nel 1992: con Krzysztof Wielicki organizzammo la prima spedizione al Manaslu, ma allora non riuscii ad arrivare in cima per via di un edema polmonare. La mia prima esperienza in Nepal, quindi, è stata in un certo senso una sconfitta: dopo mesi di preparazione personale ed economica, non sono riuscito a raggiungere la vetta. Quando sono rientrato a casa, quindi, ero arrabbiato e amareggiato, non volevo più saperne.
Monte Manaslu (8163 metri).

Cosa è successo, cosa ti ha fatto tornare?

Dopo il primo momento di amarezza, ho iniziato a sentire una forte nostalgia, e non riuscivo a capire il perché. Quando sono tornato l’anno successivo, ho capito perché avevo nostalgia: perché in quel villaggio dove mi ero fermato, ho trovato forti dei valori che sento si stiano perdendo nella nostra società. Valori come la solidarietà, il vivere con poco, e dignitosamente, la vicinanza, il contatto umano, da noi sono quasi spariti, mentre lì sono ancora fondamentali. Da allora torno in Nepal ogni anno.


Cosa in particolare ti lega a quella terra e a quella gente?

Il popolo Nepalese è molto composito, con un sacco di differenti etnie e minoranze che nel corso delle generazioni si sono spostate, mescolate, e di questo me ne rendo conto a ogni spedizione, muovendosi anche solo da una valle all’altra, e questo è il grande fascino di quel popolo. In più, quello che colpisce è questa unione fra una generosità e un calore umano sconvolgenti, e una povertà, una vita così dura, dall’altra. Persone che, pur non avendo niente, dividono con te spazio, tempo e cibo: davanti a tanto fascino e a così tante necessità penso che siano davvero pochi quelli che non sentano il bisogno di dare una mano, di mettersi in gioco. Specialmente se si considera che siamo noi che andiamo lì per “diletto”: non possiamo rimanere in disparte, dobbiamo avere rispetto per queste persone.


Ci puoi parlare del villaggio di Randepu, dove si trova la scuola che hai contribuito a costruire? Come hai scoperto quel villaggio?

E’ stata la mia guida, nonché caro amico, Bhim Bahadur Basnet, a parlarmene per la prima volta. Lui vive a Kathmandu ma è originario del villaggio di Randepu nel Solokhumbu, villaggio dove abitano i suoi genitori e suo fratello. Bhim mi ha sempre parlato di questo villaggio da cui proveniva, ma non sono potuto andare prima per via del mio lavoro. Ho visitato la prima volta Randepu poco dopo essere andato in pensione. La prima cosa che ho notato sono stati i bambini che lavoravano i campi. Nel paese c’era una scuola, ma dopo la guerra civile del 2006 i maestri spesso non ricevevano lo stipendio, così i bambini si trovavano a non avere nulla da fare e andavano a lavorare i campi con la famiglia. Mio suocero era morto di recente quando sono andato lì, e all’epoca avevamo deciso, come si dice, “non fiori ma opere di bene”. Avevamo quindi delle donazioni raccolte in quell’occasione, con l’intenzione di impiegarle per fare del bene e aiutare il prossimo. Vedendo Randepu, ho avuto l’idea della scuola: a Randepu ci sono problemi di povertà in alcune famiglie singole, ma il cibo e l’acqua in generale non mancano. Quello che manca è l’istruzione: chi non è istruito viene più facilmente usato e sfruttato. Sappiamo, ad esempio, che ci sono delle organizzazioni private o di finta solidarietà, straniere, che vengono, fanno un passaporto collettivo e portano giovani e bambini a lavorare all’estero (spesso paesi arabi), trattenendo anche l’80% di quello che guadagnano. Se, invece, diamo alle giovani generazioni l’istruzione, questi bambini potranno non cadere nelle mani di queste organizzazioni e diventare padroni di se stessi. Abbiamo quindi iniziato comprando il terreno e il materiale per costruire la scuola.


