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domenica 24 luglio 2016

I flussi migratori non si interromperanno. Occorre dirlo.

Intervista a Riccardo Pennisi

Riccardo Pennisi è laureato in Studi Europei all’Università di Firenze, ed è analista di temi europei ed euro-mediterranei per Aspenia e Limes. Con lui parliamo dell’impatto che la recente crisi dei rifugiati sta avendo sull’Europa, le risposte fino a questo momento messe in campo, e le prospettive future che ci attendono. 


Quali sono secondo te le cause principali dell’aumento epocale dei migranti e richiedenti asilo? 

In primo luogo bisogna ricordare che le migrazioni sono un fenomeno umano che è sempre avvenuto, con numeri più o meno grandi, durante la storia. Detto questo, il numero di persone che si è messa in viaggio con l’ultima ondata è storicamente alto, e le cause sono principalmente due. La prima causa è l’aumento delle crisi che hanno causato lo spostamento dei profughi. La Siria e la Libia sono crisi molto recenti: l’instabilità e la guerra civile hanno causato un vero e proprio esodo da questi paesi. Ma non bisogna dimenticare altre crisi che, scoppiate tempo fa, sono state lasciate ad incancrenire e oggi contribuiscono al fenomeno dei profughi: se la Siria è il paese da cui provengono la maggior parte dei profughi e rifugiati oggi nel mondo, ma il secondo e il terzo paese sono, rispettivamente, Iraq e Afghanistan, con più di tre milioni ciascuno di rifugiati. La seconda causa è più legata all’Africa: la crescita economica relativa e demografica di alcune zone dell’Africa Occidentale, Centrale e del Corno d’Africa sono alla base di nuovi flussi di persone da quel continente. La Nigeria, ad esempio, ha gli stessi abitanti della Russia, ma su una superficie che è meno di un decimo. La crescita economica relativa non vuol dire che le persone stiano bene, ma che più famiglie possano risparmiare abbastanza per pagarsi il viaggio verso l’Europa. 


Che tipo di impatto hanno questi flussi sull’Europa, a tuo avviso? 

L’impatto è complesso, soprattutto per la mancanza politica degli stati di capire che questi flussi di persone non sono un’emergenza, ma qualcosa di strutturale. Non solo partiti populisti, nazionalisti e xenofobi, ma anche molto governi diffondono l’idea falsa che a un certo punto nel futuro prossimo le cause di instabilità finiranno e il flusso si interromperà. Ma né le guerre e i conflitti accennano a diminuire, né l’aumento demografico rallenterà, almeno nel breve periodo. L’impatto, quindi, è aggravato dal rimandare le soluzioni e dall’evitare di programmare l’accoglienza e l’integrazione. 


Nel dibattito c’è chi parla di pericolo di perdita di posti di lavoro da un lato, e dall’altro invece un vantaggio derivante dall’immigrazione perché, visto che stiamo invecchiando e non stiamo crescendo come popolazione europea, le migrazioni aiutano a mantenere una popolazione più giovane e in crescita. Qual è, secondo te, l’effetto complessivo? Positivo o negativo? 

Certamente entrambi i dati ci sono nei flussi migratori. Riguardo al mercato del lavoro, però, la competizione con la popolazione migrante non è il solo né il principale fattore di riduzione dei salari: la tendenza al taglio degli stipendi, al calo del potere d’acquisto era già presente prima delle ondate attuali e per motivi relativi ad altre ragioni, più di natura industriale che di migrazioni. Molti dei lavori a paga bassa o molto bassa sono già scomparsi con la crisi, e si sono salvati solo un po’ di lavori solo per persone formate. Questo potrebbe causare problemi in quanto i rifugiati potrebbero aver difficoltà nel trovare lavoro. Riguardo all’impatto positivo in termini demografici è vero, tanto è che, a torto o a ragione, molti hanno detto che l’accoglienza così aperta della Germania verso i rifugiati era dettata dall’esigenza di avere lavoratori che pagassero la pensione ai tedeschi nei prossimi decenni. L’Europa sta invecchiando, è vero, e in questo l’iniezione di gioventù portata dalle migrazioni può essere molto benefica. 


