lunedì 20 luglio 2015

Insegnare l'italiano agli immigrati. Intervista Irene Gritti, coordinatrice del CPT di Rovereto

Irene Gritti è la coordinatrice del CPT di Rovereto, che ha fondato e contribuito a migliorare nel tempo. Sarà ospite del Festival “Tra le Rocce e il Cielo” 2015 il pomeriggio di venerdì 21 agosto, giornata dedicata alle lingue madri, che quest’anno avrà come focus le migrazioni passate e presenti.
L'importanza di condividre una lingua per interagire fra cittadini con medesimi diritti e responsabilità.




Per prima cosa parliamo del tuo lavoro di insegnamento dell’italiano ai cittadini immigrati. Da quanto tempo hai iniziato a lavorare in questo campo?
Ho cominciato questo lavoro nel 1988 a Treviso. A quel tempo venivano avviate le prime sperimentazioni di scuole di italiano per migranti, che erano soprattutto concentrate nelle grandi città italiane come Torino e Milano, principali poli attrattivi dell’immigrazione. Il ricco nord- est era un altro di questi poli e di conseguenza Treviso fu una delle prime città di medio piccole dimensioni ad implementare questi servizi.
Fin da subito è stato chiaro che si doveva offrire opportunità di apprendimento della lingua italiana, e non solo corsi formativi per il mondo del lavoro. Abbiamo cominciato in un modo anche pioneristico, attraverso tentativi ed errori, per poter affinare la nostra offerta, sempre guardando all’esempio offerto da Torino e Milano che allora erano all’avanguardia in questo settore. Dopo questo primo periodo di lavoro sperimentale mi sono trasferita a Rovereto, dove queste offerte ancora non erano state istituzionalizzate. Mi sono mossa per vedere come era composta la popolazione di cittadini immigrati, quali potevano essere le loro esigenze e come organizzare un eventuale servizio.
Dai primi anni ’90, quando ho iniziato a lavorare a Rovereto, ho impiegato circa 5 anni per avviare questo progetto anche in questa città.

Come mai Rovereto? È stato un caso o avevi scelto a priori questa realtà?
Il mio era un progetto più di tipo personale. Sono venuta ad abitare a Rovereto per amore ed una volta venuta ad abitare qui ho deciso di continuare il lavoro che avevo fatto fino a quel momento anche nella nuova realtà. Ho iniziato a lavorare con i bambini Rom per l’inserimento scolastico e nel frattempo ho curato questo progetto che riguardava gli adulti stranieri ed il loro inserimento nel mondo del lavoro e della partecipazione alla vita civica.

Quali sono i vostri servizi?
Da circa quattro anni abbiamo avviato una convezione con l’agenzia del lavoro, proprio per curare l’inserimento nel mondo lavorativo ed essere sempre attenti anche alle esigenze del territorio. Noi ci occupiamo della parte formativa, con persone disoccupate o inoccupate che vengono al centro territoriale per fare dei corsi formativi suddivisi in una parte dedicata all’apprendimento dell’italiano per il mondo del lavoro, quindi rinforzando lessico adeguato e permettendo loro di affrontare colloqui di lavoro e compilazioni di curriculum lavorativi. Poi c’è un secondo modulo dedicato interamente al mondo del lavoro, con interventi di esperti sulla sicurezza, che si occupano di diritti dei lavoratori e di busta paga.

Che prospettive ci sono per l’integrazione presente e futura della popolazione immigrata?
È un lavoro costante che ognuno di noi nel suo piccolo deve portare avanti, perché l’apporto culturale e di visione del mondo che possono portarci persone che arrivano da contesti completamente diversi è a parere mio molto prezioso. Credo che si debba rafforzare la convivenza a tutti i livelli, dai rapporti di buon vicinato a quelli di inserimento nel mondo scolastico e lavorativo. È un discorso ancora aperto e deve essere curato anche da un punto di vista politico, perché sono scelte di attenzione che richiedono impegno anche a livelli che trascendono di molto il livello personale.

