lunedì 8 agosto 2016

Afghanistan, le sue donne e l'impegno per contrastare l'atrocità di un conflitto che sembra non trovare soluzione

Intervista a Cristiana Cella

Dalla voce di una testimone d'eccezione, Cristiana Cella, l'esperienza di collaborazione tra il Cisda e il progetto Vite Preziose e 5 Ong afgane fatte di donne per le donne che lavorano per il rinnovamento di un Paese dilaniato da decenni di conflitto.

In un suo aforisma Voltaire scrive “Uccidere è un crimine. Tutti gli assassini vengono puniti, a meno che uccidano in gran numero di persone e al suono delle trombe”. Questa terribile verità è ormai storia da decenni e in molte parti del Pianeta. Il rapporto di noi occidentali con la guerra è alquanto controverso e distorto, passiamo dall'essere sconvolti e traumatizzati dal conflitto, al disinteresse e all'apatia, troppo spesso “consumiamo” la guerra come un qualsiasi spettacolo mediatico e solo se non ci tocca direttamente facciamo presto ad annoiarci e ad interessarci a nuove tragedie. 

Il 19 agosto, durante la seconda giornata del Festival “Tra le rocce e il cielo” avremo modo di ascoltare la testimonianza di Cristana Cella, giornalista e attivista dei diritti umani, che ci racconterà l'Afghanistan, le sue donne e l'impegno che la società civile sta portando avanti da anni per contrastare l'atrocità quotidiana di un conflitto che sembra non trovare soluzione. 

Quell'area strategica del medio oriente, pacifica e florida per gran parte del xx secolo ha avuto una storia sofferta e travagliata che possiamo far partire dal colpo di Stato del 1973. Da quel momento in poi una serie di accadimenti scossero il Paese e lo portarono all'attuale condizione di guerra aperta. La Rivoluzione d'Aprile del 1978 di stampo marxista-leninista, l'invasione dell'Urss del 1979, la repubblica Islamica dei primi anni novanta e inseguito il dominio talebano che portò, dopo l'attentato al World Trade Center, all'invasione americana e delle forze Onu nel 2001. Da quel momento in poi la cronaca, l'operazione Enduring Freedom, la “democrazia” imposta con Karzai e la continua instabilità e violenza fino ai giorni nostri, gli attentati, le truppe del contingente Nato ancora sul territorio.

Parlare con Cristiana Cella vuol dire dar voce a questa storia e a molte altre, prime fra tutte alle donne che la giornalista ha conosciuto quando era in Afghanistan per il quotidiano l'Unità e come membro del Cisda e che continua a seguire grazie al progetto Vite Preziose che ha creato e che porta avanti da anni.

Procediamo con ordine e iniziamo a conoscere Cristiana Cella.


Quando sei andata per la prima volta in Afghanistan?

La prima volta che sono andata in Afghanistan era il 1980, la Nazione era stata appena invasa dai russi e la situazione era molto diversa rispetto a quella attuale. Quando i russi hanno iniziato a bombardare l'Afghanistan, la società civile era ancora integra, le donne andavano in giro senza velo, Kabul era una città bellissima, le donne erano medici, ingegneri, architetti, guidavano la macchina, c'era stato il 68 afgano. La società civile era forte e iniziò proprio in quel periodo la lenta distruzione della parte democratica del Paese.
Allora, ho avuto l'opportunità di conoscere i mujaheddin democratici. Già allora c'erano i primi movimenti fondamentalisti, ma i fondamentalisti che stavano a Peshawar erano solo una parte della Resistenza, poi c'era tutta la parte democratica che si opponeva alla invasione russa e all’avanzata del fondamentalismo. C'era tutto l'Afghanistan democratico e islamico moderato, che io ho avuto la possibilità di seguire e documentare sulle montagne durante i combattimenti, che lottava per l'indipendenza del proprio paese. Tuttavia, proprio la parte democratica della Resistenza è stata devastata negli anni seguenti, in quanto colpita contemporaneamente sia dai russi che dalla resistenza fondamentalista. Le donne che adesso hanno strutturato tutte le attività politiche e umanitarie che seguo, molto spesso sono figlie di chi ha portato avanti, negli anni 80, la resistenza democratica. Sono cresciute e sono state educate con l'idea di un Paese democratico, laico, libero e svincolato dalle ingerenze straniere. 
C'è un filo diretto che collega quello che sta avvenendo adesso e quel periodo storico ben preciso, ma da allora ad adesso il Paese non ha mai potuto conoscere un momento di pace e quindi le attività di ricostruzione della società civile sono sempre state condotte parallelamente e in concomitanza con i conflitti. Dopo i russi, la guerra civile, i talebani e poi gli americani.


Qual è la condizione dell'Afghanistan oggi?

Il paese vive una condizione in costante peggioramento, se si considerano i dati dei rapporti dell'Onu, le vittime civili sono in aumento. La popolazione si trova in mezzo agli scontri tra esercito e talebani, tra talebani e Isis, sotto i bombardamenti americani fatti con i droni. Vivere in Afghanistan vuol dire essere completamente schiacciato da questa situazione di violenza continua, le strade sono minate e gli attentati sono quotidiani, specie a Kabul. 


In questo intricatissimo puzzle, che ruolo hanno le forze internazionali?‏

Le forze internazionali in Afghanistan fanno, a discapito del popolo e della Nazione, solo i loro interessi. Hanno moltissime basi sul territorio e non hanno nessuna intenzione di andarsene. Ultimamente, inoltre, il loro ruolo che era mutato solo in funzione difensiva è stato riconvertito in funzione offensiva e la loro presenza ha avuto e sta avendo ripercussioni pesantissime sul Paese. Non hanno fatto nulla di costruttivo nel tessuto sociale e nella ricostruzione materiale. Kabul rimane un campo di battaglia, manca l'acqua, la rete telefonica, la sanità è un disastro, come l’istruzione e la sicurezza. In 16 anni di presenza internazionale nulla è stato fatto per permettere, un giorno, la rinascita dell'Afghanistan.
Le colpe dell'Occidente riguardano sia il non aver fatto nulla per permettere una ricostruzione concreta della società sia nel aver finanziato i fondamentalisti per interessi politici ed economici. Sono stati gli americani, per esempio, ad armare e sostenere talebani e mujaheddin al fine di contrastare l'invasione russa e adesso, in un periodo di psicosi terroristica, però, paghiamo lo scotto di quelle scelte. Prima di tutto lo paga la popolazione afghana prigioniera da anni del fondamentalismo islamico.
L’Invasione di questi ultimi sedici anni è stata un enorme e colossale menzogna, propagandata come una missione per diffondere la democrazia e liberare le donne dal burqa si è dimostrata invece, un'operazione che ha notevolmente peggiorato le condizioni del popolo. Il fallimento totale di quest'operazione di occupazione è dimostrato da chi governa il Paese, gli stessi signori della guerra e della droga che hanno distrutto il paese negli anni ’90, e dal fatto che gran parte di quest'ultimo è ancora in mano ai talebani che sono liberissimi di muoversi e accedere fino al centro di Kabul per mettere in atto gli attacchi terroristici.