In quanto giornalista, seppur specialistico, cosa pensi del ruolo dei media nel creare una pubblica opinione sulle migrazioni? Qual è il livello del dibattito su questo tema? 

I mass media sicuramente non brillano per analisi, soprattutto la stampa quotidiana: si punta più sull’onda emotiva di specifici eventi e immagini, più che sul fare analisi sul fenomeno. Per esempio, quando venne pubblicata la foto del bambino siriano morto e ritrovato sulle spiagge greche, questo produsse una generalizzata simpatia nei confronti dei rifugiati e una maggiore predisposizione all’accoglienza. La Germania, ad esempio, ha usato quell’onda emotiva per annunciare il suo piano di accoglienza dei Siriani, e quando Croazia, Ungheria e Austria chiusero le rispettive frontiere lungo la rotta balcanica, che è il percorso che dalla Siria conduce all’Europa centrale attraverso Grecia, Serbia, Macedonia, Croazia, Ungheria e Austria, moltissimi austriaci e tedeschi – ma accade anche in Ungheria e in altri dei paesi menzionati - diedero spontaneamente una mano per l’accoglienza, nonostante la linea intransigente dei loro governi. Questo atteggiamento si è capovolto il 1 gennaio di quest’anno a Colonia, con immagini e resoconti di violenze e molestie su donne tedesche da parte di migranti. La stampa in quel caso non ha cavalcato completamente l’onda: mentre una parte dei mezzi di informazione ha apertamente sfruttato questo evento per fomentare un clima di insicurezza, molte testate hanno invece volutamente smorzato i toni. Nonostante questo, l’impatto dei fatti di Colonia hanno prodotto la fine dello spirito di accoglienza che prima si registrava in quasi tutta Europa, e una crescita dell’avversione nei confronti dei migranti. Uno dei paesi in cui i mezzi d’informazione sono stati più duramente contro l’immigrazione e per la chiusura è stato il Regno Unito, e questo è stato un fattore fondamentale nella scelta di uscire dall’Unione Europea. 


La Brexit è il punto finale di un clima più diffuso: molti stati vogliono ripristinare controlli e chiusure dei confini, ultimo in ordine cronologico il Brennero, e il Regno Unito mostra che si può addirittura scegliere di uscire dall’Unione pur di avere controllo (reale o apparente) sull’immigrazione. Questa tendenza ha un futuro? Verrà sconfitta, nel breve o medio periodo, o rischia di vincere? 

Questa ventata di nazionalismo sicuramente è la conseguenza, prima di tutto, della mancanza dell’Unione Europea di dare per se stessa una risposta soddisfacente su questo tema. Se il tema dell’immigrazione spesso risveglia, nel breve periodo, pulsioni di questo tipo, l’Unione si è mostrata incapace di essere all’altezza della sfida e quindi di fornire un’alternativa. In più, i paesi del centro ed est Europa come Austria, Ungheria ed altri sono paesi che non hanno mai ricevuto, nel passato recente, un flusso importante di immigrati: una riflessione sull’integrazione e sul multiculturalismo non c’è mai stata, quindi anche i politici locali pagherebbero un prezzo altissimo se, da soli, decidessero di fare integrazione. Per questo servirebbe un’Unione Europea capace di offrire supporto a politici che decidessero di prendere questa strada, e che offrisse un’alternativa per la gestione di questo fenomeno, ma al momento non c’è. 
In questo, il paese che ha ceduto meno alla retorica xenofoba, per il momento, è la Germania, e questo perché nella memoria collettiva è molto forte l’obbligo morale dell’accoglienza, derivato soprattutto dal fatto che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Germania si è drammaticamente ridotta in superficie, con milioni di profughi tedeschi provenienti da Polonia e Repubblica Ceca – dunque l’organizzazione e l’accoglienza dei rifugiati sono stati alla base della “rinascita” tedesca. Inoltre, le politiche di integrazione sono, in Germania, relativamente più efficaci che nel resto di Europa, e i partiti xenofobi hanno meno presa lì che altrove (anche se ci sono). Non voglio pensare cosa sarebbe successo se un milione di profughi, invece di arrivare in Germania, fosse arrivato in Francia dove la destra anti-immigrazione è già primo partito. 