Cosa significa integrazione dal tuo punto di vista?
Integrazione è sempre una parola forte perché sembra implicare che un gruppo di persone debbano adeguarsi ad una realtà che trovano. Forse una parola migliore potrebbe essere interazione. Perché deve esserci uno scambio alla pari e la popolazione immigrata deve poter avere la possibilità di partecipare alla vita civica e collettiva dando il loro apporto costruttivo alla convivenza.
Per esempio a Modena sono stati implementate delle modalità molto efficaci di partecipazione politica alle scelte della città di residenza anche per la popolazione di cittadini immigrati. Questo secondo me rafforza molto il senso di appartenenza ad una realtà, e limita di molto i conflitti che possono generarsi all’interno di una città fra italiani e residenti stranieri. Il senso di corresponsabilità è ancora tutto da costruire, perché quando c’è senso di partecipazione anche la convivenza ne risente positivamente. Senza questo fattore i cittadini immigrati si sentono sempre esclusi e subalterni.
Quindi io più che integrazione preferirei usare compartecipazione o condivisione fra cittadini con medesimi diritti e responsabilità. Il cittadino è una persona che ha una voce, che può partecipare alle decisioni e contribuire alle scelte politiche di una città.

Quali sono le prospettive future della tua scuola? Avete nuovi progetti in avvio?
Siamo un gruppo di 9 insegnanti, ci tengo a dirlo perché questo lavoro può essere fatto solo attraverso l’impegno di tutti e nove gli elementi. Siamo inseriti nell’organigramma dell'istituto “Don Milani” e la nostra dirigente è sempre al nostro fianco nelle decisioni e sostiene molto il lavoro che facciamo. Nel tempo abbiamo attivato il servizio di babysitting, che agevola l’accesso al servizio scolastico per le madri. Un altro servizio che vorremmo sviluppare ulteriormente è il servizio di orientamento sia in ambito formativo che lavorativo di cui parlavo prima, per agevolare ancora la possibilità di inserimento attivo nella comunità dei cittadini migranti.
Vorremmo anche incrementare il dialogo con le associazioni e le istituzioni territoriali e partecipare a progetti comuni e dibattiti per parlare delle vite delle comunità migranti, per poterli far conoscere al territorio come persone e non come cittadini di serie B. Poi vorremmo poter dare una continuità agli studi anche in ambito superiore, perché molto frequentemente i titoli di studio superiore e lauree dei cittadini migranti non vengono riconosciuti in Italia, e devono ricominciare tutto da capo. Poter arricchire la formazione della persona e poter permettere la frequenza della scuola superiore è secondo me molto importante per poter completare l’istruzione.
Abbiamo preso convenzioni con l’università di Siena per poter certificare il livello di conoscenza della lingua italiana, e poi abbiamo integrato una serie di corsi linguistici per italiani e stranieri per inglese, francese e tedesco a vari livelli. I nostri progetti nascono da esigenze che ci vengono mano a mano segnalate e che noi cerchiamo di soddisfare con l’implementazione di sempre nuovi corsi ed iniziative.

Grazie mille e ti faccio un grande in bocca al lupo per i progetti presenti e futuri. Noi ci vediamo il 21 agosto in Vallarsa!

Grazie a te e a presto!

venerdì 17 luglio 2015

Le musiche nizzarde del Corou de Berra a Tra le Rocce e il Cielo

Il Corou de Berra lavora e sperimenta con la tradizione del canto polifonico delle Alpi meridionali. Fondato quasi per gioco nel 1986, il coro è diventata una delle realtà più attive del panorama musicale nizzardo. Il gruppo ha prodotto numerosissimi dischi, centinaia di concerti, ricerche e collaborazioni artistiche, tra le quali quelle con Francis Cabrel, André Ceccarelli, Antonella Ruggiero, Gianmaria Testa e il compositore Étienne Perruchon.
"La montagna separa le acque e unisce gli uomini". Questo detto delle Alpi meridionali illustra perfettamente il lavoro del gruppo. Per secoli, gli scambi tra Provenza, Nizza, Piemonte e Liguria hanno creato una realtà notevole, ricca delle molte identità specifiche delle Alpi meridionali. Una di queste realtà artistiche è il canto corale, che in questa regione alpina ha sviluppato un'originale e ricchissima tradizione di polifonia vocale.
Grazie alla loro presenza sul territorio, alla ricerca sul patrimonio culturale, ai loro dischi, alle creazioni musicali ed ai molti concerti, i sei cantanti del Corou de Berra hanno da sempre dato a questa specifica espressione artistica regionale un presente vivace e dinamico.
Il Corou de Berra ha collaborato anche a Dogora, film di Patrice Leconte, con le musiche di Étienne Perruchon.



Prima di tutto, Claudia, parlaci di te: quando sei entrata a far parte del gruppo?
Sono poco più di 10 anni che sono entrata nel gruppo. Sono nata a Bordighera, vicino a Mentone, a pochi chilometri dal confine. Abbiamo sede a Berre-les-Alpes, Berra, nell’entroterra nizzardo, ma tutti abitiamo a Nizza o nell’immediato entroterra.