La tua attività nei confronti dell'Afghanistan non è stata solo giornalistica, ha creato con il suo lavoro un movimento di sostegno al ruolo delle donne afgane, il progetto Vite Preziose, di cosa si tratta?

Il progetto Vite Preziose nasce quasi per caso 5 anni fa. Al tempo lavoravo per l'Unità ed ero partita con il CISDA (Coordinamento Italiano di Sostegno alle Donne Afghane) in una delegazione di donne per incontrare le Ong afgane con cui il Coordinamento lavora. Tornando da Kabul feci tre reportage sulle donne afgane e i lettori stessi iniziarono a contattare la redazione chiedendoci come potevano contribuire concretamente a sostenere la loro attività. Fu creato il progetto pensando che l'informazione può e deve collegarsi con la solidarietà, perché raccontare non basta. 
Ho iniziato così a scrivere delle vite delle donne accolte presso la casa protetta o delle donne seguite presso uno dei pochissimi centri di assistenza legale presenti nel Paese che permette alle vittime di violenza domestica o sociale di trovare assistenza e aiuto. Il progetto nacque con il sostegno dell'allora direttore Concita De Gregorio e così abbiamo iniziato a promuovere questa partnership tra le Ong afgane, Hawca e Opawc, e i lettori, abbiamo iniziato a cercare gli sponsor e quindi i finanziamenti e abbiamo sfruttato le opportunità dateci dal progetto per diffondere un po' di informazioni sull'Afghanistan che non erano le informazioni che venivano diffuse normalmente.
Il progetto in questi anni è cresciuto e gli sponsor che sostengono concretamente e direttamente le donne afgane sono aumentati. Le donazioni italiane sono molto spesso l'unico denaro di cui la donna può disporre liberamente per le cure mediche e l'istruzione dei figli. Questo sostegno economico, unito all'assistenza data in loco dalla ong Hawca, permette loro di compiere piccoli e grandi passi sulla strada della libertà dalla paura e dell’autonomia. 
La condizione di queste donne è quella tipica della schiavitù, vendute in matrimonio ancora bambine, segregate, picchiate e sottoposte costantemente ai ricatti, di natura economica e affettiva. Anche le avvocate o le assistenti sociali corrono rischi molto forti. Le ritorsioni sono all'ordine del giorno e la loro vita e la loro attività è molto complicata. La legalità lì non esiste, la società è in mano a questi signori e signorotti della guerra, all’ideologia fondamentalista, alle bande armate, ma loro con estremo coraggio riescono ad andare avanti e a portare avanti la loro missione. 
A settembre del 2014, al progetto di sponsorship che seguo da anni, si è affiancato un progetto del Ministero degli Esteri, gestito dalla Ong Cospe, di Firenze, e di cui Cisda è partner. E’ un progetto triennale con cui si è riusciti a riaprire i centri legali che erano stati chiusi per mancanza di fondi e a mettere in campo azioni a favore dei diritti delle donne e della giustizia. 


Il progetto Vite Preziose è la prova che il buon giornalismo può andare ben oltre la mera informazione. I tre reportage che hanno fatto appassionare i tuoi lettori di cosa trattavano?

Il primo era incentrato sull'attività della casa protetta di Hawca, che accoglie le donne in grave pericolo, anche bambine, vittime di violenza. Il secondo, invece, verteva sul tema dell'istruzione e il diritto della donna a frequentare la scuola, il terzo sulla guerra civile, che ha devastato l'Afghanistan dal 1992 al 1996, vista con gli occhi delle donne. La guerra civile, in cui i vari gruppi di mujahiddin fondamentalisti, vittoriosi sui russi, si sono asserragliati nei diversi quartieri di Kabul, sparandosi a vicenda, distruggendo la città e facendo 65000 morti. Era un momento in cui l'Occidente si disinteressava totalmente dell'Afghanistan e succedevano cose tremende. Qui ho collaborato con un altro partner di CISDA, Saajs, che si occupa di giustizia transizionale e di fare una campagna politica contro chi, prima ha distrutto il Paese e fatto migliaia di morti e adesso, con l'avallo internazionale, siede negli scranni del potere. Erano le testimonianze di questi anni terribili.


Facciamo un po' di chiarezza. Vite Preziose è un progetto di sponsorship per le attività di Hawca che si occupa principalmente di assistenza legale alle donne vittime di violenza. Il Cisda, invece, sostiene e collaboro anche con altre quattro associazioni, quali sono le loro peculiarità?

Si, Hawca si occupa di donne e bambini ed è l'associazione con cui si realizza il progetto Vite Preziose. La sua attività principale è la tutela legale delle donne. Ha fondato e gestisce dei centri legali e la casa protetta in cui le donne in pericolo trovano rifugio. Si occupa anche di istruzione e di fornire gli strumenti culturali alle donne sui propri diritti e su come ottenerli. 
Poi c'è Opawc che si occupa principalmente di istruzione e formazione professionale nel distretto di Afshar, uno contesto socio-economico particolarmente complesso e disastrato. Inoltre, hanno anche un piccolo ospedale nella ragione di Farah. 
Afceco si occupa di bambini. Gestisce da molti anni degli orfanotrofi, dei posti bellissimi, in cui ai bambini viene data un’educazione laica, tollerante, democratica, senza divisioni tra diverse etnie e tra ragazzi e ragazze. Viene insegnata la musica, il teatro, hanno perfino una squadra di calcio femminile. Tutte queste realtà sono in perenne lotta con il governo o con chi detiene il potere in generale. Ad esempio, gli orfanotrofi di Afceco sono stati molto ostacolati per la loro attività ed è stato fatto di tutto per farli chiudere. Strutture come quella sono molto pericolose per la classe dominante, perché cercano di formare giovani liberi da preconcetti mentali, indottrinamenti religiosi e abituati alla convivenza e alla parità tra i sessi. Gli ultimi anni sono stati particolarmente duri a causa della crisi economica e dello spegnersi dei riflettori sull'Afghanistan, questo ha notevolmente ridotto i fondi internazionali destinati alle attività umanitarie e della società civile e alcune di queste strutture sono state chiuse.
Saajs si occupa invece della Giustizia transizionale e il suo lavoro è raccogliere le testimonianze sulla guerra civile e sulle responsabilità delle persone coinvolte che sono al momento al governo del Paese. Questo è la tragedia dell'Afghanistan, il fatto che l'Occidente abbia messo al potere i responsabili della guerra civile.
Infine c'è Rawa, che dal 1977 lotta per i diritti delle donne, i diritti umani, la democrazia e la giustizia sociale. Rawa è stata la prima associazione con cui il Cisda ha iniziato a collaborare. 
Negli anni il rapporto tra il Coordinamento e le Ong afgane si è rinsaldato e adesso c'è grande fiducia e stima reciproca, spesso noi andiamo in delegazione in Afghanistan e invitiamo in Italia le loro rappresentanti, per testimoniare quello che davvero succede nel paese. E’ molto importante sostenere e finanziare associazioni veramente autonome e democratica perché le Ong in Afghanistan sono molto spesso una copertura per beneficiare dei fondi internazionali e al loro interno c'è un livello di corruzione altissimo.