In che condizioni è il meccanismo europeo di accoglienza? Fra hot spot, trasferimento dei rifugiati e accordo con la Turchia, stiamo andando nella direzione giusta? E lo sforzo è sufficiente? 

Il patto con la Turchia ha molte caratteristiche di un “patto col diavolo” perché regala a Erdoğan un potere enorme sull’Europa: gestendo in sostanza le frontiere europee, Erdoğan può aprire e chiudere i “rubinetti” degli arrivi, a seconda della propria convenienza del momento. Inoltre, le condizioni poste dall’Europa a Erdoğan sono sicuramente insufficienti per assicurare un trattamento umano dei profughi in quel paese. Il risultato, non trascurabile, che questo accordo ha prodotto è stato un allentamento della pressione sull’opinione pubblica del tema immigrazione: la firma dell’accordo è stata fatta alla vigilia delle elezioni regionali tedesche, ed è opinione abbastanza diffusa che il risultato dei partiti xenofobi sia stato più basso delle aspettative. Certamente è stata cancellata dai mass-media, per il momento, l’immagine di grandi masse di disperati che a piedi camminano verso le frontiere europee. Riguardo a hot spot e dislocazione dei profughi dai paesi di primo arrivo (Italia e Grecia) verso altri paesi dell’Unione, entrambe queste politiche sono, ad oggi, completamente insufficienti e non attuate. L’unica attività che funziona relativamente bene è il pattugliamento delle coste libiche e l’attività di cosiddetto “search and rescue”: ricerca e soccorso di imbarcazioni usate per trasportare migranti. 
In sostanza, le soluzioni adottate ad oggi sono troppo spesso un pannicello caldo, l’alternativa sarebbe una politica strutturale e integrata fra tutti gli Stati per gestire questo fenomeno. Ma questo richiede una forza politica e un accentramento delle decisioni che, ad oggi, per come è fatta l’Europa, appare impossibile. Per esempio, non si è stati nemmeno in grado, fino ad ora, di riformare efficacemente il cosiddetto Regolamento di Dublino, che è quello che disciplina l’accoglienza dei profughi. 


Che cosa pensi del futuro? Ci sono alternative in campo rispetto a questa impasse, o non sei molto ottimista? 

Innanzi tutto, bisognerebbe avere il coraggio di parlare chiaro ai cittadini, dicendo che questi flussi di persone non sono temporanei e non si fermeranno, ma sono strutturali e vanno gestiti. Poi, per costruire politiche più umane ed efficaci, servirebbe una reale politica estera europea su Turchia, Libia e Siria. E questo richiede un cambiamento delle istituzioni europee, di come la UE è pensata e costruita. Invece ora siamo sempre in balia non solo delle emergenze ma anche delle agende dei singoli leader europei; per fare un esempio, se la politica migratoria americana venisse lasciata in mano agli stati confinanti con il Messico (Texas, Arizona, Nevada ecc), le decisioni prese sarebbero certamente molto più intransigenti e “nazionaliste”, oltre che influenzate dalla politica locale. Ma è Washington che decide, e i risultati sono ben altri; Bruxelles questo lusso non ce l’ha.