Il Corou de Berra è cambiato molto nel corso degli anni, giusto? Raccontaci la storia del gruppo
Si, il Corou è cambiato molto nel corso dei suoi quasi 30 anni di storia. Era partito come un coro molto grande, più di una ventina di persone, poi mano a mano si è ridotto di dimensioni fino a diventare un gruppo di 6 elementi. Abbiamo lavorato per anni a sei voci, ed adesso sono due anni che siamo solo quattro voci.
Tutto è cominciato a livello amatoriale, solo per il piacere di trovarsi assieme e di cantare, non c’era forse l’intenzione di far rivivere un repertorio tradizionale della zona, ma solo la voglia di passare del tempo insieme. Poi, mano a mano, si è definito sempre meglio il progetto di far rivivere il repertorio musicale delle Alpi marittime del Mediterraneo, di difenderlo e tutelarlo. È stato a questo punto, quando tutto è diventato più strutturato che mano a mano il gruppo ha iniziato a sfoltirsi di numero, per mancanza di tempo da poter dedicare ad un progetto così impegnativo da parte di alcuni. Attualmente, tra i quattro membri del gruppo ci sono due dei fondatori del progetto, più io ed un altro elemento entrato nel gruppo successivamente.
Il nostro repertorio è occitano, anche se sarebbe meglio dire che è nizzardo, che differisce dall’occitano per via di tutte le influenze che ha avuto nel corso dei secoli con l’italiano. Cambiano le sonorità della lingua, i modi di dire e le espressioni, rispetto al ceppo occitano piemontese. Per alcuni versi è molto ligure, che per noi è anche stata una contaminazione musicale molto importante.

Quando il gruppo è stato fondato nel 1986 qual era lo stato di conservazione del dialetto nizzardo? Era ancora parlato o si stava perdendo come è accaduto in molte altre parti dell’arco alpino?
Sicuramente era un po’ più parlato di altre lingue locali che hanno vissuto difficoltà nettamente peggiori. Soprattutto nelle zone di montagna e nei paesi era ancora parlato diffusamente, anche se con le nuove generazioni si sta progressivamente perdendo. Attualmente è parlato ancora principalmente dagli anziani e nei paesi delle zone di montagna. Sicuramente negli ultimi 30 anni la lingua nizzarda è in perdita di parlanti, come anche in Italia, del resto.
Anche l’interesse per la lingua ed il dialetto nizzardo si sta perdendo. Poi ovviamente ci sono anche quelli che, per ragioni di identità culturale, tengono alla conservazione della lingua, ma senza dubbio è un momento difficile.

Questa perdita linguistica ha inciso sull’interesse per l’opera del coro?
No, c’è molto interesse per il gruppo. Questo perché il pubblico del coro ha voglia di risentire canzoni storiche e tradizionali, c’è chi ci segue per ragioni di riscoperta del nizzardo o di tutela della lingua, e ci sono molti stranieri che ci seguono perché sono affascinati dal nostro uso delle armonizzazioni polifoniche. Siamo sempre accolti con molto interesse e calore ovunque andiamo ed il nostro pubblico è sempre vasto e variegato.
C’è sempre qualcosa di speciale nella polifonia, nella bellezza delle voci che si fondono in un’unica armonia. È alla fine la musica che unisce, ben al di là dell’alveo culturale e linguistico di cui facciamo parte.


Quando avete sentito che il gruppo doveva diventare un progetto più strutturato e non un semplice coro amatoriale?
Io a quel tempo non facevo ancora parte del gruppo, ma dagli “storici” del gruppo ho saputo che gli impegni si facevano sempre più fitti e che tutto stava prendendo per conto proprio forma di un vero lavoro. È stato a questo punto che c’è stata una “selezione naturale” tra i componenti del gruppo, perché avendo lavoro, famiglia e impegni differenti, per molti è stato sempre più difficile conciliare il tutto. Ovviamente con l’aumentare degli impegni pubblici è cresciuto di pari passo anche l’impegno legato alle prove.
È stato un salto qualitativo che è venuto da sé, dovuto all’interesse sempre maggiore che il gruppo sapeva generare ad ogni suo concerto.

Nei tuoi dieci anni di militanza nel coro, quali sono stati i momenti più importanti?
Sono stati tanti. Mi viene in mente quando abbiamo cantato nelle cerimonie per i Giochi Olimpici Invernali di Torino, nel 2006, dove abbiamo partecipato ad uno spettacolo molto bello, creato da Gilberto Richiero, un’artista torinese. Era uno spettacolo sulla storia dei catari, già di per sé molto affascinante, e abbiamo condiviso la parte musicale con Antonella Ruggiero, uno dei miei idoli vocali.
Poi mi rimangono impresse tutte le collaborazioni che abbiamo avuto nei nostri dischi come Francis Cabrel e con altri artisti del jazz francese.