Da dove nasce l’idea di CiaoNamastè?

Nasce da quella visita a Randepu, dopo aver deciso di costruire la scuola: ci siamo resi conto che costruirla non bastava se poi non si dava continuità all’aiuto e ai finanziamenti, perché se non si comprano i quaderni, se non si pagano i maestri, alla fine non è servito a niente. Così è stata fondata l’associazione, mettendo assieme due saluti, il nostro “ciao” e il nepalese “namastè”, che non è un semplice saluto: vuol dire “m’inchino al divino che è in te”. Un messaggio molto bello. Oggi quella scuola ha 35 bambini, un’aula/ambulatorio, s’insegna l’inglese ed è riconosciuta dal governo nepalese.

Alcuni bambini della scuola di Randepu (fonte http://ciaonamaste.xoom.it/virgiliowizard/notizie).
Qual è stata la tua reazione al terremoto?

Sicuramente di grande sbigottimento. Il 25 aprile ero al rifugio Sette Selle, dove dovevo incontrarmi con delle scuole di Tenna, qui nel Trentino. Questa scuola aveva raccolto, un assegno collettivo all’associazione CiaoNamastè e avevano organizzato una cerimonia al rifugio per consegnarmelo. Come arrivo al rifugio mi chiama mia moglie e m’informa del terremoto, e col passare dei minuti la notizia diventa sempre più precisa e terribile. Questi ragazzi di Tenna e i loro insegnanti sono stati meravigliosi, perché hanno iniziato subito a organizzare ulteriori iniziative di sostegno al progetto. Non sono partito subito, perché materialmente non potevo farci niente, ma mi sono subito attivato tenendo i contatti con Randepu e raccogliendo donazioni e contributi che poi useremo lì. Mi sento con Randepu ogni settimana.


Quanto ha impattato il terremoto sulla scuola?

A quanto pare relativamente poco: pare che siano danneggiati i muri, ma bisogna andare a vedere sul luogo quanto è grave la situazione, soprattutto riguardo alla stabilità della struttura. A novembre andrò a vedere quanto sono ingenti i danni, se le riparazioni sono sufficienti o se si dovrà ricostruire per intero una parte della scuola. Per il terremoto abbiamo aperto un conto corrente apposito destinato a lavori straordinari, abbiamo raccolto una bella somma e, dopo essere stati lì, vedremo come spendere questi soldi, quali interventi sono prioritari e fattibili, ma abbiamo già delle idee: ad esempio c’è un’altra scuola che è stata completamente distrutta. Quella scuola sarà sicuramente ricostruita, ma abbiamo altri soldi grazie alla generosità di tutti i donatori, così potremo effettuare altre ricostruzioni. A questo proposito ci tengo davvero a ringraziare la fiducia data al nostro progetto attraverso le donazioni, a breve faremo sapere quali interventi sono stati scelti.


Da come parli, sembra che ci sia un dovere contenuto nell’alpinista o nel viaggiatore…

Guardi, io non voglio definirmi in nessun modo particolare. Penso solo che chiunque viaggi e spenda tempo in un posto ad un certo punto senta la tensione a scoprire il prossimo, chi ci sta accanto. In più in situazioni particolari come il Nepal, sono subito evidenti il contatto umano e contemporaneamente la povertà, che fa risaltare ancora di più la grande solidarietà, il calore di questa gente che vive di poco e condivide tutto con chi passa. Da noi è tutto il contrario: il successo è nel fare i furbi, nel fregare gli altri. Qui i valori che ho trovato in Nepal sono quasi completamente spariti, mentre lì sono intatti. La sera del 22 farò vedere questa dimensione, attraverso video e le mie esperienze dirette, per far capire questa realtà lontana ma straordinaria anche a chi ci ascolterà. Ancora di più perché si parla di villaggi al di fuori delle rotte commerciali, di cui nessuno parla e che sono lasciati a loro stessi. E’ importante che si parli di Katmandu, del patrimonio culturale che è andato perduto e che va al più presto ricostruito, ma è importante anche parlare dei villaggi, delle zone più remote, che pagano un prezzo altrettanto alto, ma spesso senza sostegno e aiuti.