Riccardo Pennisi parteciperà al convegno di TRA LE ROCCE E IL CIELO in programma il 20 agosto al Teatro di S.Anna: CONFINE O FRONTIERA? MONTAGNE MIGRANTI
Riace – Vallarsa. L’avvenire delle terre alte italiane e la sfida della costruzione di una società interculturale ed eco-etica. 
L'Europa fra Soglia e Limite
Andrea Anselmi: Crisi dei migranti: fra chiusura e accoglienza.
Raffaele Crocco: Crisi dei migranti: cause di un cambiamento strutturale.
Francesco Palermo: Accoglienza e integrazione nelle aree di confine.
Riccardo Pennisi: Crisi dei migranti: le risposte dell’Europa fra ponti e muri.
Ozlem Tanrikulu: Ripensare le comunità, fra confini e conflitti.
Maurizio Tomasi: Quando i migranti eravamo noi: sofferenza e accoglienza dei trentini nel Mondo.



Ludovico Rella

venerdì 22 luglio 2016

Non si risolvono i problemi tornando al passato

Intervista a Raffaele Crocco

Raffaele Crocco è giornalista per il TGR Trentino Alto Adige di RAI3, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel mondo (editore Associazione 46° Parallelo, giunto quest’anno alla sua VII edizione), e vanta una collaborazione al progetto Peace Reporter. Ha inoltre fondato la rivista “Maiz – a sud dell’informazione”.


Innanzi tutto, ci parli dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti: da dove è venuta l’idea, come si è sviluppata e dove intende andare?

L’Atlante nasce nel 2009 e da allora viene pubblicato, in versione aggiornata, ogni anno. A luglio usciremo con la settima edizione, e in questi sette anni abbiamo avuto più di settecento incontri di presentazione in giro per l’Italia, di cui 420 circa nelle scuole. Oltre alle conferenze abbiamo organizzato tre mostre, partecipato a progetti di formazione in giro per l’Italia. A livello editoriale siamo una realtà “bizzarra”, perché siamo e rimaniamo un’associazione. L’idea mi è nata dopo anni di giornalismo, sia sul campo che non, riguardante zone di conflitto: mancava un luogo fisico dove tutte queste guerre fossero ricostruite, raccontate e accessibili ai lettori. Perché è importante sapere le ragioni per cui le cose accadono: perché un conflitto nasce, finisce o ricomincia? Che conseguenze ha un conflitto su altri fenomeni, quali le migrazioni? L’esperienza di Peace Reporter con Gino Strada ha aperto spazi e facilitato le condizioni perché nascesse l’Atlante. Poi, nel 2008, si sono finalmente materializzate le condizioni perché partisse la pubblicazione.


Ora l’immigrazione, con le recenti ondate di profughi, è tornata al centro del dibattito. Spesso, però, manca un’analisi delle cause e delle origini del flusso di migranti. Tu che idea ti sei fatto?

L’Atlante si sta occupando sempre più spesso, e sempre più approfonditamente, della vicenda dei profughi per via del forte collegamento con il tema dei conflitti. Da quando siamo nati nel 2009, è completamente cambiata la geografia delle origini dei migranti, e l’insieme delle cause delle migrazioni. Cambia, quindi, la prospettiva con cui bisogna analizzare le migrazioni. È essenziale capire che questo fenomeno non è un’emergenza, nel senso che non è temporaneo ma strutturale. Ci sono ora 60 milioni di migranti nel mondo, destinati a diventare 250 milioni nel giro di pochi anni. Perché queste persone si mettono in viaggio? C’è una sovra-ragione per queste migrazioni: la volontà di vivere. Vivere vuol dire che noi, nelle stesse condizioni, avremmo fatto e faremmo le stesse scelte. Le cause più specifiche, poi, sono anch’esse strutturali: cattiva distribuzione delle risorse, instabilità strutturale delle aree di provenienza, condizioni economiche insostenibili, da conflitti armati o da persecuzione politica, etnica e religiosa. È dal 1991 che centinaia di migliaia di persone si sono messe in movimento, quindi si capisce bene che un fenomeno che dura 25 anni non può essere considerato emergenza, a meno che non si parli della Guerra dei Cent’Anni. Il tema dell’immigrazione, quindi, va affrontato in maniera complessiva, analizzando cause e conseguenze. 