Attualmente invece quali sono i progetti del gruppo?
Stavamo parlandone giusto oggi, stiamo lavorando ad un progetto che si chiama “Quattro più uno” e che vede coinvolti noi quattro con un sassofonista qui della zona, che usa anche loop station e beat box e che unirà alle nostre vocalità la sonorità del sassofono ed anche suoni molto moderni e più elettronici. In più stiamo lavorando sul testo di una messa cantata riscoperta da poco, e che ora stiamo musicando e producendo per adattarla a quattro voci. Ma soprattutto stiamo producendo un nuovo disco per celebrare i 30 anni di attività del gruppo, quindi stiamo componendo e producendo a grande velocità per preparare questa nuova registrazione.

Questo nuovo disco sarà una retrospettiva o un lavoro completamente nuovo?
Sarà senza dubbio un lavoro completamente nuovo, perché penso che sia giusto, per celebrare i 30 anni di attività guardare al futuro del progetto, anche se ovviamente ci sarà uno sguardo anche origini del gruppo, magari riarrangiando alcuni pezzi. Penso che sia giusto, con una storia così lunga, guardare più al futuro che non chiudersi nel passato. Anche perché sarà un disco che cercherà di armonizzare sonorità tradizionali a musicalità più moderne o perfino elettroniche. Dopotutto anche la composizione attuale del coro è una sintesi tra due generazioni, con i due fondatori ancora membri che rappresentano la scorsa e con me e l’altro componente che rappresentiamo la successiva. La cosa bella è che sono due cose, canto tradizionale e suoni elettronici, che si amalgamano molto bene e creano sonorità molto innovative ed interessanti.

Allora in bocca al lupo per il vostro nuovo progetto e ci vediamo prestissimo in Vallarsa!
Crepi! Ci vediamo il 21 agosto!

Il Corou de Berra canterà al Festival Culturale Tra le Rocce e il Cielo il 21 agosto 2015, nella chiesa parrocchiale di Riva di Vallarsa. L’inizio del concerto è previsto per le 21.30, a chiusura della giornata delle lingue madri, vi aspettiamo numerosi!


martedì 14 luglio 2015

"Migrazioni, generatrici d'identità". La giornata delle lingue madri

Le migrazioni e i movimenti di popoli saranno i protagonisti della giornata che il festival Tra le Rocce e il Cielo – in scena dal 20 al 23 agosto - dedica alle lingue madri. Venerdì 21 agosto 2015, in Vallarsa, si parlerà di come questi fenomeni abbiano contribuito in  maniera fondamentale a costruire e rinsaldare le identità culturali dei gruppi linguistici minoritari tradizionali italiani, dai cimbri, agli occitani, dai mocheni ai walser, ma anche di situazioni attualissime come la guerra in Siria.

La mattina sarà interamente dedicata alle origini storiche dei gruppi linguistici minoritari, e a come essi si siano mossi per arrivare infine ad abitare le aree in cui tuttora sono stabiliti. La tavola rotonda "Migrazioni generatrici d'identità", moderata da Annibale Salsa, avrà fra gli ospiti Andrea Nicolussi Golo per l’Istituto Culturale Cimbro Kulturinstitut Lusern, Werner Pescosta per l’Istituto Culturale Ladino Micurà de Ru, Vito Massalongo per il Curatorium Cimbricum Veronense, Ines Cavalcanti per la Chambra D’Oc Occitana, Paolo Cova per l’Istituto Culturale Mocheno Bersntoler Kulturinstitut, Fabio Chiocchetti per l'Istituto Culturale Ladino Majon di Fascegn di Vigo di Fassa, e con la partecipazione di Beba Schranz per la comunità Walser di Macugnaga e di Hugo Daniel Stoffella.



Verrà proiettato il film documentario “Tirolesi nella foresta” di Luis Walter, che affronta il tema della migrazione trentina in Sudamerica tra ‘800 e ‘900.