Con Mario Corradini, Kurt Diemberger, Omar Oprandi e Luciano Rocchetti parleremo del terremoto del Nepal, di alpinismo e solidarietà, la sera di sabato 22 agosto, alle ore 21:00, al tendone di Riva di Vallarsa. Coordineranno la serata Roberto Mantovani e Filippo Zolezzi. Arrivederci in Vallarsa.

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Per chi fosse interessato a donare all’associazione CiaoNamastè, il codice IBAN del conto dell’associazione è IT62U0831634330000000017562. Per donare al fondo straordinario per il terremoto, invece, l’IBAN è IT51M0831634330000000019900. Per più informazioni si rimanda al sito http://ciaonamaste.xoom.it/ .


 Ludovico Rella ludovico_rella@yahoo.it

domenica 3 agosto 2014

Gli scrittori di montagna a "Tra le Rocce e il Cielo 2014"


Nato come Festival degli scrittori di montagna, TRA LE ROCCE E IL CIELO non scorda le sue origini. Anche nella sua quinta edizione il Festival della montagna vissuta con consapevolezza, che si svolge in Vallarsa (TN) dal 21 al 24 agosto, ospita gli autori di libri che raccontano diversi modi di mettersi in relazione con le vette.



Sabato 23 agosto una PASSEGGIATA ARTISTICA LETTERARIA all’ombra della Piccole Dolomiti accompagnerà gli appassionati di arte e natura fino a Malga Siebe. L’escursione, condotta dal Gruppo Sat di Vallarsa, partirà alle 10 dal paese di Ometto. Dopo una camminata attraverso la mostra immersa nella natura “Il Luogo delle Fotografie” di Marco Angheben, alle 14, gli scrittori di montagna raccontano i loro libri all’aria aperta, presentati da Filippo Zolezzi.



In malga il giornalista Roberto Mantovani presenterà “Appigli invisibili”, un libro che offre una panoramica sulla stagione dell’arrampicata sportiva partendo dalle straordinarie gesta dei ragazzi che apparvero sulla ribalta quarant’anni fa, fino a raccontare le prime gare d’arrampicata, per poi mostrarci una sfilata di incontri e di personaggi mitici: dai campioni francesi agli yankee di Yosemite, dalle imprese di Manolo, Mariacher e compagni agli ice climber, di cui fu capofila l’indimenticabile Gian Carlo Grassi. E poi ancora Wolfgang Güllich, Lynn Hill, Alexander Huber, Chris Sharma, Josune Bereziartu e il giovanissimo Adam Ondra: tante storie di uomini e donne in ascesa fra le rocce e i ghiacci, tante sfide estreme alla gravità del mondo.   

Franco Perlotto racconterà “Indio”, una storia che trae spunto da fatti realmente accaduti, con il sapore della spy story. Tra le pagine c’è la Gran Sabana con i suoi sterminati spazi, ci sono le Piccole Dolomiti, c'è un grande progetto rivoluzionario che ha il sapore dell'utopia e il fascino delle cose incompiute: il romanzo è un collage di esperienze di vita, suggestioni e incontri fatti nel corso di una vita inquieta, tra viaggi e scalate, seguendo un filo rosso che lega Amazzonia e Veneto.

Gigi Zoppello racconterà come è nato “In lungo e in largo - due traversate del Trentino a piedi”, il libro ispirato da una sua doppia traversata a piedi del Trentino, da Borghetto a Salorno, da Primolano al Tonale. Il giornalista ha percorso 285 km, da cui ha tratto un ritratto del Trentino fatto di uomini e donne, natura, centri commerciali, sole, pioggia, animali, rifiuti, bellezze e brutture.