Che effetto può avere questo flusso di persone sull’Europa attuale?

Questa massa di migranti rappresenta una risorsa fondamentale nello sviluppo dell’Europa, perché l’Europa stessa è affetta da problemi strutturali: invecchiamento della popolazione, necessità di far ripartire la crescita. Un afflusso di giovani e lavoratori non può che far bene a un’Europa che deve uscire dalla crisi. Pensiamo che la Germania nei prossimi decenni potrebbe perdere, per via del pensionamento dei figli del baby boom, attorno al 40% della sua forza lavoro.


La giornata di quest’anno ha come titolo “Confine o Frontiera”, e vuole interrogare direttamente l’Europa per come gestisce i suoi confini, l’accoglienza e le sue relazioni esterne. Come pensi si stia gestendo l’immigrazione? In che direzione stiamo andando?

Certamente stiamo andando nella direzione sbagliata. Basti pensare la volontà di alcuni stati, recentemente, di rispolverare i vecchi confini degli stati: guardiamo l’Austria con il Brennero, per esempio. L’idea che il problema possa essere risolto tornando al passato sarebbe come dire, per noi italiani, di tornare al Regno delle Due Sicilie. Sono idee fuori dal mondo e dalla storia, possono essere bizzarre in un racconto fantasy ma non sono realistiche e fattibili. Il paradosso è che questa volontà di chiudere verso l’esterno non avviene come Europa che, complessivamente, si chiude verso gli altri, ma ogni piccolo stato si chiude agli altri, vicini e lontani: l’Ungheria rispetto alla Serbia, l’Austria rispetto all’Italia. Questa vicenda sta mostrando le crepe strutturali dell’Unione Europea, che sarebbe un sogno fantastico ma che è oggi il vuoto politico e sociale. La chiusura sullo stato nazionale non avviene solo come ritorno a un’identità nazionale “pura”, che già sarebbe difficile sostenere per l’Italia vista la sua storia, ma fa tornare indietro la politica alla competizione internazionale ottocentesca: una difesa dei confini che non è solo contro i migranti ma contro l’Europa.


Il nostro territorio è intrinsecamente di frontiera e di confine. In più, Trentino, Sudtirolo e Tirolo sono in cooperazione all’interno dell’Euregio: vedi qualche opportunità nelle cooperazioni transfrontaliere per migliorare la situazione europea?

Io, pur non essendo nato in questo territorio, ci vivo da molto tempo e lo amo molto. Detto questo, noto delle contraddizioni, che possono produrre effetti positivi o negativi a seconda di come vengono pensate e sfruttate. Primo, vedo di buon occhio Euregio, in quanto rappresenta potenzialmente un nuovo modo di vedere e vivere l’Europa: superare il nazionalismo e le frontiere vuol dire creare spazi di comunicazione, vuol dire vivere questi territori come punti di passaggio e non come barriere. In questo il Trentino in particolare ha una buona cultura dell’accoglienza e della comunicazione. Ad esempio, il Trentino è fra i territori più avanzati sulla gestione dei migranti e del territorio che li ospita. In contraddizione con questo, però, questo territorio vive del mito della propria diversità e particolarità, e diventa per questo autoreferenziale. Il complesso che affligge questo territorio è l’idea di essere i primi della classe. Il rischio è quello di pensare che tutto vada bene, che non ci siano problemi e scontri, che si debba proseguire su un fantomatico sentiero tracciato dai padri, senza capire peraltro chi siano questi padri. Invece questo territorio deve, più degli altri, aprirsi sempre di più. In questo, l’Università e il ricco calendario di Festival che si svolgono in Trentino aiutano, ma sicuramente si deve fare di più.