Il pomeriggio, invece, avrà come tema portante le attuali migrazioni di popoli e come esse potranno contribuire a generare nuove comunità e gruppi etno-linguistici nel prossimo futuro. Coordinata da Riccardo Rella, la conferenza avrà ospiti, fra gli altri, Andrea Anselmi, Irene Gritti, Andrea Nicolussi Golo, Roberto Mantovani, Asmae Dachan e Suvad Ramic. Narrazioni di sfollamenti e deportazioni del passato recente europeo si intrecceranno con i resoconti dell’attualissimo conflitto siriano, per mettere in luce come le guerre siano da sempre il principale motivo delle movimentazioni di popoli nella storia dell’umanità.



Il pomeriggio si chiuderà con la proiezione del film “Io sto con la sposa”, opera che narra l’incredibile storia di un gruppo di profughi siro-palestinesi nel loro viaggio della speranza verso la Svezia.

Parallelamente alla conferenza del pomeriggio, verranno allestiti due laboratori musicali per adulti, bambini e famiglie. Il primo, organizzato da Isabelle Loukoum, sarà basato sulle danze popolari africane, e sarà seguito dal laboratorio del musicista boliviano Jorge Oscar, che giocherà con gli strumenti e le sonorità tradizionali sudamericane. Entrambi questi eventi sono stati organizzati in collaborazione con CINFORMI.

Dopo una giornata carica di emozioni forti, la serata si chiuderà con il concerto del Corou de Berra, gruppo polifonico a quattro voci delle Alpi nizzarde, che intratterrà il pubblico con il suo ricchissimo e variegato repertorio che spazia dalle canzoni tradizionali occitano- nizzarde a rivisitazioni corali di grandi pezzi moderni.

La giornata è organizzata con il patrocinio dell'Uffico per le Minoranze Linguistiche della Regione Trentino Alto Adige/Suedtirol.


sabato 11 luglio 2015

I crocevia delle coscienze, storia di un disertore | anteprima

I CROCEVIA DELLE COSCIENZE
storia di un disertore
è lo spettacolo che andrà in scena il 14 agosto 2015








I CROCEVIA DELLE COSCIENZE, Storia di un disertore - diretto da Paolo Fanini, testi di Micaela Vettori - andrà in scena a Forte Pozacchio venerdì 14 agosto 2015 – in versione appositamente progettata per gli spazi del Forte – e alla Campana dei Caduti domenica 23 agosto 2015 .

martedì 7 luglio 2015

Profughi e internati trentini in Italia: due sedicenni nella Grande Guerra

Intervista a Maria Giuliana d’Amore


“ATTENTI ALLE AUSTRIACHE! Storia di Oliva e Fannj internate in Italia” nasce dall’esigenza di restituire memoria a una storia che è poco conosciuta: quella dei profughi e internati trentini in Italia. La vicenda di Oliva e Fannj è quella di tanti altri ragazzi, donne e anziani, che hanno vissuto da civili la guerra.

Se il filo della vicenda è tessuto e tenuto insieme dalle due giovani, lo spessore della storia viene dato da un tipo di teatro di prosa ibrido: tra teatro di narrazione, teatro d’ombre e d’oggetti.
Autrice dello spettacolo, Maria Giuliana d’Amore è l’unica attrice in scena ed usa stratagemmi e effetti scenici, per moltiplicarsi e impersonare più personaggi che fa dialogare fra loro.
Spettacolo drammatico e ironico. Lo spettatore segue e si incanta e sorride e si commuove.



Raccontare una storia di guerra e sofferenza richiede conoscenza dei fatti e sensibilità. Da dove nasce l’esigenza di questo impegno? L’idea dello spettacolo?

Ho scoperto che Angelica Zanghellini, la mia bisnonna materna di Villa Agnedo, era stata in Sicilia durante la Prima Guerra Mondiale. Me lo disse mia madre, ma non sapeva spiegarmi il perché. Mi ha incuriosito questa notizia e ho iniziato a leggere, studiare prima saggi poi moltissime lettere e i diari depositati all’Archivio di Scrittura Popolare, presso il Museo Storico in Trento. La mia bisnonna, come molti altri trentini era stata profuga di guerra in Italia. Mi sono appassionata poi alla storia di due ragazze, entrambe nate in Trentino – Tirolo nel 1899, che furono internate nel Regno d’Italia, perché ritenute pericolose e sospette austriacanti. Mi è venuta quindi l’idea e il bisogno di dare voce alle loro vicende. Le ricerche e lo studio di queste storie di civili in guerra sono durate molti mesi, e solo dopo questo lavoro è stata possibile  una prima stesura del testo teatrale.


Lo spettacolo che vedremo, ripercorre fedelmente le vicende di due giovani ragazze trentine costrette a vivere la guerra. Come si è documentata?