Il progetto Vite Preziose con la sua struttura da sponsorship è un progetto di “adozione” a distanza di una donna afgana. Come è stato possibile realizzarlo e portarlo avanti negli anni?

Quando abbiamo iniziato, Selay Ghaffar, una delle voci democratiche più forti del Paese, oggi portavoce del Partito della Solidarietà Afghano, Hambastagi e, allora, direttrice esecutiva di Hawca, è venuta in redazione a parlare degli effetti positivi del progetto. Abbiamo poi continuato a organizzare incontri con lei e con la successiva direttrice di Hawca, in modo che gli sponsor potessero incontrale, avere notizie e scambiarsi opinioni. Questo ha rafforzato la loro adesione, sempre molto generosa, al progetto. L'Unità è stata inoltre uno strumento prezioso e un palcoscenico importante per informare gli sponsor sull'avanzamento del progetto per i quattro anni successivi. La gestione dell'intero progetto non è cosa affatto semplice, tuttavia arrivano sempre nuovi lettori e sostenitori che ci leggono e si informano sul sito del CISDA e questo lavoro mi ha permesso di conoscere una parte dell'Italia veramente meravigliosa. Anche quando l'interesse dei media si è affievolito, il loro interesse e il loro impegno è stato costante e duraturo. 


Come si fa a tenere accesi i riflettori su una guerra che dura 40 anni?‏

Bella domanda. Il conflitto in Afghanistan non fa più notizia. Gli anni in cui ho collaborato con l'Unità sono stati sicuramente gli anni meglio coperti da un punto di vista comunicativo. Ogni avvenimento che succedeva a Kabul in quel periodo aveva risonanza internazionale. Adesso, invece, lo spazio dato all'Afghanistan è veramente pochissimo, si dà per scontato che ci sono dei posti nel mondo in cui divampa un conflitto e non si prova più empatia con quei popoli. La cosa assurda però è che noi siamo in quei territori con le nostre truppe da 15 anni, quello in Afghanistan non è un conflitto a noi estraneo, è una guerra in cui noi siamo parte attiva, noi siamo lì, ci sono i nostri soldi, ci sono i nostri soldati. 
Oltre alla guerra in sé, poi, andrebbe fatta un'altra riflessione su quello che sta succedendo nel Paese e che ci tocca nuovamente da vicino e mi riferisco al commercio internazionale dell'eroina. La produzione del papavero da oppio in questi ultimi sedici anni, da quando vi è stata l'invasione Usa, è cresciuta a dismisura, diventando il 90% del mercato mondiale. Questo traffico è diventato il sostentamento principale dello Stato afgano, che non ha certo grandi prospettive di sviluppo se basa la sua economia su un mercato illegale. Un paese che avrebbe risorse illimitate, cosa ben nota, infatti i cinesi stanno investendo massicciamente, vive principalmente sui proventi del narcotraffico e sulle cospicue donazioni dei paesi occidentali. Ormai dell'Afghanistan non importa più niente a nessuno o meglio non importa più a nessuno dare un futuro al paese.
Si pensi alla guerra del Vietnam, in quel caso c'era una copertura mediatica indipendente eccezionale cosa che manca in Afghanistan come in Siria. È cambiata la mentalità e alla base di questa assuefazione mediatica alla guerra vi è lo stesso modo di pensare che porta alla chiusura e all'arroccamento delle Nazioni contro il fiume di migranti in fuga dalla morte. 
In un momento caratterizzato da così grande egoismo io non riesco a non meravigliarmi e stupirmi del coinvolgimento e della passione che gli sponsor del progetto Vite Preziose mostrano quotidianamente. Loro non hanno avuto come noi la possibilità di vivere l'Afghanistan e quindi di affezionarsi a quel Paese ma comunque sposano la causa e partecipano empaticamente alla lotta delle donne afghane.


Qual è la risposta della società civile all'attività delle associazioni come quelle che sostenete?

La risposta della società civile all'impegno di queste associazioni sta crescendo, sono sempre di più, radicate nel territorio in cui operano e molto interconnesse con il tessuto sociale. Poi, non va dimenticato che i problemi contingenti sono enormi e, per quanto vi siano dei movimenti come il già citato partito Hambastagi, che lavora proprio nell'ottica di far crescere una coscienza politica e civile libera e informata, per la gente è difficilissimo esporsi, la paura è altissima e l'impegno quotidiano è focalizzato nel trovare il cibo per la propria famiglia o nel non morire su una mina o durante un attacco. La situazione attuale, inoltre, non è chiara come durante l'invasione russa in cui vi erano i due schieramenti ben definiti, gli invasori e la resistenza. Adesso, oltre agli invasori, vi è una miriade di gruppi armati che si fanno la guerra tra loro e che difficilmente si riesce ad inquadrare in una determinata posizione. Ci sono vari gruppi di talebani, lo Stato islamico, i signori della droga, la delinquenza comune, i militari afghani corrotti. È un puzzle confuso e intricatissimo difficilissimo da comprendere e che moltiplica la violenza.
L'attività di queste associazioni non nasce in Afghanistan bensì in Pakistan durante la fuga dalla guerra...
Molte di queste associazioni hanno iniziato la loro attività nei campi profughi. Rawa, che è nata nel 1977, ne gestiva alcuni, erano sicuramente i migliori, avevano le scuole, dei presidi sanitari e una particolare attenzione alle donne e alla solidarietà tra le persone. Inoltre, quando sono arrivati i talebani, le donne di Rawa, entravano clandestinamente in Afghanistan per sostenere le persone che erano rimaste lì e che gestivano le scuole clandestine.
In quel periodo, Rawa ci ha raccontato come avevano ripreso le lapidazioni delle donne negli stadi, un'attività di documentazione pericolosissima, fatta clandestinamente nascondendo le telecamere sotto il burqa. All’inizio, questi documenti erano stati respinti dalla stampa internazionale perché i talebani erano partner politici utili. Quando i talebani sono diventati i nemici giurati dell’Occidente, nel 2001, solo allora, questi filmati sono stati diffusi.
All’interno dei campi, singole donne o piccoli gruppi, hanno cominciato a darsi da fare per le altre donne, soprattutto con l’insegnamento. Da queste attività, in seguito, sono nate diverse ong. 