Raffele Crocco parteciperà al convegno di TRA LE ROCCE E IL CIELO in programma il 20 agosto al Teatro di S.Anna: CONFINE O FRONTIERA? MONTAGNE MIGRANTI
Riace – Vallarsa. L’avvenire delle terre alte italiane e la sfida della costruzione di una società interculturale ed eco-etica. 
L'Europa fra Soglia e Limite
Andrea Anselmi: Crisi dei migranti: fra chiusura e accoglienza.
Raffaele Crocco: Crisi dei migranti: cause di un cambiamento strutturale.
Francesco Palermo: Accoglienza e integrazione nelle aree di confine.
Riccardo Pennisi: Crisi dei migranti: le risposte dell’Europa fra ponti e muri.
Ozlem Tanrikulu: Ripensare le comunità, fra confini e conflitti.
Maurizio Tomasi: Quando i migranti eravamo noi: sofferenza e accoglienza dei trentini nel Mondo.
Accompagnamento musicale del gruppo TERNE SINTI.



Ludovico Rella

mercoledì 15 giugno 2016

Quali Stati e quali frontiere nell'Europa di oggi: intervista a Roberto Louvin

Intervista a Roberto Louvin


Roberto Louvin è docente di Diritto Costituzionale, e ha ricoperto ruoli istituzionali sia come Presidente della Regione Valle d’Aosta, sia come membro del Parlamento Europeo. In particolare, ha studiato approfonditamente l’evoluzione dello Stato e le sfide che questa organizzazione sociale sta subendo recentemente, e il ruolo delle autonomie locali come nuova frontiera del diritto e del governo.




Quali problemi si trova di fronte il diritto, specialmente il diritto pubblico e costituzionale, quando deve pensare e governare le aree di frontiera? In che modo il governo del confine è cambiato in Europa?

La durezza e la rigidità delle frontiere si è molto attenuata in Europa occidentale a partire dalla metà del secolo scorso. L’integrazione europea e la successiva caduta del Muro di Berlino hanno radicalmente cambiato la condizione dei popoli e delle regioni di confine, aiutando a superare le contrapposizioni a cui avevano portato i nazionalismi.
Abbiamo visto, quindi, avanzare politiche di cooperazione che hanno attenuato le rivalità e avviato logiche di sistema nella cooperazione trasfrontaliera. Le iniziative delle euroregioni e le strategie macroregionali sarebbero state semplicemente inimmaginabili mezzo secolo fa, mentre oggi sono ormai, in alcune parti d’Europa, una realtà consolidata e estremamente positiva.
A dimostrazione che però nessuna conquista politica e amministrativa è definitiva, abbiamo avvertito dolorosamente nei mesi scorsi, per effetto soprattutto dei recenti fenomeni migratori, un nuovo irrigidimento della frontiera, come immediata conseguenza del ripiegamento e della chiusura di molte nazioni europee. È un campanello d’allarme molto inquietante.


In particolare, che ruolo ha assunto e assume la montagna come luogo di confine? Quali problemi e possibilità presenta?

Rispetto ai progressi registrati in termini di cooperazione e condivisione delle politiche territoriali, la montagna ha assunto un ruolo di primo piano e ha dato vita ad alcune esperienze molto significative: penso in particolare alla Convenzione delle Alpi e alla costituzione dell’Euregio Tirolo Alto Adige Trentino come ad alcuni dei momenti più esemplari da cui altri territori, con analoghe storie di conflitto alle spalle, potranno trarre ispirazione.
Ci sono comunque ancora, anche da noi, ampi margini di miglioramento e mi auguro che la dimensione popolare di queste iniziative cresca ancora. Dobbiamo evitare di confinarle nello spazio di procedure e istituzioni di carattere esclusivamente ‘tecnico’, appannaggio solo della burocrazia e degli esperti. Ricucire gli strappi secolari dovuti all’assurda rivalità tra le nazioni tra Otto e Novecento prenderà ancora molti decenni, ma l’unità culturale, ambientale e di vocazione economica della montagna può prevalere già oggi rispetto al suo connotato di barriera.