Escludendo la quantità di lettere mandate da e verso il fronte e quelle dei profughi e internati in Austria-Ungheria, mi sono comunque trovata di fronte una grande quantità di scritti, lettere soprattutto. I trentini mantenevano i legami familiari e d’affetto, inoltre raccontavano della loro situazione drammatica a persone che avrebbero potuto intercedere per loro presso le autorità - per esempio all’irredentista trentino Giovanni Pedrotti. Mi sono documentata sull’argomento leggendo saggi, ma anche chiedendo informazioni a storici; preziosi sono stati i consigli e i racconti di Quinto Antonelli, storico e archivista presso la Fondazione Museo Storico in Trento. Il diario, trascritto, di Oliva Cristoforetti mi è stato fornito da Mario Peghini, bibliotecario di Avio.


Come tratta del tema dei profughi e internati trentini in Italia nello spettacolo?

Attraverso le vicende delle due ragazze si riesce a immaginare una situazione più ampia e condivisa. Durante ogni guerra vengono coinvolti i civili e nei territori di confine ancora di più. I diari delle due ragazze non raccontano soltanto le situazioni drammatiche che hanno dovuto affrontare, mese dopo mese fino al 1919, ma anche e soprattutto il loro stato d’animo. La testimonianza storica dei sentimenti di questi trentini, le loro frasi piene di passione, mi hanno aiutata molto nel cercare di tornare indietro nel tempo e mettermi nei loro panni per dare spessore e verità alla mia interpretazione.    


Quali sono i linguaggi artistici utilizzati?

Sono da sola in scena ad impersonare diversi personaggi; che si differenziano con cambiamenti di voce, costumi diversi o piccoli stratagemmi inventati durante il lavoro di messa in scena. Si può dire che è uno spettacolo di prosa, commisto di teatro di narrazione, d’ombre e oggetti.



“Attenti alle austriache!” verrà rappresentato, in occasione del festival, nel Forte di Pozzacchio appena restaurato - una delle più importanti fortificazioni realizzate dall’esercito dell’Impero austroungarico lungo il confine con il Regno d’Italia. Quale contributo darà allo spettacolo quest’ambientazione così ricca di storia?

Penso che un’ambientazione così particolare, essendo un luogo legato alla memoria della Grande Guerra, faciliterà la partecipazione sia dello spettatore che mia. Darà sicuramente un peso diverso al testo dello spettacolo, soprattutto quando i protagonisti sono in pensiero per i parenti al fronte e poco si immaginano di quell’orrore.


Quale vorrebbe che fosse il messaggio lasciato dal suo spettacolo?

E’ una storia che almeno noi trentini dovremmo conoscere e deve essere ricordata. Non ci sono più le persone che l’hanno vissuta direttamente, ma ci sono ancora i ricordi che vengono trasmessi e gli scritti sopravvissuti al tempo. Mi hanno toccato: queste vicende e le ingiustizie, l’assurdità che portano con sé. Se questo territorio di confine è stato travolto da lacerazioni e battaglie parallele alla Grande battaglia, penso allora che se ne debba parlare, ascoltando tutte le voci, anche quelle di quei tanti che, per esser nati in quel tempo e sotto quella corona, hanno sofferto e sono stati colpiti nei loro affetti più cari, alle volte da entrambi gli schieramenti nemici. A Borgo Valsugana, ad esempio, per due mesi i due eserciti nemici occupavano e si ritiravano dal paese alternandosi, tanto che gli abitanti al mattino si chiedevano: “Ancoi sonti talgiani o sonti todeschi?”.  E’ chiaro che la maggior parte dei trentini di allora aveva delle sicurezze, tra cui quella di appartenere all’Impero Austro-Ungarico, e delle convinzioni, che non sono quelle che hanno le generazioni di trentini nati dopo il 1919. Lo spettacolo non andrebbe guardato con gli occhi del tempo presente! Ciò che voglio raccontare è la storia dell’esodo e dell’internamento di queste due ragazze molto forti e coraggiose.

Grazie mille, e arrivederci in Vallarsa!

Laura Zandonai





ATTENTI ALLE AUSTRIACHE! Storia di Oliva e Fannj internate in Italia - scritto e interpretato da Maria Giuliana d’Amore - andrà in scena a Forte Pozzacchio domenica 23 agosto 2015, ore 10

venerdì 26 giugno 2015

SOSTIENI LA CULTURA DELLA MONTAGNA: DONA IL TUO 5 X MILLE A TRA LE ROCCE E IL CIELO


Ami la montagna?
Ti sta a cuore la cultura che la montagna genera e esprime?
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Per donare il tuo 5 x mille fa' così:

Firma la dichiarazione dei redditi (CUD, 730, MODELLO UNICO) nell'apposito spazio indicato "Sostegno del volontariato, delle associazioni non lucrative di utilità sociale", aggiungendo il codice fiscale della nostra associazione 02140300225.