Qual è la condizione dei profughi afghani nelle nazioni limitrofe?‏

La maggior parte dei profughi afghani si divideva tra Iran e Pakistan. Dall'Iran sono stati cacciati e sono rientrati nel paese diventando profughi a casa loro, i cosiddetti internally diplaced people. Adesso il numero di rifugiati interni in Afghanistan è altissimo. A Kabul vi sono numerosissimi campi profughi interni alla città. Chi aveva lasciato l'Afghanistan quando è ritornato non ha trovato la propria casa, la propria terra e non ha avuto chance di ripartire.


Come riescono queste donne a trovare la forza di andare avanti?

Sono persone semplici e straordinarie, vivono condizioni molto difficili e pericolose, ma non smettono mai di lottare per quello in cui credono, un Afghanistan libero da occupazioni straniere, democratico e laico e a mettersi in gioco per gli altri. Sono persone, di grande umanità, e anche molto simpatiche. Sono dotate di intelligenza e di ironia. Abbiamo posto spesso questa domanda e la risposta è che, nel paese in cui vivono, è necessario andare oltre la propria piccola vita personale e agire, sapendo di essere parte di qualcosa di più grande e collettivo. Della speranza del cambiamento. E’ questo a dare coraggio e forza alla loro scelta.


Donna e guerra, quanto il conflitto è un sessista?‏

Per quanto la guerra sia terribile per tutti sicuramente lo è maggiormente per le donne. La donna diventa l'ultimo anello di una catena di violenza e subisce inevitabilmente di più la ferocia di una guerra. Perché se un bombardamento è egualmente drammatico per tutti quello che viene dopo e a lato del conflitto, la violenza sessuale, il degrado, la povertà, la disoccupazione, la tossicodipendenza si tramuta inevitabilmente in un aumento della violenza, domestica e sociale, sulle donne. In Afghanistan, Il pericolo quindi non viene solo dal drone o dal talebano ma anche dal marito, dalla famiglia e da una società intera basata sull’ideologia fondamentalista che distrugge capillarmente la vita delle donne.
Gli ultimi dati dimostrano come tra le vittime civili le donne e i bambini siano i più colpiti. 
Quello che ci raccontano spesso le nostre partner è che le donne hanno pochissime speranze di ottenere giustizia per gli abusi subiti. Le leggi tradizionali, fortemente misogine, possono essere tenute a freno dalle leggi di uno Stato laico che punisca i colpevoli. Il problema è che, dopo tutti questi anni di fondamentalismo, le leggi fatte a favore delle donne non vengono applicate. Il sistema giudiziario è corrotto e improntato al fondamentalismo islamico, che ha cambiato anche la mentalità delle persone. La violenza contro le donne è diventata normale e le donne non sono affatto tutelate. L’impunità è dilagante per questi crimini e questo rafforza la violenza. Così le donne continuano a essere vendute, picchiate, violentate o anche uccise. Ma è importante dire che le donne non sono solo le vittime designate, le donne sono anche combattenti, nella loro vita quotidiana come nelle azioni militari, combattenti che vanno dalle curde di Kobane, alle volontarie delle Ong che sosteniamo con il Cisda e a tutte quelle che si battono per cambiare il proprio destino. 


Un'ultima domanda prima di lasciarla dopo questa lunga chiacchierata, quali sono i suoi progetti futuri?

Adesso sto lavorando ad un libro che si chiamerà “Avvocate a Kabul” e racconterà le storie di tante donne, avvocatesse e assistite, nella loro lotta quotidiana per l'affermazione dei loro diritti. Sarà la summa di questi anni di attività di Vite Preziose al fianco di Hawca. 



Andrea Distefano

LA GUERRA NEGLI OCCHI DELLE DONNE Francesca Melandri e Antonia Arslan a Rovereto



Tra le rocce e il cielo – il festival della montagna vissuta con consapevolezza - dedica la giornata  di venerdì 19 agosto alla donna e al suo ruolo nei dei conflitti armati, con particolare attenzione alle due guerre mondiali ed ai più recenti conflitti in Medio Oriente ed Afghanistan.

La giornata al teatro di S. Anna in Vallarsa sarà incentrata sul convegno “L’elmo di Atena”.
La mattina sarà dedicata alle donne protagoniste della Grande Guerra nell’arco alpino, i rappresentanti delle lingue madri – ladini, mocheni, cimbri, walser, occitani e friulani -porteranno la testimonianza storica dei loro territori conducendo un'analisi sociologica di quello che è stato il ruolo della donna in tempo di guerra e di come i nuovi equilibri tra i sessi abbiano per sempre cambiato le dinamiche delle comunità linguistiche tradizionali.
Il pomeriggio, invece, sarà dedicato alla contemporaneità. La figura e il ruolo della donna sarà presentato e analizzato all'interno degli scenari bellici contemporanei della Siria, del Kurdistan, dell'Afghanistan, della Turchia e del Libano.
La donna nei suoi molteplici ruoli culturali e sociali sarà uno strumento per analizzare e discutere la guerra, il suo impatto sulle strutture sociali e come essa abbia modificato in maniera indelebile le società ed i rapporti di forza uomo-donna in ogni teatro di conflitto armato.


 La sera, alle 20.30 in sala Caritro in Piazza Rosmini a Rovereto, l’argomento verrà ripreso con la conferenza LA GUERRA NEGLI OCCHI DELLE DONNE.
Saranno due note scrittrici a raccontare, dialogando con l’antropologo Annibale Salsa, i conflitti del Novecento e analizzare quelli in corso. Dialogheranno Antonia Arlsan e Francesca Melandri. 



Antonia Arslan, scrittrice italiana di origine armena, col suo primo romanzo, “La masseria delle allodole“, pubblicato da Rizzoli e tradotto in 21 lingue, ha raccontato il dramma del suo popolo. Il libro è diventato un successo, da cui è stato tratto anche un film diretto dai fratelli Taviani. Successivamente ha pubblicato altri due libri dedicati alla tragica epopea della sua famiglia in Armenia: “Il rumore delle perle di legno” e “La strada di Smirne”.