Parliamo di contesto Europeo: che ruolo ha avuto l’Unione Europea nella gestione degli spazi di confine, e in particolare degli spazi di montagna? E’ stato sufficiente o insufficiente? In che modo la montagna e la sua storia possono “insegnare” all’Europa come uscire dall’enpasse in cui si trova ora?

L’Unione europea è stata un attore decisivo nel sostegno alla montagna negli ultimi trent’anni. 
Il suo ruolo non è stato tanto quello di ‘gestore’ degli spazi di confine – l’Unione non sviluppa in questo senso un’azione diretta come possono fare gli enti territoriali nazionali e regionali - quanto piuttosto come ‘regista’ e finanziatore di politiche tese a compensare squilibri e promuovere coesione sociale e territoriale.
Penso che abbia già fatto molto, ma naturalmente si sarebbe potuto fare di più.
Oggi, con l’articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione in tema di coesione economica, sociale e territoriale, l’Unione ha una bussola ben precisa sapendo che «tra le regioni interessate, un’attenzione particolare [deve essere] rivolta (…) alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali e demografici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna».

La storia della montagna è da sempre una storia di solidarietà: di fronte ai tempi difficili che stiamo vivendo e che probabilmente conosceremo ancora in futuro, l’insegnamento maggiore rimane quello di una solidarietà costruita nel rapporto  con un territorio a volte ostile e calata in istituzioni con forti connotati di cooperazione. Nel triangolo liberté – égalité - fraternité, il lato della fratellanza è sicuramente il più trascurato. Ridando lustro alla tradizione comunitaria alpina, che nei secoli ha forgiato istituzioni solidaristiche in ogni campo, offriamo spunti interessantissimi e smentiamo il luogo comune secondo cui le nostre terre alte sarebbero luoghi sempre ‘al rimorchio’ delle aree pianeggianti e metropolitane. Sono luoghi più lenti forse nella loro trasformazione, ma certamente anche più stabili e maturi di altri.


Nei tuoi testi hai spesso sottolineato il fatto che i confini nazionali, e lo stato nazione in se stesso, stanno cambiando radicalmente. In che modo e perché, a tuo avviso, sta avvenendo questo cambiamento?

La mia è prima di tutto una percezione diretta, da uomo nato alla frontiera e che ha sempre vissuto su un territorio di confine, toccando con mano i segni di questo cambiamento.
Oggi i fattori che lavorano ‘contro’ le frontiere sono molti: la mobilità personale, finanziaria e delle merci che si è moltiplicata, la comunicazione televisiva disponibile su scala mondiale, internet ... Il senso acuto di estraneità che si percepiva un tempo è molto diminuito. Al tempo stesso, perdono di significato alcuni segni tradizionali di appartenenza e di radicamento; c’è molta più vicinanza e complicità fra le élites di paesi anche distanti. Paradossalmente, le vere frontiere sono oggi molto di più quelle interne, sociali più che nazionali.
Il cittadino vive sempre più intensamente la dimensione di consumatore che lo omologa a milioni di altre persone, piuttosto che sentirsi prioritariamente cittadino e parte di un popolo. 
Siamo entrati, in pratica, in una nuova era di nomandismo, segnata da condizioni meno stanziali e con gli Stati che stentano a riprodurre i loro schemi tradizionali di governo della società e dell’economia: sono ormai le grandi corporations transnazionali e gli organismi sovranazionali come l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC) a tracciare il solco nel quale i vecchi Stati si muovono con margini sempre più ristretti di autonomia.
Le vecchie frontiere, a cui alcuni si aggrappano disperatamente, sono in parte superate nei fatti, ma questo non basta a rassicurarci: un ordine nuovo, pacifico e armonioso è ben lontano, purtroppo, dall’essersi costituito in sostituzione dell’ordine della statualità che ci aveva consegnato il Trattato di Westfalia nel 1648 e che è comunque durato quasi quattro secoli.



Ludovico Rella