Se non devi consegnare il modello 730 o il modello unico, puoi scegliere comunque di destinare il 5 x mille.  In questo caso consegna il modello CUD compilato e firmato, con il codice fiscale della nostra associazione 02140300225, in banca o in posta, in busta chiusa con la dicitura "5x1000".

Grazie per il tuo aiuto, lo utilizzeremo per continuare a sostenere la cultura della montagna!

mercoledì 17 giugno 2015

Un mix di linguaggi artistici per parlare di diserzione

Intervista a Paolo Fanini 



Parla di diserzione nella Grande Guerra “I crocevia delle coscienze, storia di un disertore”. Un tema difficile, che diventa il filo di una narrazione che pur rispettando il rigore storico dei dati, cerca di andare incontro alle sensibilità e alle conoscenze delle generazioni attuali.
Una rappresentazione che si sviluppa utilizzando più linguaggi artistici, attraverso un'impostazione che ha contraddistinto diverse messe in scena già realizzate precedentemente da Paolo Fanini, ideatore e autore dello spettacolo. I linguaggi utilizzati - film, parola, musica, danza, coralità alpina -  sono funzionali ad interpretare i diversi piani narrativi, in un'intersecazione di linguaggi continua, che contribuisce a tenere viva la tensione narrativa.


 


Da dove nasce il desiderio di scrivere e rappresentare, in occasione del centenario, “Il crocevia delle coscienze”, uno spettacolo che mette in scena il tema della diserzione?

L’idea dello spettacolo nasce dal desiderio di voler raccontare un fenomeno spesso poco considerato, sebbene abbia avuto una certa rilevanza. A partire dai libri di storia, la diserzione è sempre stato considerato un tema marginale, quasi un effetto collaterale della guerra. Invece, anche in termini di numeri, la fuga dalla postazione al fronte ha avuto una portata considerevole, non solo in Italia ma anche in tutti gli altri eserciti, in modo trasversale; basti pensare che in Italia in quegli anni ci sono stati 160 mila processi per diserzione, di cui 100 mila si sono conclusi con condanna a morte, con esecuzioni avvenute attraverso fucilazione o addirittura con esecuzioni sommarie sul campo di battaglia, senza nemmeno un processo.


Come tratta di questo tema lo spettacolo che vedremo in scena?

Il tema viene trattato attraverso la narrazione delle storia di un soldato dell’epoca che decide di disertare per motivi legati alla sua coscienza, accettando così di andare incontro ad un elevato rischio. Il soldato che diserta è consapevole di poter rimanere ucciso a causa della sua scelta, ma decide ugualmente di intraprenderla. La vicenda viene raccontata attraverso una narrazione su più piani.  




Quali sono i linguaggi artistici utilizzati?

Sono molteplici e si intersecano tra loro in continuazione, contribuendo a tenere viva la tensione narrativa. Prima di tutto c’è la musica, eseguita dal vivo da un gruppo di cinque musicisti tra cui spiccano le voci di Elisa Amistadi e di Gianluca Tocco. In scena poi ci sarà anche il Coro Pasubio di Vallarsa che eseguirà sia brani del proprio repertorio che brani realizzati assieme al gruppo musicale. Vengono proposte composizioni di autori piuttosto noti del nostro tempo, che trattano il tema della guerra, andando da Sting a Mark Knopfler, a Peter Gabriel, Leonard Cohen, Bob Dylan ed altri ancora. C’è poi un piano narrativo più strettamente teatrale, con dialoghi scritti da Micaela Vettori. In scena sono presenti due attori ad interpretare un nonno e una nipote. Nonno e nipote costituiscono la chiave narrativa attraverso cui ricollegare quanto accaduto cento anni fa con il presente, con l’attualità. Infine c’è la parte molto importante che riguarda le riprese video. Tutto ciò che è immagine è sempre sincronizzato con le musiche e musica e immagine insieme, si sa, hanno grande forza dal punto di vista comunicativo e sono di grande impatto.


Che relazioni con il territorio si sono avute per la realizzazione di questo progetto?