Francesca Melandri, sceneggiatrice di successo per cinema e televisione (collabora alla sceneggiatura di Zoo di Cristina Comencini) e scrittrice, nel suo romanzo d’esordio "Eva dorme”, pubblicato nel 2010, pluripremiato e tradotto in diverse lingue, ha raccontato una intensa storia di vita e di amore, sullo sfondo della questione altoatesina a partire dalla conclusione del Primo Conflitto Mondiale, e del terrorismo che ne scaturì. 


domenica 7 agosto 2016

L’ELMO DI ATENA La donna all'interno dei conflitti a Tra le Rocce e il cielo


La donna e il suo ruolo all’interno dei conflitti bellici. È questo il tema che verrà trattato nella giornata che Tra le rocce e il cielo – il festival della montagna vissuta con consapevolezza dedica alle lingue madri. Venerdì 19 agosto al teatro di S.Anna in Vallarsa ci sarà il convegno “L’elmo di Atena”.
La mattina sarà dedicata alle donne protagoniste della Grande Guerra nell’arco alpino, i rappresentanti delle lingue madri – ladini, mocheni, cimbri, walser, occitani e friulani -porteranno la testimonianza storica dei loro territori conducendo un'analisi sociologica di quello che è stato il ruolo della donna in tempo di guerra.
Il pomeriggio, invece, sarà dedicato alla contemporaneità. La figura e il ruolo della donna sarà presentato e analizzato all'interno degli scenari bellici contemporanei della Siria, del Kurdistan, dell'Afghanistan, della Turchia e del Libano.
La donna nei suoi molteplici ruoli culturali e sociali sarà uno strumento per analizzare e discutere la guerra, con i suoi drammi e le sue contraddizioni.
I relatori coinvolti parleranno di donne che non sono state o sono meramente vittime ma anche motori inesauribili di rinascita e resistenza pacifica e libertaria. Avanguardia della società civile che si oppone e contrasta l'inaudita violenza che insanguina la nostra storia, passata e presente.

Per i più piccoli, ma non solo, sarà possibile, dalle 15.00 al Tendone di Riva di Vallarsa, partecipare al laboratorio musicale di riciclo creativo curato dall'associazione Mani Tese, che si occupa da più di 50 anni di cooperazione e sviluppo tra Nord e Sud del Mondo.

La sera, alle 20.30 in sala Caritro in Piazza Rosmini a Rovereto, l’argomento verrà ripreso con la conferenza LA GUERRA NEGLI OCCHI DELLE DONNE: due scrittrici raccontano i conflitti del Novecento. Antonia Arlsan e Francesca Melandri, autrici dei due grandi successi letterari "La masseria delle allodole" ed "Eva dorme", insieme al noto antropologo e scrittore Annibale Salsa, parlano del ruolo delle donne nel corso dei conflitti del '900.


Ecco il programma del convegno


L’ELMO DI ATENA
Venerdì 19 agosto
Teatro di S.Anna - Vallarsa


Ore 9.00
DONNE E CONFLITTI ARMATI DAL '900 AI GIORNI NOSTRI.
Donne e Grande Guerra nelle valli alpine.

Coordina Annibale Salsa. Intervengono: Paola Maria Filippi, Ines Cavalcanti (Occitani), Olga Cossaro (Friulani), Christiane Dunoyer Valdostani (Centre d’études franco-provençales René Willien, antropologa tradizioni e pratiche valdostane), Vito Massalongo (Cimbri della Lessinia), Andrea Nicolussi Golo (Cimbri di Luserna), Lucia Gross e Olimpia Rasom (Ladini di Fassa), Ingrid Runggaldier (Ladini di Gardena e Badia), Beba Schranz (Walser di Macugnaga), Hugo-Daniel Stoffella (Cimbri delle Valli del Leno), Leo Toller (Mocheni).

Saranno proiettati estratti del filmato LA MAIN D’ŒUVRE FÉMININE DANS LES USINES DE GUERRE, Section cinématographique de l’armée,


Ore 15.00

DONNE E CONFLITTI ARMATI DAL '900 AI GIORNI NOSTRI
Coordina Andrea Distefano. Intervengono:
Bruna Bianchi, storica dell'Università di Venezia – La donna durante la Grande Guerra;
Cristiana Cella, giornalista, membro del C.I.S.D.A - Le donne che in Afghanistan operano per la tutela e la promozione dei diritti civili;
Asmae Dachan, giornalista – Il ruolo femminile nella guerra civile siriana;
Carla Dazzi, fotografa, membro del C.I.S.D.A - La condizione della donna in Afghanistan;
Marta Matassoni, cooperante di Operazione Colomba – I campi profughi Libanesi e del progetto dei corridoi umanitari avviato in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio e la Chieda Valdese;
Ozlem Tanrikulu, presidente di UIKI-Onlus, associazione curdo-italiana – La situazione delle donne combattenti nel Kurdistan turco/siriano.



Ore 18.00

Proiezione del film MUSTANG
di Deniz Gamze Ergüven. In un piccolo villaggio costiero della Turchia la giovane Lale e le sue sorelle festeggiano la fine dell'anno scolastico in spiaggia con un gruppo di studenti maschi. La famiglia viene a conoscenza dello 'scandalo' e rinchiude le ragazze in casa.


Vai al programma completo del festival


sabato 6 agosto 2016

Le mostre di TRA LE ROCCE E IL CIELO


Tra le Rocce e il Cielo 2016 – il festival della montagna vissuta con consapevolezza che si svolge in Vallarsa dal 18 al 21 agosto – anche quest’anno si caratterizza per numerosi appuntamenti di richiamo con ospiti dal mondo dell’alpinismo, del giornalismo, della cultura e della letteratura.
Oltre a convegni, tavole rotonde, concerti, spettacoli, laboratori e uscite sul territorio, Tra le Rocce e il Cielo propone una collezione di mostre che permettono di ampliare l’orizzonte sulle tematiche affrontate nel corso del festival, attraverso documenti, opere artistiche, reportage fotografici, immagini d’epoca.


Al Tendone di Raossi, dal 2 al 31 agosto 2016 (con orario 15.00-19.00, lunedì chiuso) per tutto il mese di agosto, mostre dedicate alla Grande Guerra spazieranno dalle emblematiche fotografie di Giulio Malfer, che ritraggono la gente di montagna oggi, dopo la grande ondata di spopolamento degli anni Settanta, all’appassionante riscoperta di scatti inediti della Vallarsa durante la Grande Guerra di Fausto Corsini, fino all’esposizione curata da Gregorio Pezzato sui profughi vallarseri. Gli scatti raccolti da Nicola Spagnolli e Francesco Filippi ci faranno riflettere su come il corpo del nemico venga utilizzato nella propaganda bellica per influenzare la percezione e poi la memoria dei fatti di guerra.

Forte sarà il richiamo al presente grazie alla mostra curata da Sergio Poggianella ed Elena Dai Prà, che in “Confini e Conflitti” documentano, in una straordinaria e rara esposizione tratta dall’archivio della Fondazione Poggianella, le varianti dei cosiddetti war rug, i tappeti di guerra afgani. E ancora le attuali tematiche dell’accoglienza e dell’integrazioni saranno protagoniste di “Narr/azioni dialogiche fotografiche” di Maria Fiano e Federico Sutera.

Le mostre saranno inaugurate il 14 agosto alle 17.30.