Mario Corradini presenterà “Vivere e scoprire”. Il libro è una sorta di diario di bordo di una vita all'insegna dell'avventura. L’autore vi racconta delle sue scorribande iniziate sulle montagne di casa, le Dolomiti, per poi spostare i suoi orizzonti all'Est Europa, all'Africa, e poi all'America latina e all'Asia, raccontando episodi ed emozioni vissute nella sua vita da girovago. Ammette che la "fame di emozioni" non si esaurisce mai, che i viaggi e le montagne diventano cibo per sopravvivere e, alle volte, creano dipendenza.

Domenica 24 agosto, al museo della Civiltà contadina di Riva, alle 11 Riccardo Decarli e Fabrizio Torchio racconteranno come è nato “Ad Est del Romanticismo. 1876-1901,  alpinisti vittoriani sulle Dolomiti”. Il tre volumi editi da Accademia della Montagna indagano in profondità non solo la storia alpinistica delle Dolomiti, ma anche il contesto socio-culturale e letterario che caratterizzava quegli anni. Alla presentazione ci saranno anche gli alpinisti Elio Orlandi e  Armando Aste.

Alle 12 seguirà Andrea Nicolussi Golo, presentato da Carlo
Martinelli, che racconterà il suo libro “Diritto di memoria”.
La storia narrata è quella di un ragazzo, Zeno, che alla vigilia dello scoppio della Prima guerra mondiale lascia il suo paese sulle Alpi del Trentino (allora Welschtirol, o Tirolo italiano, estremo lembo meridionale del grande impero austroungarico) per raggiungere l'Argentina.





Come arrivare al Festival

Stefania Costa

venerdì 22 novembre 2013

"Alpinista ieri, climber oggi" l'incontro con gli alpinisti trentini

Per festeggiare il suo trentesimo compleanno il Gruppo SAT di Vallarsa, all'inteno dell'edizione 2013 del Festival "Tra le rocece  e il Cielo" ha organizzato una camminata e un incontro all'aria aperta con alcuni alpinisti Trentini.
AD "Alpinista ieri, climber oggi" hanno partecipato Dario Cabas, Luca Campagna,Giuliano Stenghel e Mario Corradini.


martedì 27 agosto 2013

"Alpinista ieri, climber oggi", gli alpinisti si incontrano per festeggiare i 30 anni della Sat di Vallarsa


“Alpinista ieri, climber oggi” è la chiacchierata che sabato 31 agosto alle 14 si terrà all’Alpe di Campogrosso,  all’interno di Tra le rocce e il cielo, il Festival della montagna vissuta con consapevolezza che si svolge in Vallarsa (TN) dal 29 agosto al 1 settembre. Un incontro tra amici amanti della montagna che rappresentano diverse generazioni dell’alpinismo trentino. Quegli stessi scalatori che hanno vissuto in prima persona il passaggio dall’andare in roccia in modo tradizionale alle grandi trasformazioni tecniche dei giorni nostri. Ad organizzare l’incontro il gruppo SAT di Vallarsa, che festeggia il suo 30° anniversario dalla fondazione in uno dei luoghi più suggestivi della Vallarsa, ai piedi delle Piccole Dolomiti.

Sono passati già 30 anni da quando, da un’idea di Tullio Pezzato ed Ezio Campagna, è nato il Gruppo Sat di Vallarsa, gruppo della Sezione di Rovereto. «All’inizio eravamo in 13 o 14, ma nel giro di pochi mesi abbiamo raggiunto una trentina di soci» ha raccontato Claudio Rossaro, uno dei fondatori, a Tra le Rocce e il cielo (ascolta l’intervista a Claudio Rossaro). Oggi, dopo un trentennio, i soci del gruppo tra ordinari, familiari e giovani sono oltre 150. E non arrivano solo dalla Vallarsa, ma anche dai paesi vicini e dal Veneto. All’inizio  il gruppo si occupava soprattutto di organizzare gite sulle montagne della valle e della manutenzione dei sentieri, che sul territorio comunale sono davvero molti. Ora accanto a questa attività ci sono molti altri impegni (ciaspolate, escursioni, collaborazioni con altre associazioni, accompagnamento) e la partecipazione a numerose manifestazioni, come la Fiera di San Luca o la giornata dei Crodaioli, solo per citare le maggiori.