In primo luogo la relazione con il territorio stesso. Infatti alcune riprese sono state proprio girate sul territorio della Vallarsa ed anche all’interno del Forte di Pozzacchio. Importante è stato inoltre il rapporto con Fiorenza Aste e con il festival che lei rappresenta, Tra le Rocce e il Cielo. Abbiamo poi collaborato con il Coro Pasubio diretto da Ivan Cobbe e con la scuola elementare. La scuola elementare e i bambini che la frequentano sono uno dei passaggi chiave della narrazione. I bambini rappresentano il futuro ed è fondamentale che per il futuro venga sempre salvaguardata la memoria.  Lo spettacolo vuole infatti porre l’attenzione sulla la necessità di non dimenticare, continuare a ricordare quanto accaduto per cercare di farne tesoro, impegnandosi a promuovere costantemente il valore della convivenza pacifica tra uomini e popoli.




I CROCEVIA DELLE COSCIENZE, Storia di un disertore - diretto da Paolo Fanini, testi di Micaela Vettori - andrà in scena a Forte Pozacchio venerdì 14 agosto 2015 – in versione appositamente progettata per gli spazi del Forte – e alla Campana dei Caduti domenica 23 agosto 2015 .

lunedì 15 giugno 2015

domenica 14 giugno 2015

Tra le Rocce e il Cielo torna in Vallarsa dal 20 al 23 agosto

TRA LE ROCCE E IL CIELO, il Festival della montagna vissuta con consapevolezza torna in Vallarsa dal 20 al 23 agosto.


L’Om Selvadeg e l’antica sapienza culinaria delle Alpi, la Grande Guerra e i conflitti di oggi, le migrazioni generatrici d’identità, sono questi gli argomenti che verranno trattati in questa edizione del festival organizzato dall'associazione culturale Tra le rocce e il cielo in partnership con Accademia della montagna del Trentino, che si svolge nel suggestivo e incontaminato ambiente della
Vallarsa (TN), all'ombra delle Piccole Dolomiti.

Come da tradizione i temi proposti saranno indagati attraverso mostre, film, incontri, uscite sul territorio, convegni, laboratori, concerti, spettacoli e presentazioni di libri.

Quest’anno, in occasione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, Tra le Rocce e il Cielo dedica due delle sue quattro giornate alla storia.




Grande protagonista, nell’anno del Centenario, sarà la Grande Guerra di cui si parlerà ponendo l’accento su temi difficili e poco considerati dalla storiografia ufficiale, come quelli della diserzione e della sofferenza mentale. La Prima Guerra Mondiale sarà però solo uno dei temi di queste due giornate, e molta attenzione sarà dedicata ai conflitti attuali. Queste tematiche verranno affrontate attraverso conferenze, mostre, escursioni. Non mancheranno gli spettacoli come “Attenti alle austriache”, all’interno di Forte Pozzacchio visitabile con escursioni organizzate, e “Stupido Risiko” di Emergency, attiva da anni nell’aiuto alle vittime della guerra in tutto il mondo. Alla Campana dei Caduti, sul colle di Miravalle, verrà messo in scena lo spettacolo multimediale di Paolo Fanini “Il crocevia delle coscienze”.


La giornata d’apertura si concentrerà sull'arte e la vita in montagna. L’Om Selvadeg, l’uomo che nella mitologia ha donato il formaggio all’uomo, sarà il filo rosso di una conferenza, un laboratorio per bambini, una cena a tema a base di formaggi, un’escursione in malga e di un concerto che vedrà esibirsi Theo Teardo sul magico sfondo delle affascinanti fotografie di Charles Frégér.


E infine una giornata sarà dedicata alle lingue madri. Il convegno “Migrazioni generatrici d’identità” indagherà come i flussi migratori del passato hanno influenzato il formarsi delle comunità minoritarie tradizionali della regione e dell’intero arco alpino. Il passato si intreccerà al presente e, dal parallelo tra la condizione della minoranza cimbra sfollata in Boemia durante la Grande Guerra e le attuali migrazioni e sfollamenti causati dai conflitti mediorientali, si arriverà a parlare delle attuali migrazioni di popoli e come esse contribuiranno a ridefinire le comunità nazionali nel prossimo futuro. È prevista la visione del pluripremiato film “Io sto con la sposa”, seguito dal dibattito con il regista e ci sarà il concerto del gruppo di musica occitana “Corou de Berra”, che da più di vent’anni lavora e sperimenta sul canto polifonico delle Alpi meridionali.


Il programma completo di tra le Rocce e il cielo, che sarà visitabile sul sito www.tralerocceeilcielo.it, comprende numerose escursioni, mostre - storiche, pittoriche e fotografiche – e laboratori per bambini.