Al Teatro S. Anna, dal 19 al 20 agosto 2016, visitabili durante l’orario dei convegni, sarà esposta la mostra fotografica di Carla Dazzi AFGHANISTAN PER DOVE... una raccolta di volti e vite nei campi profughi afghani, in Pakistan e in Afghanistan. Un omaggio al coraggio e alla determinazione delle attiviste nell'associazione “Rawa”, che con instancabile dedizione e fiducia promuovono, a rischio della loro stessa vita, una battaglia politica per la difesa dei diritti delle donne e per la loro partecipazione ad ogni sfera del vivere sociale in uno Stato laico e democratico, libero dall’integralismo religioso.

Al Museo della civiltà contadina di Riva di Vallarsa, dal 9 al 31 agosto 2016 (con orario 9.00-12.00 15.30-19.00, lunedì chiuso) l’obiettivo si concentrerà sulla montagna, ma sotto una luce rinnovata, poetica e catartica, con la mostra di Elisabetta Faccin sulle Piccole Dolomiti, in cui le fotografie prima che nella camera nascono nell’animo, e il lavoro di Alex Cattoi, che attraverso opere ceramiche e fotografiche ristabilisce la connessione tra uomo e Natura.

Le mostre saranno inaugurate nella prima giornata del festival il 18 agosto.

Una breve descrizione delle mostre:


CONFINI E CONFLITTI: LA GUERRA E IL CONFINE DEL TAPPETO FIGURATO ORIENTALE
a cura di Sergio Poggianella ed Elena Dai Prà

Attingendo alla straordinaria e rara collezione di duecento esemplari di tappeti figurati orientali, tratta dall’archivio della Fondazione Poggianella, si è inteso allestire un percorso che fosse in grado di documentare le varianti dei cosiddetti war rug, i tappeti di guerra afghani. Tra i loro soggetti, rappresentazioni geografiche del mondo e della regione afghana che vanno da veri e propri planisferi arricchiti dal catalogo delle bandiere degli Stati, alle carte politiche e tematiche, al paesaggio. Non solo ammirarli dunque, ma attraversarli, varcarli per esplorare spazi e condividere culture.


IL CORPO DEL NEMICO. ESPOSIZIONE E RAPPRESENTAZIONE DAL BRIGANTAGGIO ALL’ISIS mostra documentaria prodotta da Tra le Rocce e il Cielo,
a cura di Nicola Spagnolli e Francesco Filippi

Tra il XIX e il XX secolo la fotografia ha raccontato molti eventi, anche di cruda violenza, ed è stata utilizzata come strumento di comunicazione politica e di arma di propaganda, influenzando anche la successiva memoria su quegli eventi. Partendo dalla vicenda di Cesare Battisti, di cui ricorrono i 100 anni della morte, si opera una riflessione sull'utilizzo del corpo del nemico per fini propagandistici e di comunicazione politica. A cosa serve esporre il nemico? E a cosa serve esporne lo spoglie? Che ruolo ha l'immagine fotografica? Un’immagine non è mai neutra, ma è un racconto che viene preso in carico e proseguito a seconda del tipo di osservatore. L’immagine allora non è di per sé memoria, ma strumento narrativo che genera memoria.


LA GRANDE GUERRA DEL “CORRIERE DEI PICCOLI”, 1914-1919 mostra documentaria a cura di Nicola Spagnolli

La mostra, prodotta da Tra le Rocce e il Cielo, racconta e illustra la mobilitazione dell’infanzia nel primo conflitto mondiale attraverso le pagine del “Corriere dei Piccoli”, supplemento del “Corriere della Sera” pubblicato dal 1908 e dedicato ad un pubblico di bambini e ragazzi. Durante la prima Guerra Mondiale, il giornalino venne utilizzato come strumento per educare i giovani alla guerra e come arma di propaganda, anche in chiave irredentista, attraverso le rubriche, i racconti e, soprattutto, attraverso le sue celebri tavole illustrate.


INDAGINI ALPINE
mostra fotografica di Giulio Malfer

Il senso tragico del tramonto culturale che negli anni Settanta calava sulle Alpi riuscì a esprimerlo, più di tutti, Nuto Revelli. I giovani valligiani abbandonavano la vita dei padri credendo alla promessa di un futuro migliore in fabbrica. La montagna moriva in silenzio, eppure la patina delle riviste di turismo continuò ad alimentare lo stereotipo del felice mondo alpestre: l’ebbrezza dello sci, l’incanto dei ghiacciai, lo sforzo delle scalate. Oggi stiamo assistendo, qua e là, a un timido dietrofront. Una nuova vita senza stereotipi, concreta. Così come la si può leggere negli sguardi colti dal fotografo Giulio Malfer. A quasi quarant’anni dalle interviste registrate da Nuto Revelli, Malfer ritorna sugli stessi territori d’indagine etnografica usando la fedeltà, imparziale e icastica, della macchina fotografica, realizzando una serie di reportage foto-giornalistici, nel tentativo di ribaltare quello stereotipo che, da una prospettiva urbana, ancora avvolge in gran parte il mondo alpino.


NARR/AZIONI DIALOGICHE FOTOGRAFICHE: DA IDOMENI A RIACE
Autori: Maria Fiano Scrittrice - cineasta, Venezia; Federico Sutera Fotografo, Venezia.
Ideate da Giorgio Conti.

La civiltà mediterranea: re-innovare la cultura dell’asilo, dell’accoglienza e dell’integrazione.


LA CASSA RITROVATA. FOTO INEDITE DELLA VALLARSA DURANTE LA GRANDE GUERRA
a cura di Fausto Corsini

Aggirarsi per un mercatino; comprare una vecchia cassa con delle lastre fotografiche; scoprire, una volta a casa, paesaggi di una Valle sconosciuta, scene di vita militare e ritratti di austeri militari; essere presi dalla passione; ed iniziare a cercare, a capire, a viaggiare …

Fausto Corsini, fotografo, autore di numerose mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali, ci porta con la sua macchina fotografica a fare un viaggio nel tempo e ripercorre oggi, gli stessi passi che il Capitano medico Agnoli, del Comando Tattico del Soglio dell'Incudine, fece nel 1917, scendendo dal Pasubio in Vallarsa.


LA POLENTA NEL GREMBIULE: i giorni successivi all’evacuazione della Vallarsa nel 1916
a cura di Gregorio Pezzato, Gruppo Alpini Vallarsa

Mostra documentaria sull’organizzazione della vita dei profughi vallarsesi nel Comune di Legnago.