Il gruppo Sat festeggerà il compleanno al “Festival Tra le rocce e il cielo”, organizzando una giornata dedicata alla montagna e all’alpinismo.
Come nel vero spirito satino si partirà con una camminata. In compagnia di alcuni alpinisti ci si avvierà alle 9 da Passo Pian delle Fugazze (percorso A) o da Camposilvano (percorso B) per raggiungere malga Storta, dove si potrà gustare l’aperitivo e pranzare. Occorre iscriversi all’indirizzo proloco.vallarsa@gmail.com o al 334 1330576 entro giovedì 29 agosto (quota per il pranzo 5 euro).

Alle 14, alla malga, avrà inizio l’incontro Alpinista ieri, climber oggi. Nell’appuntamento all’aria aperta alcuni alpinisti trentini si confronteranno su come è cambiato il modo di scalare le montagne in questi ultimi trent’anni. Un tempo, scarponi ai piedi, si stava in parete anche una settimana; ora con le scarpette e l’abbigliamento tecnico i tempi si sono accorciati. Questo profondo mutamento del modo di rapportarsi alla roccia verrà analizzato dagli stessi protagonisti.  


Tra questi due hanno superato i settant’anni Dario Cabas e Paolo Leoni.
Il primo ha iniziato a praticare l’alpinismo, con tenacia e senza estremismi, sulle montagne attorno a casa. E accorgendosi di quanto era importante e sentito questo tema, ha trasformato una passione in una professione, aprendo a Rovereto il primo negozio specializzato per climber. Accanto all’esperienza in roccia anche la storia dietro il bancone dunque, che racconta l’evoluzione degli strumenti e delle tecniche, con il passaggio da un equipaggiamento artigianale, e da un ruolo del venditore più da amico e consigliere che da esperto, fino all’estrema evoluzione tecnica odierna, con una produzione specialistica che ha completamente rivoluzionato il settore.
Paolo Leoni, con la cordata roveretana formata da Mariano Frizzera e Graziano Maffei,
a partire dagli anni ’70 per più di un ventennio ha condotto un alpinismo d’avanguardia, seppure lontano dalle luci della ribalta. Le sue scorribande in Dolomiti sono ora entrate nella leggenda.
Maurizio Giordani, classe 1959, ha vissuto profondamente questo passaggio di mentalità. Per lui fare alpinismo è una ricerca, un’avventura in un ambiente affascinante che permette di crescere e di fare esperienze importanti, alla ricerca di emozioni.
Giuliano Stenghel, considerato in passato l’anello di congiunzione tra due generazioni di alpinisti, con le sue esperienze ha esplorato un nuovo modo di andare montagna. Da diverso tempo è riuscito a coniugare alpinismo e solidarietà, organizzando, tra una cordata e l’altra, serate informative e promozionali in tutta Italia.
Tra i più giovani invece troviamo Luca Campagna. Alpinista, esploratore e appassionato di viaggi, ha maturato negli anni molte esperienze alpinistiche in ogni angolo del mondo, attraversando distese ghiacciate e desertiche.
Infine i due giovanissimi del gruppo, Tiziano Buccella, grande rocciatore, e Michele Bort. Bort in particolare gira l’Europa alla ricerca di falesie, il suo ambiente prediletto, girando l'Europa ha avuto modo di conoscere e scalare assieme ad alcuni Top Climber.
A Introdurli sarà l’alpinista viaggiatore Mario Corradini.
L’incontro sarà seguito da una merenda.



Stefania  Costa
costa_stefania@yahoo.it