LA TESTA FRA LE NUVOLE
mostra fotografica sulle Piccole Dolomiti di Elisabetta Faccin

La scelta del bianco e nero nella fotografia della Faccin corrisponde all'astrazione. La materia di cui sono fatte le montagne, lo stesso ambiente in cui la Faccin fotografa sono estremamente materici e complessi nei loro meccanismi fin dalla loro nascita. Inaspettatamente però affrontare la montagna costringe a tornare all'essenziale, talvolta addirittura ad affrontare primitivi dilemmi per la sopravvivenza. In questo contesto l'interiorità finisce quasi sempre per scalzare la ragione. Così una fotografia nasce prima nell'animo, frutto di emozioni, e solo in un secondo momento il gesto meccanico dello scatto la fissa piegando le conoscenze tecniche ai fini della poetica dell'immagine. Il bianco e nero libera le immagini dal vincolo del colore, le lascia respirare, esalta forme e atmosfere sfruttando la semplicità degli opposti.


IL RISVEGLIO DELLA CIVILTA’. Il riscatto della Natura.
mostra di Alex Cattoi

L’artista propone una selezione di opere che raccontano l’evoluzione della sua personale ricerca espressiva e formale attraverso la trasformazione del contatto tra uomo e Natura. Ogni opera, dal bozzetto alla scultura ceramica fino alla sua valorizzazione fotografica, è quindi un omaggio alla Natura. La nostalgia per il passato perduto si manifesta nelle patine superficiali che rivelano l'approfondimento e la rivisitazione di materiali e metodi tradizionali reimpiegati per esprimere il logorio della materia dato dal trascorrere del tempo. Ripercorrendo a ritroso le tracce di un’umanità travagliata, tipica delle terre di confine, l'artista plasma delle opere, ceramiche e/o fotografiche, nelle quali gli oggetti "tornano" dal passato per prendere nuova vita, rivestendosi di nuovi significati simbolici.



AFGHANISTAN PER DOVE...
mostra fotografica di Carla Dazzi

Tante sono le storie viste e sentite durante i viaggi di Carla Dazzi nei campi profughi afghani, in Pakistan prima e in Afghanistan poi. Una voce le è rimasta nella mente e nel cuore: in un incontro a Farah, con un gruppo di maggiorenti locali, il capo villaggio nel congedarsi ha raccomandato: “parlate, parlate dell’Afghanistan, perché solo così questo paese continuerà a vivere”. La presente mostra vorrebbe rendere omaggio alla parte di società civile afghana che purtroppo non ha voce nel nostro mondo. L’autrice vuole mettere in luce il coraggio e la determinazione delle attiviste nell'associazione “Rawa”, che con instancabile dedizione e fiducia promuovono, a rischio della loro stessa vita, una battaglia politica per la difesa dei diritti delle donne e per la loro partecipazione ad ogni sfera del vivere sociale in uno Stato laico e democratico, libero dall’integralismo religioso.

lunedì 1 agosto 2016

Cause e caratteristiche di questa crisi umanitaria | l’inadeguatezza delle risposte fin qui messe in campo

Intervista ad Andrea Anselmi

Andrea Anselmi ha una lunga esperienza in cooperazione internazionale, in particolare cooperazione nel campo dell’assistenza umanitaria: ha lavorato con la Croce Rossa Internazionale in vari scenari fra cui quello siriano, e oggi è coordinatore di progetto per Medici Senza Frontiere a Catania. Con lui parliamo della crisi dei migranti e richiedenti asilo, con quasi 300.000 arrivi nel 2014 e più di un milione nel 2015. Inoltre, nel tentativo disperato di varcare il Mediterraneo, più di 2500 persone l’anno sono morte dal 2014 ad oggi (il dato per il solo 2016, fino a giugno, è di 2500, dati UNHCR). Con Andrea analizziamo le cause e le caratteristiche di questa crisi umanitaria, e l’inadeguatezza delle risposte fin qui messe in campo.





Prima di ogni cosa, di cosa si occupa Medici Senza Frontiere in Italia, e a quale progetto collabori nello specifico?

Medici Senza Frontiere è un’organizzazione non governativa e senza scopo di lucro nata negli anni Settanta e si occupa di cooperazione e assistenza sanitaria. Medici Senza Frontiere si muove in completa indipendenza, economica e organizzativa, dall’agenda politica degli stati: più del novanta per cento dei finanziamenti che MSF riceve sono donazioni private individuali. Fino a qualche settimana fa MSF riceveva fondi europei per alcuni determinati progetti, ma due settimane fa è stata presa la decisione di rifiutare, d’ora in avanti, qualsiasi fondo europeo per via del modo in cui l’Europa sta affrontando le politiche migratorie. Questa scelta ci rende ancora più indipendenti da agende politiche e da interessi che non siano quelli dei pazienti. In Italia Medici Senza Frontiere, a partire dal 2006, sta lavorando soprattutto sull’accoglienza soprattutto in Sud Italia, facendo accoglienza per i migranti in arrivo e fornendo assistenza ai braccianti immigrati nell’agricoltura. In questo momento ci sono cinque progetti aperti su terra: uno a Gorizia che si occupa dei migranti arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica e che ora sono bloccati qui per via della chiusura delle frontiere dei paesi confinanti. Un altro centro è a Roma per le vittime di tortura, soprattutto per migranti provenienti dalla Libia: molte persone che vengono da quel paese, appena uscite dalle galere libiche, portano i segni di pesanti traumi inflitti sia dalle forze regolari che dalle milizie autonome e legate allo Stato Islamico. In Sicilia ci sono tre progetti: uno a Trapani di supporto psicologico, uno per mare di cosiddetto “search and rescue”, ovvero di ricerca e salvataggio di migranti in mare, sotto il coordinamento della Marina Militare. Il quinto progetto, infine, è quello che coordino io a Catania.



Parlaci di questo progetto, di cosa ti occupi in particolare?

Il mio progetto ha sede a Catania, e si occupa di richiedenti asilo cosiddetti “post-acuti”, ovvero migranti che, dimessi da strutture ospedaliere, hanno necessità di stare in convalescenza fra le quattro e le sei settimane ma che, ovviamente, non possono andare a casa perché non ne hanno una. Abbiamo sentito l’esigenza di far partire questo progetto perché molti dei migranti in cura, dopo le dimissioni, erano costretti a un secondo ricovero per un improvviso aggravarsi delle loro condizioni perché la convalescenza non si era svolta in modo corretto. La struttura che vogliamo mettere in piedi è gestita da un team misto di psicologi, assistenti sociali e mediatori culturali fino al completo ristabilirsi delle condizioni di salute, per poi entrare finalmente nel sistema di accoglienza.



Dall’anno scorso l’Unione Europea ha introdotto i cosiddetti “hot spot”, ovvero centri di accoglienza e identificazione dei migranti e richiedenti asilo: stanno funzionando o hanno gli stessi problemi dei vecchi Centri di Identificazione ed Espulsione?

In questo momento ci sono quattro hot spot attivi in Italia, ossia Trapani, Pozzallo, Taranto e Lampedusa, che, secondo l’attuale politica migratoria europa, dovrebbero essere le “porte d’ingresso d’Europa per i migranti”. Teoricamente tutti i migranti dovrebbero passare dagli hot spot per essere identificati, essere divisi tra migranti economici e potenziali richiedenti asilo e solo alcuni di questi entrare nel sistema di accoglienza in Italia e in Europa. Questo sistema non sta funzionando per una serie di problemi, oltre al fatto che le procedure stesse in vigore attualmente violano le basi del diritto d’asilo. Tecnicamente gli hot spot dovrebbero essere sette e invece se ne sono attivati solamente quattro. In secondo luogo, le strutture usate sono le stesse dei vecchi Centri, quindi il cambiamento è più di nome che di fatto. Allo stesso tempo, se la politica fosse realmente stata che tutti i migranti passavano effettivamente da questi hot spot, allora sarebbe stato chiaro fin dall’anno scorso che le strutture non era assolutamente adeguate: a Pozzallo, ad esempio, la struttura ha 180 posti, quindi quando arrivano 800 persone, 180 entrano ma le altre vengono trasferite sul resto del territorio nazionale, spesso anche prima dell’identificazione. L’idea iniziale era che, una volta identificati, i richiedenti asilo venissero redistribuiti nelle varie regioni italiane ed europee, ma questa politica evidentemente non sta funzionando.



Medici Senza Frontiere, come dicevi poco fa, ha deciso di rifiutare i fondi europei: perché questa scelta e quali sono le critiche che vengono mosse?

L’idea di Medici Senza Frontiere è che si debbano creare dei corridoi umanitari per far arrivare in sicurezza i richiedenti asilo dal paese di origine direttamente in Unione Europea. L’Europa, invece, si è da subito divisa sulle politiche migratorie, lasciando gli stati più esposti, come Italia e Grecia, a gestire da soli questi flussi. Il fatto che l’Austria chiuda il Brennero o che la Francia chiuda Ventimiglia sono il sintomo più appariscente di una scelta politica chiara di non rispettare la redistribuzione, a livello europeo, delle nazionalità più colpite come Eritrei e Siriani. Il costruire muri, che sta diventando sempre più diffuso in Europa, è una politica che non ferma sicuramente gli arrivi, non ferma la tratta di esseri umani. In più, la politica europea è chiaramente di “esternalizzare” le proprie frontiere: l’accordo con la Turchia di quest’anno è un caso palese, ma altri accordi simili sono stati stretti con paesi extra-europei in cui avvengono gravi violazioni dei diritti umani. Questi accordi, in realtà, puntano a far in modo che altri Stati “risolvano” il problema per noi e che l’opinione pubblica europea non si renda conto della gravità della situazione. 



L’accordo fra Unione Europea e Turchia, appena chiuso, ha subito scatenato forti critiche. Di cosa si tratta e perché è stato criticato così tanto?

Prima di ogni caso, questo accordo viola il diritto internazionale e il diritto all’asilo: la convenzione di Ginevra del 1951 e altri trattati stabiliscono che ogni persona che rischi la propria vita, libertà e incolumità in un paese possa fare richiesta d’asilo in un altro paese. Questo accordo, bloccando i richiedenti asilo in Turchia, viola i diritti fondamentali e sottopone queste persone a gravi pericoli, non tanto e non solo per via di violenze o attentati, ma perché crea tensioni sociali dentro alla Turchia, in una situazione in cui anche i mezzi adeguati all’accoglienza vengono a mancare. Nelle tendopoli al confine fra Siria e Turchia la situazione è inumana, viola elementi di base della dignità umana, e impedisce a questi migranti di fare domanda di asilo in Europa. Inoltre, questo accordo è inefficace perché non ferma i flussi ma fa soltanto cambiare rotta, soprattutto coloro che scappano non dalla Siria o dall’Iraq, ma da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh. Quello a cui assisteremo quest’anno sarà forse la chiusura della rotta balcanica, ma un intensificarsi dei flussi nel Mediterraneo.
Quando si parla di migrazioni spesso il discorso pubblico si fa trascinare dalle “mode” per non guardare alla complessità. Ora, ad esempio, tutta l’attenzione è destinata a Siriani, Iracheni e Libici, ma ci sono altri flussi che vengono ignorati perché in questa fase l’attenzione è indirizzata altrove.
In Italia nel 2015 sono arrivate 150.000 persone, e la maggior parte di questi arrivavano dall’Africa Occidentale, quindi Nigeria, Mali, Senegal, Gambia; oppure dal Corno d’Africa, quindi Somalia ed Eritrea. Già da questo si vede come il fenomeno sia più complesso e meno legato alle emergenze, ma strutturale. Inoltre, tendiamo sempre a considerare il profugo come una persona che scappa dalla guerra “tradizionale”, quando invece ci sono situazioni più sfumate ma altrettanto terribili. Ad esempio in Eritrea o in Gambia ci sono dittature feroci in cui una banale presa di posizione contro il governo mette una persona e il resto della sua famiglia in pericolo di vita. Ci sono poi altre questioni, di natura economica: le persone sono impossibilitate a sopravvivere nelle condizioni in cui versa il loro paese e sono costrette ad andare altrove. In un certo senso è simile a quando un italiano o un greco decidono di andare in Germania, Inghilterra o Stati Uniti per stare meglio, con la differenza che noi possiamo veramente scegliere, mentre per chi arriva sulle nostre coste spesso non c’è alternativa: o si scappa o si muore.



Negli ultimi due anni stiamo assistendo al ritorno delle barriere e del filo spinato per provare a fermare l’arrivo dei profughi e gestire le migrazioni. Quali impatti possono avere queste scelte sul futuro sia dei profughi che dell’Europa nel suo complesso?

Negare che le migrazioni siano un fenomeno enorme che abbiano un impatto su finanze pubbliche e sulle tensioni sociali dentro agli stati non sarebbe né corretto né onesto. Allo stesso tempo, però, bisogna relativizzarlo: in Europa, fino a che non esce l’Inghilterra siamo più di 500 milioni di persone, anche se arrivasse un milione di migranti ogni anno per cinque anni saremmo comunque all’1% della popolazione. Un 1% che, peraltro, non vive sulle spalle dello stato come un parassita, ma che diventa col tempo forza lavoro e può diventare una risorsa importante in termini di ricchezza. Il risultato vero è che le migrazioni vengono usate come specchietto per le allodole in un momento in cui ci sono problemi di ordine economico: ci si accanisce sui migranti e sui profughi per deviare il malcontento dalle questioni sociali, ci si sfoga sulle categorie più deboli per non guardare ai problemi che ci sono. Bisognerebbe smetterla di veicolare immagini e rappresentazioni semplicistiche dei problemi e, sull’onda emotiva, provare soluzioni di ripiego: in un mondo sempre più interconnesso ripiegarsi negli stati nazione è anacronistico e addirittura masochista.


Ludovico Rella